
“E’ difficile descrivere le emozioni che si provano, dopo trent’anni, nel rivedere
i propri cari, la patria e i luoghi dell’infanzia. Questo ci ha dato una nuova
speranza nel futuro, una grande fiducia.”
Salem, vice-presidente della rappresentanza del popolo Saharawi in Italia, è
emozionato mentre racconta la sua visita a casa, la prima settimana di aprile.
Non basta l’esperienza di un diplomatico per restare indifferente di fronte agli
affetti e alla storia. Salem ha fatto parte del primo gruppo di 200 saharawi che,
grazie all’opera di mediazione congiunta dell’Onu e dell’Alto Commissariato delle
Nazioni Unite per i Rifugiati (Unchr), hanno ottenuto dal governo marocchino di
tornare nelle località di origine per rivedere i propri cari.
“Ho trovato una situazione abbastanza tranquilla, la rivoluzione tecnologica
dovuta a internet ha permesso a noi saharawi di tenere sempre viva l’attenzione
sulla condizione dei connazionali nel Sahara occupato e –continua Salem- questo
obbliga i marocchini a tenere un atteggiamento attento, perché sanno che, prima
o poi, eventuali violazioni saranno rese pubbliche. Si continua a commettere violenze
contro i Saharawi, ma molto meno di prima.”
Uno degli aspetti più dolorosi per i rifugiati è proprio quello della comunicazione
della mancanza di notizie da casa. Per il Sahara Occidentale il problema era ancora
più grave, visto che l’esercito marocchino, proibiva qualunque forma di corrispondenza,
postale o telefonica.
“L’unico modo per rimanere in contatto erano i satellitari che, però, pochissimi
hanno a disposizione”, racconta il rappresentante del Fronte Polisario, l’organizzazione
militare e politica che rappresenta gli interessi dei Saharawi, “ora la situazione,
grazie alle pressioni internazionali è cambiata e possiamo scriverci e avere telefoni
fissi.”
Oggi è un giorno importante per il Sahara Occidentale. Il Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite decidono sui tempi di applicazione del piano Baker, il documento
cjhe prende il nome dal responsabile per la questione saharawi nominato dall’Onu,
che prevede un referendum di autodeterminazione con cui la popolazione del Sahara
Occidentale occupato dall’esercito marocchino possano decidere del loro destino.
Il piano Baker, attraverso un referendum, vuole che la popolazione del Sahara
Occidentale, decida del proprio destino.
Fino ad ora è stato impossibile, per l’ostruzionismo del Marocco che avviene
con gli spostamenti forzati di migliaia di marocchini per alterare l’esito del
voto o con il rifiuto degli accordi internazionali. Il problema e che Rabat non
accetta il contenuto chiave del piano Baker, quello dell’autonomia del Sahara.
Per la monarchia marocchina si può trattare solo di una forma di autogoverno,
ma sempre nell’ambito della sovranità del Marocco su quelle terre.
“Gli interessi sono molti”, spiega il rappresentante saharawi, “i marocchini
sfruttano le ricchezze della mia terra, la pesca e i fosfati innanzitutto. Non
toccano il petrolio solo per l’esplicito divieto delle Nazioni Unite. Quindi cercano
in tutti i modi di ritardare ogni decisione.” Si è andati avanti per trent’anni
di rinvio in rinvio, fino a oggi.
“Siamo preoccupati”, dice Salem, “perché questa volta sembra che il rinvio sia
di dieci mesi. Quindi qualunque decisione sulla data del referendum slitterebbe
a febbraio del 2005. Tutte le volte si rimandava di due, massimo tre mesi. Speriamo
di compensare e di ottenere un rinvio massimo di sei mesi.”
Oggi se ne saprà di più, ma la sensazione e che prevalga la linea intermedia
e che il rinvio sarà fino a ottobre di questo anno. Fino a quando la popolazione
accetterà questa attesa infinita?
“Tutta la popolazione saharawi è stanca di quest’attesa, ma ha fiducia nel futuro”,
commenta Salem, “grazie alla comunità internazionale la situazione è leggermente
migliorata e ci auguriamo di arrivare presto ad una soluzione. La possibilità
di comunicare e la liberazione di attivisti saharawi detenuti da più di venti
anni danno fiducia. Ci sono due tabù in Marocco e nel Sahara occupato: non si
può parlare male della corona e non si possono nominare i Saharawi. Tutti quelli
che lo fanno ne pagano le conseguenze.”
Il primo ministro spagnolo Zapatero ha incontrato in questi giorni Mohammed VI,
re del Marocco. Uno degli argomenti dei colloqui era proprio il Sahara Occidentale.
Cosa vi aspettate dal nuovo governo spagnolo? “La Spagna è sempre stata molto
sensibile alla nostra vicenda”, dice Salem, “visto che tutto nasce dal passaggio
da colonia spagnola a Paese indipendente che ha aperto la strada alla occupazione
marocchina. Speriamo che l’aiuto non manchi con Zapatero, ma già il governo Aznar
ci era stato vicino. Il fatto è che l’80 per cento della popolazione iberica è
favorevole all’autonomia per i Saharawi e, di questo, tutti i governi debbono
tener conto.”
Qualunque sia la decisione del Consiglio di Sicurezza ritiene quindi di poter
escludere una ripresa della lotta armata? “Credo di si”, dice Salem, “anche se
tutto passa dalle Nazioni Unite, perché se mai la diplomazia internazionale dovesse
arrendersi all’impossibilità di arrivare a una mediazione, e arrivasse ad esempio
al ritiro della missione Onu in Sahara (chiamata Minurso), l’unica via che rimarrebbe
al mio popolo per ottenere la libertà sarebbe quella del conflitto, ma spero che
non accada. Il Marocco deve rendersi conto che non ci piegheremo mai all’occupazione.”