stampa
invia
Infiltrazione iraniana. Il documento, che si
riferisce in particolare all’Iraq meridionale, dove gli sciiti sono la
maggioranza assoluta, denuncia come esperti militari iraniani abbiano fornito
negli ultimi tre anni sostegno finanziario e logistico alle milizie sciite. Ma
l’aiuto di Teheran non si limita all’addestramento: scuole, ospedali,
investimenti finanziari e sostegno ai politici ‘amici’. La strategia di
penetrazione in Iraq, secondo il documento saudita, è quindi strutturata a
tutti i livelli: militare, politico ed economico. Senza tralasciare l’opera
d’intelligence, che viene affidata, sempre secondo il Snap, a elementi della
divisione al-Quds, una specie di formazione d’elité delle Guardie
della Rivoluzione iraniane. Secondo il rapporto, gli investimenti principali
avrebbero riguardato il partito Sciri con la sua milizia, chiamata Brigata Badr
e composta da circa 25mila uomini, e l’esercito del Mahdi, gli uomini
dell’ayatollah Moqtada al-Sadr, forte di 10mila uomini. Il documento non si
spinge fino ad affermare che Teheran manovri direttamente queste formazioni, ma
lascia intendere che l’intelligence iraniana ha infiltrato in profondità i
gangli vitali della comunità sciita irachena, polizia compresa.
Fronte unito. Il rapporto non offre elementi
rivoluzionari di novità, in quanto da tempo si sospettava un’infiltrazione
massiccia dell’Iran nella politica interna irachena, fatto che in passato era
stato denunciato dagli stessi politici iracheni. Così come non stupisce la
preoccupazione dell’Arabia Saudita, punto di riferimento politico religioso del
mondo sunnita, verso la nascita di un asse sciita Iran –Iraq. La monarchia di
Riad si è preoccupata dal 2003 di quello che sarebbe potuto accadere dopo il
collasso del regime di Saddam, fino al punto di minacciare la costruzione di un
muro lungo il confine e, anche se il rapporto non ne parla per ovvii motivi,
tenta la stessa operazione d’infiltrazione dell’Iran attraverso i legami tra i
sunniti sauditi e quelli iracheni, ma con minori risultati. Riad è preoccupata
dell’egemonia iraniana sulla regione, al punto da trattare con gli Usa, con
Israele e tutti gli altri nemici di Teheran per limitarne l’influenza.
Un porto di mare. Tutti i governi che, per un
motivo o per l’altro, non vedono di buon occhio l’espansione iraniana si stanno
muovendo, anche la Gran Bretagna. I britannici, che hanno il loro contingente
dispiegato nell’Iraq meridionale, sono stati i primi a denunciare e a tentare
di ostacolare l’infiltrazione iraniana, passando al contrattacco e utilizzando
lo stesso metodo: l’infiltrazione. La Gran Bretagna ha puntato tutto sulla
regione del Khuzestan, al confine tra Iran e Iraq, teatro di alcune tra le più
sanguinose battaglie della guerra tra i due paesi negli anni Ottanta. Il
Khuzestan è l’unica regione dell’Iran dove la maggioranza della popolazione è
araba e non persiana. Attorno al capoluogo della regione, la città di Avhaz, si
sono registrati una serie di episodi di ribellione e di attentati contro il
governo centrale di Teheran, fino a un episodio clamoroso: il presidente
Ahmadinejad ha dovuto disdire un comizio nella città perché, sotto il palco dal
quale avrebbe dovuto parlare, era stata trovata una bomba. Gli iraniani hanno
sempre accusato i britannici di fomentare gli arabi contro il governo, tenuto
conto che il Khuzestan è la regione più ricca di petrolio del Paese, per
destabilizzare l’Iran. Mentre quest’ultimo fa lo stesso con l’Iraq del
dopo-Saddam.Christian Elia
Parole chiave: moqtada al-sadr, sciri, brigate badr, khuzestan, avhaz, iraq, iran, arabia saudita