27/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Yusuf Irwandi, ex ribelle del Gam, nuovo governatore della provincia indonesiana
Yusuf IrwandiL'onda liberatrice. "Air! Air!". L'acqua! L'acqua! Il 26 dicembre 2004, il panico s'impadronì dei carcerati di Banda Aceh. Se il terremoto fu un rumore sordo, una vibrazione che attraversò le mura del palazzo della prigione come un fremito, l'onda nera che seguì, gonfia di macerie e cadaveri nella sua inesorabile avanzata, fu qualcosa di inaspettato, di immane e terribile. Yusuf Irwandi, 46 anni, sapeva che dopo il sisma sarebbe arrivata l'onda. Prima di diventare il portavoce del Gam (Gerakan Aceh Merdeka, Movimento per Aceh libera), era stato in America. Nell’Oregon, dove aveva completato i suoi studi di veterinaria con un Master, aveva seguito anche alcuni seminari sullo tsunami. Per questo adesso sapeva cosa fare. "Mi trovavo in una stanza enorme – racconta – con solo due compagni di cella perché non potevo avere contatti con gli altri detenuti: la mia eloquenza era considerata pericolosa. Provai a spiegare agli altri che presto sarebbe arrivata un'onda molto alta, e che dovevamo convincere i secondini a farci salire sul tetto. Molti prigionieri, terrorizzati, si accalcarono a ridosso del cancello d'uscita. Furono i primi a essere uccisi. Io mi arrampicai sulle inferriate, raggiunsi il soffitto e mi accorsi che era di un materiale friabile. Riguadagnai la libertà grazie a quella che per la mia gente fu la peggiore catastrofe della storia".
 
Un momento delle elezioniUn voto storico. Nella provincia indonesiana di Aceh, nel nord dell'isola di Sumatra, lo tsunami uccise 170 mila persone, cancellando tutto ciò che incontrava nel raggio di un chilometro. Per quelle stesse strade, due anni fa impregnate solo di morte e desolazione, il 10 dicembre scorso sono affluiti migliaia di elettori in festa. Con il primo voto libero, gli acehnesi hanno spazzato via un sanguinoso passato, che ha visto fronteggiarsi i guerriglieri indipendentisti del Gam e i feroci militari del Tni (Tentara Nasional Indonesia, l’esercito indonesiano). Nella provincia più osservante di tutta l'Indonesia musulmana – dove esiste una speciale polizia per vigilare sull'applicazione della Sharia –, fino a due anni fa esecuzioni, processi sommari, torture e violenze sui civili facevano da corollario ai raid militari condotti dall'esercito per stanare i guerriglieri nascosti nella giungla. Poi, dopo trent’anni e quindicimila morti, arrivò la pace. Grazie alla mediazione dell'ex presidente finlandese Martti Athisari, il 15 agosto 2005 le parti firmarono uno storico accordo che contemplava il disarmo dei ribelli, il ritiro delle truppe di occupazione, l'autonomia per la provincia e il diritto dei suoi cittadini al 70 per cento dei proventi delle risorse minerarie (gas e petrolio) di cui abbondano i fondali indonesiani nello Stretto di Malacca.
 
Ponte distrutto a Banda Aceh (foto di Luca Galassi)Vita spericolata. Nel negoziato fu fondamentale il contributo di Yusuf Irwandi. Quest’uomo, in soli due anni, è passato dal carcere, dove avrebbe dovuto scontare nove anni per alto tradimento, alla poltrona di governatore della provincia di Aceh. Osservatori internazionali, analisti politici, diplomatici, funzionari governativi, e forse anche lui stesso, si chiedono tutt’ora come abbia fatto. La risposta l’hanno data i due terzi dei cittadini di Aceh. E la sua volontà di continuare a vivere e a lottare dopo che lo tsunami aveva inghiottito la sua città. “Nuotai fino alla via principale di Banda Aceh, che è il capoluogo della provincia – continua a raccontare Irwandi –, e vidi la città in cui ero imprigionato galleggiare sull’acqua. Gente sui tetti che implorava aiuto, chi aveva trovato rifugio sugli alberi, sopravvissuti che oscillavano su imbarcazioni di fortuna. Arrivai, galleggiando su un letto, nel luogo dove abitavo. Trovai la mia famiglia solo dopo due giorni, due giorni in cui sia io che loro credevamo che non ci saremmo più rivisti”. La moglie di Irwandi aveva appreso via radio dell’arrivo dell’onda, e si era messa in macchina, portando in salvo le figlie. “Impiegammo due giorni a ritrovarci – spiega l’ex portavoce dei ribelli –, ma la cosa più divertente fu che uno dei vicini che mia moglie aveva salvato era in realtà un agente segreto. Il ministero dell’Interno l’aveva messo sulle mie tracce per controllarmi. Ma lui non sapeva che io sapevo. Quando mi vide mi abbracciò, ringraziandomi. Dopo una chiacchierata molto franca, ammise che abitava nel mio quartiere per informarsi su chi veniva in carcere a riferirmi della situazione. Credo gli sia costato molto dirmelo, ma sono convinto che sia rimasto di sasso quando gli ho risposto: ma io lo sapevo da tempo!”.
 
Litorale di Aceh dopo lo tsunami (foto di Luca Galassi)Comincia il futuro. Irwandi parla seraficamente, sciogliendo in una risata le preoccupazioni passate e future, adesso che è l’uomo più importante della provincia di Aceh. E continuerebbe a raccontare, se gli impegni in agenda glielo consentissero. La sua rocambolesca e avventurosa esistenza ne fa un personaggio da film. Dopo essersi assicurato che la sua famiglia fosse al sicuro, tornò alla macchia, questa volta nascondendosi nella tana del lupo: trascorse sei mesi in un albergo nel centro di Giacarta, a pochi isolati di distanza dal ministero dell’Interno, da dove gli 007 dell’intelligence indonesiana partivano per cercarlo nelle foreste più remote. “Dopo mesi di sacrifici contattai l’annoiata moglie di un generale che comandava gli spioni sulle mie tracce. Una donna sola e molto trascurata: non fu difficile, in capo a poche settimane, entrare in confidenza con lei. Il generale usciva di casa per venire a darmi la caccia e, poco dopo, la moglie veniva a trovarmi in albergo, raccontandomi delle missioni e degli spostamenti del marito”. La sua risata si fa fragorosa: “E’ anche successo che sia stato io ad andare a casa del generale dopo che era uscito!”. Smessi i panni del ribelle, Yusuf Irwandi affronta oggi una nuova, impegnativa sfida. Secondo un recente rapporto della Ong britannica Oxfam, almeno 25 mila famiglie, a due anni dallo tsunami, attendono ancora una casa e un lavoro. “Queste elezioni – conclude – hanno fatto diventare realtà il sogno degli acehnesi, ma la strada davanti a noi è ancora molto dura, e il lavoro della ricostruzione ci impegnerà a lungo”. Alla fine dell’intervista, Irwandi si congeda cordialmente. In noi matura la netta impressione che sia proprio lui l’uomo giusto per Aceh. Questa volta sulla poltrona di governatore.

Luca Galassi

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