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Botta e risposta. “Le notizie di stampa sulla sua
consegna non sono corrette. Saddam è attualmente detenuto a Camp Cropper,
prigione militare Usa in Iraq”, ha dichiarato Bosho Ibrahim vice ministro della
Giustizia irachena. Il rais quindi si trova ancora nella struttura militare
statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Ma sotto la custodia di chi?
E soprattutto, per quale motivo, subito dopo che la Corte d’Appello ha respinto
il ricorso di Saddam contro la condanna a morte, gli Stati Uniti sentono il
bisogno di passare la patata bollente agli iracheni? Tante domande senza
risposta, e che si prestano a più di un’interpretazione. La notizia si è
diffusa quando Khalil al-Dulaimi, uno degli avvocati dell'ex dittatore, ha
dichiarato che “responsabili statunitensi mi hanno chiamato e mi hanno chiesto
di prendere gli effetti personali del presidente e di Barzan al Tikriti”, il
fratellastro di Saddam che ne condivide la condanna alla pena capitale. A
questo, pochi minuti dopo, si è aggiunta la notizia diffusa da al-Jazeera
che al rais sarebbe stato chiesto di rendere note le sue ultime volontà. A quel
punto la situazione sembrava chiara: è partita la procedura per giustiziare
Saddam il 2 gennaio, come aveva dichiarato ieri durante un’intervista un altro
degli avvocati di Saddam, Ahmet Essadik.
Appuntamento con il boia rimandato. E proprio Essadik
potrebbe aver fornito una possibile spiegazione del presunto passaggio di
consegne. ''A mio giudizio l'esecuzione potrebbe avere luogo il 2 gennaio. Dopo
sarà più difficile, perché i democratici statunitensi assumeranno il controllo
delle Camere il giorno dopo'', ha dichiarato il legale di Saddam. Questo parere
potrebbe quindi fornire un’ipotesi: Saddam deve essere giustiziato in fretta
per evitare che la nuova maggioranza al Congresso ne blocchi l'esecuzione,
annullando di fatto uno dei pochi, se non l’unico, successo d’immagine per
l’amministrazione Bush dall’inizio dell’avventura irachena. Il passaggio di
consegne diventa a questo punto necessario, alla luce delle polemiche che in
tutti gli alleati europei si sono diffuse dopo la notizia del respingimento del
ricorso di Saddam. Quasi tutti i governi del vecchio continente infatti si sono
dichiarati contrari all’esecuzione, e gli Stati Uniti devono fare in modo che
tutto si svolga come una procedura tutta irachena. Ma la presa di distanza
immediata del governo di Baghdad fa ritenere che, ora che siamo al dunque, il
fragile esecutivo guidato dal premier Maliki non voglia assumersi tutto solo la
responsabilità di dare l’ordine al boia di uccidere il rais. Ordine che, come
dichiarato da Bosho Ibrahim, secondo cui “Saddam non sarà impiccato prima del
26 gennaio, quando sarà trascorso un mese esatto dalla conferma in appello
della sua condanna a morte”.
Una lunga storia. Un appuntamento solo
rimandato però. “La sentenza non sarà rivista e l'esecuzione, cui nessuno può
opporsi, non sarà rinviata: la sentenza di morte è ineluttabile. Coloro che si
oppongono all'esecuzione del criminale Saddam Hussein offendono la memoria dei
martiri dell'Iraq e alla loro dignità”, ha dichiarato non lesinando in retorica
il premier Maliki. E il balletto delle responsabilità si è arricchito
dell’intervento del tenente colonnello Chris Garver, portavoce militare Usa, che ha sottolineato come, dal punto di
vista legale, Saddam Hussein si trova sotto l'autorità del governo iracheno già
dall'inizio del primo dei processi a suo carico, nell'ottobre 2005. Questioni
di lana caprina, rispetto al fatto che la custodia di Saddam, in senso
materiale, è stata e continua a essere degli Stati Uniti. Ma il problema è
quello di farla passare, come detto, per una responsabilità irachena. Un altro
dei motivi possibili per spiegare questo balletto sulla responsabilità lo
fornisce un altro dell’infinito collegio di difesa di Saddam, l’avvocato Giovanni
Di Stefano, un personaggio che
meriterebbe un capitolo a parte. Ex socio di Milosevic, ex amico del cuore del
criminale di guerra Arkan, ex presidente del Campobasso calcio ed ex detenuto,
conosciuto anche con il soprannome di ‘Jhonny Molise’. Questo poliedrico
personaggio, nel corso di una ventina d’interviste rilasciate a destra e manca,
ha sempre sostenuto che l’istanza presentata da lui il 28 novembre 2006 al al giudice Emmet G. Sullivan della United District Court di Washington
potrebbe impedire l’esecuzione, rinviandola per dare allo stesso Di
Stefano la possibilità di incontrare Saddam e di presentare ricorso.
L’esecuzione del rais, in tutta fretta, permetterebbe di bloccare
questa eventuale procedura e in genere bloccherebbe qualunque verifica
della regolarità di un processo che, da più parti, viene criticato per
la scarsa trasparenza e il mancato rispetto di una serie di diritti
della difesa.
Christian Elia
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