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I dati. I numeri
del rapporto dell’Unicef sono impressionanti: nei quattro distretti costieri
del Kenya (Mombasa, Kilifi, Malindi e Kwale), 15 mila ragazze tra i 12 e i 18
anni, ossia il 30 percento del totale in questa fascia d’età, si sono
prostituite occasionalmente, mentre sarebbero 3 mila quelle che lo fanno in
maniera continuata. A foraggiare l’industria del sesso, oltre ai già citati
italiani (18 percento), tedeschi (14 percento) e svizzeri (12 percento) ci
sarebbe un nutrito numero di locali (38 percento) che hanno fatto scattare l’allarme
tra le autorità. L’industria del sesso non è solo roba da turisti, nonostante
il loro arrivo abbia dato una decisiva spinta alle attività che girano attorno
allo sfruttamento della prostituzione minorile. Attività che contribuiscono ad
accrescere i tanti milioni di dollari (648 nel 2005, con un incremento del 15
percento rispetto all’anno precedente) che il Kenya guadagna ogni anno dal
turismo.
Collaborazione.
Comprensibile che, in un quadro del genere, le
attività di recupero delle ragazze portate avanti da associazioni e Ong locali
si rivelino una goccia nel mare. A livello repressivo la situazione non è
migliore, visto che i pochi turisti che finiscono nelle maglie della giustizia
riescono a cavarsela con sostanziose mazzette elargite a giudici e poliziotti.
Il
governo di Mwai Kibaki, travolto da scandali finanziari a ripetizione, non si
è
finora interessato granché alla questione del turismo sessuale, che ha oltretutto
favorito lo spaccio di droga e la diffusione dell’Aids nelle regioni costiere.
Alla
presa di coscienza delle autorità seguirà una collaborazione con i governi
europei da cui proviene la gran parte dei turisti? Roma, Berlino e Berna sono
avvisate.Matteo Fagotto