Scritto per noi da
Gianluca Ursini
foto di Gianluca Ursini
Certi Paesi ti fanno rimpiangere quei film di cowboy in cui era chiaro dove fosse
il nemico da biasimare, senza ambiguità. Il Libano è uno di questi e tutta la
situazione del Vicino Oriente fa pensare che sia davvero impossibile prendere
una posizione che si creda di poter mantenere a lungo. Difficile trovare negli
ultimi 30 anni di torti subiti, massacri perpetrati e attacchi reciproci, una
parte che abbia solo patito delle offese e non abbia a sua volta rifiutato un'occasione
per siglare una pace o non sia a sua volta diventata aggressore dopo essere stata
per anni vittima. Israele, Palestinesi, sunniti e sciiti libanesi, comunità cristiane,
tutti hanno dovuto subire degli attacchi, senza far mancare delle ritorsioni più
o meno cruente, senza aver perso almeno una occasione di dimenticare il passato
e siglare una pace che faccia ripartire la ruota della Storia.
Una vita in Prima linea Francesca Iàcona è venuta in Libano durante l’emergenza umanitaria seguita al
conflitto israelo-libanese concluso dalla tregua del 14 agosto. Ha messo in opera
dal 24 agosto progetti di assistenza umanitaria per la Ong
Terre des Hommes Italia (TdH) e altre cooperazioni con organizzazioni locali nel campo dell’educazione
e dell’assistenza all’infanzia. TdH ha portato assistenza ai profughi del conflitto
nelle prime settimane di guerra attraverso la distribuzione di viveri, acqua e
medicine, in collaborazione con la municipalità di Saida (Sidone). Nella valigia
Francesca portava con sé quasi 15 anni di esperienze nei fronti più caldi, dalla
Bosnia ’96 a Gaza (due anni, un progetto vissuto dentro un campo profughi) all’Indonesia
alla Macedonia allo Zimbabwe. Unica operatrice umanitaria italiana nel Sud Libano,
almeno fino a inizio settembre, con la sua voce ci dà un punto di vista direttamente
partecipe delle vicende recenti vissute dai libanesi, con il disincanto di chi
ha visto spettacoli anche più cruenti.
Cominciamo dall’emergenza umanitaria di questa estate..
“Cominciamo col dire che non la chiamerei esattamente ‘Emergenza Umanitaria..
Ho visto situazioni come Sumatra da poco devastata dallo tsunami, o la Bosnia
post-Dayton. Quel che ho visto in altri teatri di guerra mi permette di dire che
questa estate in Libano non ha lasciato un’emergenza di proporzioni preoccupanti:
anche se 200mila persone ancora aspettano di tornare nelle loro case, non esistono
difficoltà ad approviggionarsi di cibo, l’accesso alle cure mediche è garantito,
gran parte dei bambini possono tornare a scuola, se la loro non è stata distrutta
dai bombardamenti e i lavori per ricostruire gli 80 ponti distrutti sono iniziati.
Nulla di paragonabile alla situazione dei Balcani ad anni di distanza dalla fine
del conflitto in Bosnia”.
In ogni caso, per la ricostruzione, sono arrivati parecchi denari..
”Come in altre occasioni, troppi soldi.. Dalla conferenza dei donatori di Stoccolma
d’agosto sono arrivati 940 milioni di dollari, oltre ai 300 e 500 milioni promessi
rispettivamente da Kuwait e Arabia saudita per la ricostruzione delle 15mila case
distrutte.. ma lo stato libanese, tramite il premier Fuad Siniora ha stimato in
3,6 miliardi di dollari i danni causati dall’attacco d’Israele.. Una montagna
di soldi che può scatenare l‘appetito dei politici locali, oltre all’afflusso
delle varie agenzie umanitarie che, come al solito, con la loro disponibilità
di spesa per logistica e alloggi stanno per sconvolgere l’economia del Sud Libano,
portando i prezzi ai livelli europei”
La guerra può anche diventare un affare, è difficile stabilire cifre certe in
un paese come il Libano..
“..dove non si sa nemmeno con certezza quanta gente ci abiti! L’ultimo censimento
organizzato dallo Stato risale al 1926, durante l’occupazione francese e prima
della proclamazione della Costituzione libanese. Quanti siano ora i cittadini
libanesi, non si sa! Ad occhio i calcoli dell’Undp (agenzia Onu per lo sviluppo)
indicano 3 milioni 900mila persone, ma non hanno indicazioni accurate di quanti
hanno scelto la diaspora dopo gli eventi degli ultimi 30 anni.. Basti dire che
nessuno sa dire con sicurezza quanti siano i profughi palestinesi accolti dal
Libano: le associazioni con cui collaboriamo giurano sui 700mila, la Unrwa (agenzia
Onu che fornisce i servizi basilari ai profughi del ’48) ne censisce 400mila,
tutti i partiti libanesi sono convinti che non siano meno di un milione.”
