08/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una cooperante italiana esprime il suo scetticismo sul futuro dell'area
Scritto per noi da
Gianluca Ursini
foto di Gianluca Ursini
Certi Paesi ti fanno rimpiangere quei film di cowboy in cui era chiaro dove fosse il nemico da biasimare, senza ambiguità. Il Libano è uno di questi e tutta la situazione del Vicino Oriente fa pensare che sia davvero impossibile prendere una posizione che si creda di poter mantenere a lungo. Difficile trovare negli ultimi 30 anni di torti subiti, massacri perpetrati e attacchi reciproci, una parte che abbia solo patito delle offese e non abbia a sua volta rifiutato un'occasione per siglare una pace o non sia a sua volta diventata aggressore dopo essere stata per anni vittima. Israele, Palestinesi, sunniti e sciiti libanesi, comunità cristiane, tutti hanno dovuto subire degli attacchi, senza far mancare delle ritorsioni più o meno cruente, senza aver perso almeno una occasione di dimenticare il passato e siglare una pace che faccia ripartire la ruota della Storia.
 
Francesca IaconaUna vita in Prima linea Francesca Iàcona è venuta in Libano durante l’emergenza umanitaria seguita al conflitto israelo-libanese concluso dalla tregua del 14 agosto. Ha messo in opera dal 24 agosto progetti di assistenza umanitaria per la Ong Terre des Hommes Italia (TdH) e altre cooperazioni con organizzazioni locali nel campo dell’educazione e dell’assistenza all’infanzia. TdH ha portato assistenza ai profughi del conflitto nelle prime settimane di guerra attraverso la distribuzione di viveri, acqua e medicine, in collaborazione con la municipalità di Saida (Sidone). Nella valigia Francesca portava con sé quasi 15 anni di esperienze nei fronti più caldi, dalla Bosnia ’96 a Gaza (due anni, un progetto vissuto dentro un campo profughi) all’Indonesia alla Macedonia allo Zimbabwe. Unica operatrice umanitaria italiana nel Sud Libano, almeno fino a inizio settembre, con la sua voce ci dà un punto di vista direttamente partecipe delle vicende recenti vissute dai libanesi, con il disincanto di chi ha visto spettacoli anche più cruenti.
 
Cominciamo dall’emergenza umanitaria di questa estate..
“Cominciamo col dire che non la chiamerei esattamente ‘Emergenza Umanitaria.. Ho visto situazioni come Sumatra da poco devastata dallo tsunami, o la Bosnia post-Dayton. Quel che ho visto in altri teatri di guerra mi permette di dire che questa estate in Libano non ha lasciato un’emergenza di proporzioni preoccupanti: anche se 200mila persone ancora aspettano di tornare nelle loro case, non esistono difficoltà ad approviggionarsi di cibo, l’accesso alle cure mediche è garantito, gran parte dei bambini possono tornare a scuola, se la loro non è stata distrutta dai bombardamenti e i lavori per ricostruire gli 80 ponti distrutti sono iniziati. Nulla di paragonabile alla situazione dei Balcani ad anni di distanza dalla fine del conflitto in Bosnia”.
 
Lavori di ricostruzione nel sud di BeirutIn ogni caso, per la ricostruzione, sono arrivati parecchi denari..
”Come in altre occasioni, troppi soldi.. Dalla conferenza dei donatori di Stoccolma d’agosto sono arrivati 940 milioni di dollari, oltre ai 300 e 500 milioni promessi rispettivamente da Kuwait e Arabia saudita per la ricostruzione delle 15mila case distrutte.. ma lo stato libanese, tramite il premier Fuad Siniora ha stimato in 3,6 miliardi di dollari i danni causati dall’attacco d’Israele.. Una montagna di soldi che può scatenare l‘appetito dei politici locali, oltre all’afflusso delle varie agenzie umanitarie che, come al solito, con la loro disponibilità di spesa per logistica e alloggi stanno per sconvolgere l’economia del Sud Libano, portando i prezzi ai livelli europei”
 
La guerra può anche diventare un affare, è difficile stabilire cifre certe in un paese come il Libano..
“..dove non si sa nemmeno con certezza quanta gente ci abiti! L’ultimo censimento organizzato dallo Stato risale al 1926, durante l’occupazione francese e prima della proclamazione della Costituzione libanese. Quanti siano ora i cittadini libanesi, non si sa! Ad occhio i calcoli dell’Undp (agenzia Onu per lo sviluppo) indicano 3 milioni 900mila persone, ma non hanno indicazioni accurate di quanti hanno scelto la diaspora dopo gli eventi degli ultimi 30 anni.. Basti dire che nessuno sa dire con sicurezza quanti siano i profughi palestinesi accolti dal Libano: le associazioni con cui collaboriamo giurano sui 700mila, la Unrwa (agenzia Onu che fornisce i servizi basilari ai profughi del ’48) ne censisce 400mila, tutti i partiti libanesi sono convinti che non siano meno di un milione.”
 
