Confermata la condanna a morte per Saddam Hussein, mentre gli Usa si preparano a inviare nuove truppe
Mentre da ieri Saddam Hussein è a tutti gli effetti un dead man walking, un detenuto in attesa di esecuzione che ormai nessuno potrà più graziare, gli
Stati Uniti si preparano a inviare nel Golfo Persico altri 3.300 soldati, che
dovrebbero venire dispiegati in Iraq tra poche settimane nel tentativo di contrastare
le violenze. Che tra l’altro, con l’avvicinarsi dell’impiccagione di Saddam, potrebbero
crescere ancora.
Verso l'esecuzione. La conferma della condanna a morte è arrivata ieri da parte del più alto tribunale
d’appello iracheno, che ha disposto l’esecuzione dell’ex raìs (nonché del fratellastro
Barzan al-Tikriti e di un ex giudice rivoluzionario) entro trenta giorni, confermando
anche le reclusioni per altri tre esponenti del passato regime. Il verdetto della
corte ribadisce quello del 5 novembre, quando Saddam fu condannato per l’uccisione
di 148 persone nel villaggio sciita di Dujail nel 1982. La data dell’esecuzione
dell’ex dittatore dovrà ora essere decisa dal governo del premier Nouri al-Maliki,
dove gli sciiti sono la maggioranza. La questione non è correlata al secondo processo
aperto contro Saddam, quello per l’accusa di genocidio relativa alla campagna
di sterminio contro i curdi negli anni Ottanta. Il fatto che quel procedimento
non sia ancora arrivato neanche alla sentenza di primo grado non fermerà l’esecuzione,
hanno assicurato fonti legali irachene.
La procedura. L’ordine per procedere all’impiccagione dovrà essere controfirmato dal presidente
iracheno, il curdo Jalal Talabani, e dai due vicepresidenti. Al contrario del
premier, secondo cui l’esecuzione dell’ex raìs potrebbe aiutare il paese a uscire
dal caos, Talabani si è detto contrario a giustiziare Saddam, anche per il timore
che la sua morte rinvigorisca la guerriglia sunnita, che nell’ex dittatore vede
ancora il suo punto di riferimento. Ma nonostante i suoi dubbi Talabani dovrebbe
dare il nulla osta, magari delegando un suo vice alla firma come ha già fatto
in passato. Comunque sia, i giudici hanno fatto capire che la via verso l’esecuzione
è già tracciata. L’impiccagione potrebbe essere eseguita da un momento all’altro,
ma è probabile che le autorità irachene vorranno prima mettere in piedi adeguate
misure di sicurezza per impedire violenze settarie alla notizia dell’avvenuta
esecuzione.
Le reazioni. Il verdetto della corte è stato accolto da reazioni diverse, sia in Iraq sia
all’estero. Se gli iracheni da una parte vorrebbero un’esecuzione veloce ma dall’altra
temono un infittirsi delle violenze, la comunità internazionale è divisa da un
altro punto di vista. Come in occasione della sentenza di primo grado, il mondo
si divide sull’opportunità o no di condannare a morte l’ex rais. Mentre un portavoce
della Casa Bianca ha accolto la notizia definendola una “pietra miliare” del nuovo
corso iracheno, l’organizzazione Human Rights Watch ha fatto appello al governo
di Baghdad affinchè non proceda con l’esecuzione, giunta alla fine di “un processo
profondamente irregolare”. Da parte europea, come ha fatto il ministro degli esteri
italiano Massimo D’Alema, si ribadisce la contrarietà alla pena di morte anche
per un dittatore come Saddam, e c’è chi sottolinea come sarebbe stato meglio far
processare l’ex raìs da una corte internazionale.
Arrivano i rinforzi. Intanto, proprio in coincidenza con la conferma della condanna a morte di Saddam,
dagli Usa è trapelata la notizia secondo cui il Pentagono starebbe per inviare
3.300 nuovi soldati in Kuwait all’inizio di gennaio, per rimpolpare le riserve
da impiegare nel teatro di guerra iracheno. Secondo fonti del dipartimento della
Difesa, il nuovo segretario Robert Gates avrebbe firmato ieri l’ordine di dispiegamento,
il suo primo da quando ha rimpiazzato Donald Rumsfeld. I soldati saranno così
disponibili per aggiungersi ai 134.000 militari già presenti in Iraq, e verranno
utilizzati verosimilmente per cercare di sedare la guerriglia. La decisione segue
le disposizioni di un rapporto commissionato dalla Casa Bianca e anche di quello
dell’Iraq Study Group, che raccomandava sì un temporaneo aumento delle truppe,
ma anche un graduale ritiro a partire dal prossimo anno. Dopo aver promesso di
valutare “seriamente” le conclusioni del rapporto, il presidente Bush non ha però
ancora detto se lo seguirà o meno.