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Una lunga storia. I sikh sono arrivati dall'India in Afghanistan nel XIX secolo,
insieme agli inglesi. Per più di un centinaio d'anni hanno avuto un ruolo
importante nell'economia afgana: insieme a indù ed ebrei, i sikh erano
tradizionalmente impegnati nel prestito del denaro, attività invece proibita –
il Corano vieta il prestito a interesse - ai musulmani, che costituiscono la
maggioranza della popolazione. Ma dalla metà del secolo scorso qualcosa è
cambiato, e la comunità ha iniziato a lasciare il Paese a ondate successive.
Alcuni se ne sono andati nel 1979, quando in Afghanistan è stato instaurato un
regime comunista. Altri ancora se ne sono andati durante la guerra che ha
opposto le diverse fazioni di mujaheddin, dopo la presa di Kabul nel 1992. Con
l'ascesa al potere dei talebani, nel 1994, la loro situazione è ancora
peggiorata. Ai sikh è stato imposto di indossare un turbante giallo.
“Nel vostro interesse”, è stato detto: il segno distintivo li avrebbe protetti
dalla polizia religiosa, autorizzata ad arrestare e picchiare chiunque violasse
le disposizioni dei talebani sulla
lunghezza della barba “ da buon musulmano”. Alle donne sikh è stato
invece imposto il burqa, completamente estraneo alla loro cultura. Chi poteva,
allora, ha lasciato il Paese. E ancora, dopo l'invasione statunitense del 2001,
chi aveva i mezzi per farlo è scappato dalle bombe di Enduring Freedom. Ma
lasciare l'Afghanistan e cercare rifugio altrove, per chi non ha documenti come
la maggior parte degli afgani – non solo sikh – si è rivelata un'impresa
tutt'altro che facile.
Una difficile fuga. Decine di migliaia di sikh sono entrati illegalmente in
Pakistan, cercando poi di passare in India, ma le pessime relazioni
diplomatiche tra i due Paesi hanno fatto sì che rimanessero bloccati per anni
nei campi profughi, in attesa di un visto che non arrivava. E anche chi è
riuscito ad entrare in India ha dovuto soffrire le conseguenze del limbo
giuridico in cui vivono i rifugiati: la prima famiglia di sikh afgani ha
ottenuto la cittadinanza indiana nel febbraio scorso, dopo ben dodici anni di
lavoro a Nuova Delhi. I circa millecinquecento sikh rimasti in
Afghanistan, oggi, denunciano la discriminazione a cui sono sottoposti, in
particolare nel sud del Paese. Nella città di Kandahar, ex roccaforte talebana
e teatro da mesi dei più feroci scontri
fra miliziani e forze della coalizione, l'unico tempio sikh è ben
nascosto in un cortile interno, difeso da una doppia porta senza segni di
riconoscimento. “Non abbiamo diritti”, racconta un uomo dal turbante blu, “la
gente ci grida di tornare in India, a volte ci tirano le pietre”. “Noi non
vogliamo rimanere in Afghanistan, ma non abbiamo scelta”, gli fa eco un altro.
I loro racconti hanno scandalizzato le associazioni indiane per la tutela delle
minoranze religiose, che hanno chiesto al governo di Nuova Delhi di aiutare i
sikh
afgani garantendo la possibilità di entrare in India in tempi rapidi e con un
regolare visto. Intanto, a Kandahar, i turbanti blu continuano a nascondersi.
Cecilia Strada