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C'è una piazza ad Algeri, si chiama piazza Addis Abeba. Qui ha sede la Lega Algerina per i Diritti dell'Uomo (Laddh) e, ogni mercoledì, davanti agli uffici dell'associazione si riunisce una folla silenziosa. Sono quasi tutte donne. Madri e mogli, sorelle e fidanzate dei desaparecidos della guerra civile che ha insanguinato l'Algeria negli anni Novanta. Come altre donne che, seppur divise da un oceano, piangono allo stesso modo i figli, i mariti e i fidanzati scomparsi in Argentina. La piazza ha un nome diverso, ma la determinazione di queste donne è la medesima.
La guerra civile. Un calcolo preciso è impossibile, ma le stime indipendenti più credibili quantificano tra le 7 mila e le 10 mila le persone svanite nel nulla durante il conflitto algerino. Le donne portano dei cartelli, con le foto dei congiunti scomparsi e di cui non hanno più notizie da anni. Chiedono giustizia, chiedono di sapere la verità e chiedono di avere un corpo sul quale piangere. Le persone scomparse in Algeria pesano sulla coscienza sia degli intrgralisti islamici del Gruppo islamico armato (Gia) che su quelle dei reparti speciali dell'esercito che si sono combattuti con ferocia inaudita e con abusi e violenze ai danni della popolazione civile, da una parte e dall'altra. Si calcola che, dal 1992 al 1999, siano state 150 mila le vittime di questo massacro. Oggi la situazione, almeno nelle parole del governo del presidente algerino Bouteflika, pare sotto controllo e gli algerini hanno fiducia nel presidente, tanto da rieleggerlo per altri cinque anni ad aprile del 2004 con il 90 per cento dei voti. Bouteflika è l'uomo che, per la maggior parte degli algerini, è riuscito a chiudere una stagione di massacri e di terrore generalizzato, anche se ancora oggi le schermaglie tra militari e fondamentalisti lasciano sul terreno una media di cento vittime al mese. Bouteflika è riuscito a circoscrivere la lotta agli irriducibili del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), e con la promulgazione della Legge di concordia nazionale del 1999 ha ottenuto la resa e la collaborazione di molti militanti in cambio di un'amnistia. Una lotta armata rimane, ma non sconvolge più la vita della popolazione civile in modo apocalittico come negli anni Novanta.
Le madri di piazza Addis Abeba. Il governo Bouteflika non è riuscito a convincere tutti che la politica dell'amnistia
sia quella più utile al futuro dell'Algeria. Non le madri dei desaparecidos. Loro
continuano a chiedere che i responsabili dei massacri paghino le loro colpe e,
in modo particolare, chiedono che non finiscano le ricerche degli scomparsi. Amnesty
International, già nel 2000, aveva chiesto d'interrogare i generali Mohammed Lamari,
Tewfik Mediene e Smain Lamari che all'epoca del conflitto comandavano i corpi
speciali e i servizi segreti, ma il governo li ha protetti e la stampa vicina
a Bouteflika (praticamente tutta secondo Reporter sans frontiere) ha attaccato
duramente l'associazione che si batte per i diritti umani. Secondo le organizzazioni
algerine e internazionali che si battono per il rispetto dei diritti umani, il
governo teme che i vertici militari possano essere incriminati per crimini contro
l'umanità. Il governo aveva scelto un profilo basso che puntava a un colpo di
spugna sugli eccessi del conflitto, ma questo non accontentava le famiglie dei
desaparecidos che hanno sempre rifiutato ogni proposta d'indennizzo e che continuano
a chiedere giustizia.
L'inchiesta. Al momento non ci sono ancora risultati apprezzabili, ma il presidente Bouteflika
a novembre del 2004 ha lasciato intendere che i termini dell'amnistia del 1999
potrebbero essere estesi a tutti coloro che si sono macchiati di crimini e abusi
durante la guerra civile e che mostrano pentimento. Davanti a questa possibilità
le famiglie degli scomparsi sono insorte e continuano il presidio della piazza
Addis Abeba. Temono che questo garantisca l'impunità per i militari e che possa
portare alla liberazione di fondamentalisti che, fingendosi pentiti, potrebbero
tornare alla lotta armata. Il governo per ora prende tempo, ma i segnali non sono
positivi, almeno stando all'episodio di Relizane. Nel novembre del 2003 a Relizane,
300 chilometri da Algeri, Mohammed Hadj Smain, un attivista del Liddh, ha testimoniato
il ritrovamento degli effetti personali di Saidane Hadj Abed, una delle persone
scomparse durante la guerra civile. Convinto di aver individuato una fossa comune
ha chiesto un'ispezione alla polizia che ha però fatto sapere di non aver rinvenuto
nulla. Smain sostiene di avere le testimonianze della gente del posto che afferma
di aver visto i militari portar via delle salme durante la notte del sopralluogo.
Un insabbiamento insomma, l'ennesimo atto del governo per nascondere un passato
troppo ingombrante. Si possono nascondere dei cadaveri, ma ogni mercoledì in piazza
Addis Abeba ad Algeri c'è chi ricorda a tutti che non si deve dimenticare.
Christian Elia