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I fatti. A gennaio (al massimo a febbraio), quindi, altri circa 750 soldati
salvadoregni (attualmente sono 389) andranno in Medio Oriente ad affiancare il
fedele alleato statunitense e continueranno a, secondo la versione del governo
salvadoregno, "ricostruire strade, scuole, ospedali
e riallacciare l’energia elettrica e le tubature per l’acqua potabile nei villaggi
iracheni".
Due paesi amici. Dopo la decisione del Congresso, però, le critiche hanno investito
il presidente, Saca. Roberto Lorenzana, deputato del Frente Farabundo Martì (Fmln),
ha tuonato “Qui ci raccontano che si inviano truppe in Iraq per mandato delle
Nazioni Unite. Non è vero. Raccontino la verità. Il governo, e tutti quelli che
lo appoggiano, hanno preso questa decisione per fare un favore agli Stati Uniti”.
E, anche se gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale di El Salvador,
è il problema immigrazione quello che, forse, più interessa il governo della capitale,
San Salvador. Le rimesse degli immigrati sono uno dei motori trainanti dell’economia
nazionale e la possibilità di ricevere dall’amministrazione Usa trattamenti di
favore per i propri concittadini, o l’eventualità di nuovi accordi per il futuro
risulta, quindi, vitale per l’intera nazione. Comunque sia,
l’arcivescovo della capitale, Fernando Sàenz, non è d’accordo con il Congresso.
“Personalmente vorrei che nessun militare salvadoregno fosse presente in Iraq,
indipendentemente dal fatto che si stiano realizzando progetti umanitari, come
dice il governo. La situazione è ad alto rischio”. Dello
stesso avviso le organizzazioni umanitarie che per voce del presidente della Comision
de Derechos Humanos (Cdhes), Miguel Montenegro, fanno sapere: “I militari dovrebbero
restare nel nostro paese. Qui potrebbero lavorare senza nessun rischio, facendo
quello che fanno in Iraq. Il presidente, però, preferisce mantenere buoni i rapporti
con gli Usa e continua a mandarli in MedioOriente”.Alessandro Grandi
Parole chiave: El Salvador, guerra, Iraq, pace, Alessandro Grandi, peacereporter