19/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Costretti a nascondersi e discriminati, anche quando cercano di scappare: la vita dei sikh in Afghanistan
Hanno vissuto in Afghanistan per secoli. Alla fine degli anni Ottanta erano più di mezzo milione, sparsi in tutto il Paese. Oggi ne sono rimaste poche migliaia, soprattutto nella capitale Kabul e nelle province meridionali di Helmand e Kandahar. E non hanno una vita facile: “Noi sikh abbiamo paura, qui. Siamo costretti a nasconderci”, racconta un uomo di Kandahar.
 
bambini sikh in AfghanistanUna lunga storia. I sikh sono arrivati dall'India in Afghanistan nel XIX secolo, insieme agli inglesi. Per più di un centinaio d'anni hanno avuto un ruolo importante nell'economia afgana: insieme a indù ed ebrei, i sikh erano tradizionalmente impegnati nel prestito del denaro, attività invece proibita – il Corano vieta il prestito a interesse - ai musulmani, che costituiscono la maggioranza della popolazione. Ma dalla metà del secolo scorso qualcosa è cambiato, e la comunità ha iniziato a lasciare il Paese a ondate successive. Alcuni se ne sono andati nel 1979, quando in Afghanistan è stato instaurato un regime comunista. Altri ancora se ne sono andati durante la guerra che ha opposto le diverse fazioni di mujaheddin, dopo la presa di Kabul nel 1992. Con l'ascesa al potere dei talebani, nel 1994, la loro situazione è ancora peggiorata. Ai sikh è stato imposto di indossare un turbante giallo. “Nel vostro interesse”, è stato detto: il segno distintivo li avrebbe protetti dalla polizia religiosa, autorizzata ad arrestare e picchiare chiunque violasse le disposizioni  dei talebani sulla lunghezza della barba “ da buon musulmano”. Alle donne sikh è stato invece imposto il burqa, completamente estraneo alla loro cultura. Chi poteva, allora, ha lasciato il Paese. E ancora, dopo l'invasione statunitense del 2001, chi aveva i mezzi per farlo è scappato dalle bombe di Enduring Freedom. Ma lasciare l'Afghanistan e cercare rifugio altrove, per chi non ha documenti come la maggior parte degli afgani – non solo sikh – si è rivelata un'impresa tutt'altro che facile.
 
negoziante sikh in AfghanistanUna difficile fuga. Decine di migliaia di sikh sono entrati illegalmente in Pakistan, cercando poi di passare in India, ma le pessime relazioni diplomatiche tra i due Paesi hanno fatto sì che rimanessero bloccati per anni nei campi profughi, in attesa di un visto che non arrivava. E anche chi è riuscito ad entrare in India ha dovuto soffrire le conseguenze del limbo giuridico in cui vivono i rifugiati: la prima famiglia di sikh afgani ha ottenuto la cittadinanza indiana nel febbraio scorso, dopo ben dodici anni di lavoro a Nuova Delhi. I circa millecinquecento sikh rimasti in Afghanistan, oggi, denunciano la discriminazione a cui sono sottoposti, in particolare nel sud del Paese. Nella città di Kandahar, ex roccaforte talebana e teatro da mesi dei più feroci scontri  fra miliziani e forze della coalizione, l'unico tempio sikh è ben nascosto in un cortile interno, difeso da una doppia porta senza segni di riconoscimento. “Non abbiamo diritti”, racconta un uomo dal turbante blu, “la gente ci grida di tornare in India, a volte ci tirano le pietre”. “Noi non vogliamo rimanere in Afghanistan, ma non abbiamo scelta”, gli fa eco un altro. I loro racconti hanno scandalizzato le associazioni indiane per la tutela delle minoranze religiose, che hanno chiesto al governo di Nuova Delhi di aiutare i sikh afgani garantendo la possibilità di entrare in India in tempi rapidi e con un regolare visto. Intanto, a Kandahar, i turbanti blu continuano a nascondersi.

Cecilia Strada

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