scritto per noi da
Alessia de Luca Tupputi
I media egiziani l'hanno
definita una "piccola rivoluzione", ma ad attirare l'attenzione della
carta stampata e delle tv locali non è stato un colpo di Stato o una protesta
dell'opposizione. Si è trattato invece della riunione, svoltasi al Cairo, tra
esponenti
di alto rango delle istituzioni islamiche egiziane e africane, che hanno
condannato senza appello la pratica delle mutilazioni genitali femminili.
Una pratica non
islamica. All'incontro, organizzato
da una Organizzazione non governativa tedesca, hanno partecipato personalità
come il ministro per gli Affari Religiosi Hamdi Zaqzouq, l’imam di al-Azhar,
Mohammed Sayyed Al Tantawi e il Gran Mufti d'Egitto, Ali Gomaa. "Il profeta non fece circoncidere le
sue figlie", ha ricordato quest’ultimo nel corso del suo intervento,
spiegando che "il Corano vieta ai fedeli di commettere violenze fisiche o
mentali contro il prossimo" e che pertanto la pratica della mutilazione
genitale femminile deve essere considerata "un peccato" per ogni
musulmano.
Anche l'imam al-Tantawi si
è schierato contro questa "tradizione pre-islamica” che, ha detto,
"non viene menzionata nel Corano e neanche nella Sunna (raccolta dei detti
del Profeta, ndr)", citando le due principali fonti di legge secondo
l'Islam. E ha sottolineato che "l'Islam prescrive la circoncisione solo
per gli uomini, ma non cita nessun obbligo nei confronti delle donne". Anche
sheikh Youssef al-Qardawi, controverso ma popolarissimo telepredicatore
islamico era presente alla conferenza, e dopo aver criticato l'organizzazione
"straniera" dell'evento, ha sentenziato che "se la mutilazione
femminile non è un obbligo religioso, l'ultima parola sulla questione spetta ai
medici".
Una tradizione che
resiste. Presenti all’incontro anche
molti specialisti, che hanno smentito categoricamente che le mutilazioni
genitali femminili possano costituire una terapia curativa per qualsiasi forma
di disturbo. E’ credenza diffusa
infatti, in Egitto e in altri paesi in cui la circoncisione femminile è
praticata, che la mutilazione aiuti le ragazze a preservare la verginità e, una
volta sposate, ad essere fedeli ai propri mariti. Le ragazze non mutilate,
spesso non trovano marito, perché considerate impure e immorali. Dirette
conseguenze di questa pratica, spesso esercitata nelle campagne dalle
de’ya,
(sorta di levatrici, ndr) utilizzando vetri rotti, coperchi di lattine, forbici,
rasoi o altri oggetti taglienti, sono infezioni del tratto urinario, che
possono arrivare a compromettere l’utero, le tube di Falloppio e le ovaie.
Altre conseguenze drammatiche, si verificano nel caso di gravidanza e al
momento del parto. Non esiste alcuna imposizione religiosa, alla base di questa
pratica, esercitata indifferentemente nelle comunità musulmane e cristiane, e
nella sura 95, al verso 4, il Corano recita: “Abbiamo creato l’essere umano
nella sua forma perfetta”.
Un bilancio doloroso. Nel 1996 il ministero della Sanità egiziano ha emesso
un decreto che vietava la pratica, lasciando ai medici "la libertà di
esprimersi" e la possibilità di "attuarla se le condizioni lo
richiedono". Ad oggi, in Egitto, esistono solo alcuni villaggi, dichiarati
"liberi dalle mutilazioni" in seguito alle campagne e al monitoraggio
dalle organizzazioni internazionali, ma secondo
Amnesty International,
circa il 75 percento delle bambine nel Paese continua ad essere mutilata. Le
mutilazioni genitali femminili sono praticate su milioni di donne in Africa. A
seconda dell’invasività
dell’operazione, si distinguono tre tipi di mutilazioni: la
clitoridectomia in
cui viene tolto tutto, o parte del clitoride; l’escissione che consiste
nella
asportazione del clitoride e delle piccole labbra; l’infibulazione, la
forma
estrema, che prevede oltre alla clitoridectomia e all’escissione, anche
il
raschiamento delle grandi labbra che sono poi fatte aderire e tenute
assieme,
in modo da ricoprire completamente l’apertura della vagina, a parte un
piccolo
orifizio che servirà a far defluire l’urina e il sangue mestruale.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), sono 8 mila al
giorno le bambine sottoposte alla mutilazione in tutto il mondo, e
oltre 150
milioni di donne hanno subito questo trauma, che oltre a portare
infezioni
talvolta mortali, può determinare gravi conseguenze psicologiche.