Distruzione nei quartieri sciiti di BeirutA chi interessa questa confusione?
“E' un problema politico. Nessuna parte vuole che si sappia quale sia la vera proporzione delle popolazioni nel Paese, per evitare di rinnovare il Patto informale sul quale si basa dal 1943 il Paese, con la Presidenza della Repubblica ai cristiani, quella del Parlamento agli sciiti, e il premier sunnita. Un gioco di equilibri che si basa su una divisione demografica che ormai dovrebbe essere superata, vista la sproporzionata crescita demografica degli sciiti al Sud. Per quanto riguarda i palestinesi, è presto detto, fanno comodo soprattutto ai libanesi, che ne hanno un ritorno economico, con tanta manodopera in nero a costi bassissimi (ai palestinesi fino a due anni fa erano interdetti 76 mestieri, praticamente tutti, il che li costringe a lavorare in nero a metà prezzo, ndr) che però reinveste i guadagni nel loro mercato interno.. In più, i libanesi possono vantare agli occhi del resto del mondo arabo il loro sacrificio nell’ospitare i “fratelli” palestinesi.. una presenza direi in realtà a malapena tollerata.
 
Uomini armati nel campo palestinese a SidoneLe tue analisi fanno piazza pulita di tanto ‘buonismo’ nostrano verso la fratellanza interaraba in Medio oriente..
“In realtà ho tanta voglia di dire le cose come stanno perché dopo due mesi qui sono ancora sconvolta dalla schizofrenia della società in cui mi trovo. Per schizofrenia intendo una esistenza scollegata dalla realtà. E’ quella in cui vivono la maggioranza dei palestinesi, come già avevo sperimentato a Gaza, che tirano avanti convinti del proprio ritorno esattamente nelle stesse case che hanno abbandonato nel ’48 o nel ’67! In molti qui ti diranno che prima o poi i ‘Sayaddùn’ (i sionisti, ndr) si ritireranno dalla Palestina, e gli arabi torneranno sulle loro terre.. Ma fossero solo loro! Anche i libanesi non riconoscono lo Stato d’Israele, come si vede dalle loro mappe dove al confine Sud c’è scritto ‘Palestina’, e non solo, sono anche convinti che una pace non sia possibile, ma che prima o poi gli israeliani se ne andranno. È assurdo vivere non riconoscendo i propri vicini. Tutti i libanesi, non solo i palestinesi, vivono questa esistenza dissociata, con l’aggravante che i palestinesi vivono compressi nei campi profughi, in cui respirano violenza che diventa giorno dopo giorno una costante delle loro vite.”
 
Mi dicevi che per questo trovi conforto nel tuo lavoro
“Sì, ho trovato un’ancora di salvezza alla follia di questa situazione dai progetti paralleli all’emergenza umanitaria che abbiamo svolto come Terre des Hommes Italia con i nostri partner locali, che sono molto bravi a lavorare coi bambini e hanno parecchi progetti di recupero dell’infanzia nei campi profughi,, in breve, riescono a togliere questi ragazzi dalla strada dove un giorno potrebbero trovarsi in mezzo ad una rissa risolta a colpi di kalshnikov e rimanerci..“
 
Nei giorni di Ramadan in cui ci troviamo in Sidone, un bambino di 12 anni, Ahmed Halabi, si è trovato nel mezzo di una rissa scoppiata tra coetanei per il possesso di alcuni fuochi d’artificio, poco fuori il campo profughi di Ain el Helwi, il più grande del Libano con 70mila abitanti; la rissa è degenerata fino a far intervenire i fratelli maggiori, rinvangando le tensioni latenti tra i vari gruppi politici presenti nei campi palestinesi; gli adulti hanno fatto parlare le armi, e Ahmed non ha fatto in tempo a scappare: è stato raggiunto da due proiettili all’addome ed è morto in ospedale poche ore dopo. “Nabaa, il nostro partner palestinese – continua Francesca – svolge progetti per assistere nel doposcuola i bimbi che non potrebbero stare in famiglia, perché vivono in case affollate, o per il recupero di chi viene espulso dalle scuole UnRwa. Una attività utile, soprattutto perché insegna qualcosa di diverso a questi ragazzi, che non sia la guerra ad Israele, l’eroismo dei loro martiri kamikaze, le lotte tra fazioni a colpi di mitra. Ho ancora vivo il ricordo dei bambini di Gaza, sapevano dipingere i loro disegni solo con un colore: quello del sangue”.
 
Parole chiave: Libano, ricostruzione, Iacona, Ursini, palestinesi, Hezbollah
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Libano