A chi interessa questa confusione?
“E' un problema politico. Nessuna parte vuole che si sappia quale sia la vera
proporzione delle popolazioni nel Paese, per evitare di rinnovare il Patto informale
sul quale si basa dal 1943 il Paese, con la Presidenza della Repubblica ai cristiani,
quella del Parlamento agli sciiti, e il premier sunnita. Un gioco di equilibri
che si basa su una divisione demografica che ormai dovrebbe essere superata, vista
la sproporzionata crescita demografica degli sciiti al Sud. Per quanto riguarda
i palestinesi, è presto detto, fanno comodo soprattutto ai libanesi, che ne hanno
un ritorno economico, con tanta manodopera in nero a costi bassissimi (ai palestinesi
fino a due anni fa erano interdetti 76 mestieri, praticamente tutti, il che li
costringe a lavorare in nero a metà prezzo, ndr) che però reinveste i guadagni
nel loro mercato interno.. In più, i libanesi possono vantare agli occhi del resto
del mondo arabo il loro sacrificio nell’ospitare i “fratelli” palestinesi.. una
presenza direi in realtà a malapena tollerata.
Le tue analisi fanno piazza pulita di tanto ‘buonismo’ nostrano verso la fratellanza
interaraba in Medio oriente..
“In realtà ho tanta voglia di dire le cose come stanno perché dopo due mesi qui
sono ancora sconvolta dalla schizofrenia della società in cui mi trovo. Per schizofrenia
intendo una esistenza scollegata dalla realtà. E’ quella in cui vivono la maggioranza
dei palestinesi, come già avevo sperimentato a Gaza, che tirano avanti convinti
del proprio ritorno esattamente nelle stesse case che hanno abbandonato nel ’48
o nel ’67! In molti qui ti diranno che prima o poi i ‘Sayaddùn’ (i sionisti, ndr) si ritireranno dalla Palestina, e gli arabi torneranno sulle
loro terre.. Ma fossero solo loro! Anche i libanesi non riconoscono lo Stato d’Israele,
come si vede dalle loro mappe dove al confine Sud c’è scritto ‘Palestina’, e non
solo, sono anche convinti che una pace non sia possibile, ma che prima o poi gli
israeliani se ne andranno. È assurdo vivere non riconoscendo i propri vicini.
Tutti i libanesi, non solo i palestinesi, vivono questa esistenza dissociata,
con l’aggravante che i palestinesi vivono compressi nei campi profughi, in cui
respirano violenza che diventa giorno dopo giorno una costante delle loro vite.”
Mi dicevi che per questo trovi conforto nel tuo lavoro
“Sì, ho trovato un’ancora di salvezza alla follia di questa situazione dai progetti
paralleli all’emergenza umanitaria che abbiamo svolto come Terre des Hommes Italia con i nostri partner locali, che sono molto bravi a lavorare coi bambini
e hanno parecchi progetti di recupero dell’infanzia nei campi profughi,, in breve,
riescono a togliere questi ragazzi dalla strada dove un giorno potrebbero trovarsi
in mezzo ad una rissa risolta a colpi di kalshnikov e rimanerci..“
Nei giorni di Ramadan in cui ci troviamo in Sidone, un bambino di 12 anni, Ahmed
Halabi, si è trovato nel mezzo di una rissa scoppiata tra coetanei per il possesso
di alcuni fuochi d’artificio, poco fuori il campo profughi di Ain el Helwi, il
più grande del Libano con 70mila abitanti; la rissa è degenerata fino a far intervenire
i fratelli maggiori, rinvangando le tensioni latenti tra i vari gruppi politici
presenti nei campi palestinesi; gli adulti hanno fatto parlare le armi, e Ahmed
non ha fatto in tempo a scappare: è stato raggiunto da due proiettili all’addome
ed è morto in ospedale poche ore dopo. “
Nabaa, il nostro partner palestinese – continua Francesca – svolge progetti per assistere
nel doposcuola i bimbi che non potrebbero stare in famiglia, perché vivono in
case affollate, o per il recupero di chi viene espulso dalle scuole UnRwa. Una
attività utile, soprattutto perché insegna qualcosa di diverso a questi ragazzi,
che non sia la guerra ad Israele, l’eroismo dei loro martiri kamikaze, le lotte
tra fazioni a colpi di mitra. Ho ancora vivo il ricordo dei bambini di Gaza, sapevano
dipingere i loro disegni solo con un colore: quello del sangue”.