
Nel
2006 la guerra in Afghanistan ha ucciso più di seimila persone. Gli
attentati suicidi e i bombardamenti si sono fatti quotidiani, e la
“resistenza talebana”, a detta dei comandanti
della Nato, non è mai stata così forte. Sul finire di un anno di sangue
è apparso nel Paese un piccolo vademecum, destinato dal mullah
Omar ai combattenti della guerra santa. Nelle nove pagine in lingua
pashtun, intitolate semplicemente “Regolamento”, il leader
supremo del sedicente Emirato Islamico dell'Afghanistan detta le
trenta regole di condotta per tutti i mujaheddin. La più
grande preoccupazione dei vertici talebani sembra quella di
rinsaldare i ranghi, evitando così che l'anarchia - che ormai
regna sovrana nel Paese - si estenda anche alle fila del movimento.
Vietato il fai-da-te. La maggior parte delle prescrizioni
sottolinea così l'importanza della catena di comando. La
regola numero sette, ad esempio, vuole scoraggiare i rapimenti
fai-da-te: “Se un mujaheddin cattura in invasore infedele, senza il
permesso del leader del movimento, non può scambiare il
prigioniero con un altro prigioniero o con denaro”. Sembra quasi
un riferimento al sequestro dell'italiano Gabriele Torsello, tenuto
in ostaggio per quasi un mese nella provincia meridionale di Helmand.
Il suo rapimento è stato rivendicato da uomini che si dicevano
talebani, mentre i portavoce “ufficiali” della jihad smentivano
categoricamente ogni coinvolgimento. Ma non è l'unico episodio
del genere avvenuto negli ultimi mesi. E' anche vietato, regola
numero nove, usare per scopi personali l'equipaggiamento – veicoli,
armi, esplosivi – destinato alla guerra santa; le dispute private,
frequentemente risolte a colpi di fucile, non possono essere
composte con gli Ak – 47 della jihad.
Riempire un vuoto. I talebani riescono a guadagnare un
consenso sempre maggiore fra la popolazione grazie al vuoto di potere
che caratterizza il Paese. Fuori dalla capitale lo Stato non esiste,
tanto che il presidente Karzai è stato ironicamente
ribattezzato dagli afgani “il sindaco di Kabul”. Ed è
proprio su questo vuoto che contano i talebani per imporre il proprio
dominio, come suggerisce anche la regola numero due: “A coloro che
abbandonano gli infedeli, garantiremo sicurezza per sé e per i
propri beni”. Così confermano amaramente anche i cittadini
del sud: “Di notte non c'è la Nato con noi, ci sono i
talebani”.
Le scuole nel mirino. La regola numero ventiquattro
identifica uno dei principali nemici della jihad, l'insegnamento:
“Non è consentito lavorare per il regime fantoccio, né
in una madrasa, né come insegnanti di scuola. I musulmani
dovrebbero studiare in moschea, e comunque su manuali che risalgono
all'epoca della guerra dei mujaheddin – cioè la lotta
antisovietica – o all'epoca talebana”. Che cosa succede se un
insegnante, nonostante gli avvertimenti, si rifiuta di abbandonare il
lavoro? La risposta è nella norma successiva: “Dovrebbe
essere picchiato, e se ancora si rifiuta dovrebbe essere ucciso”. E
le scuole “dovrebbero essere bruciate, ma non prima di avere
salvato i testi religiosi”. Una regola che mette sulla carta ciò
che, di fatto, già accade: dall'inizio dell'anno sono almeno
cinquanta gli insegnanti uccisi, e decine le scuole date alle fiamme
– soprattutto nel sud dell'Afghanistan, e in particolar modo quelle
femminili.
L'immagine è tutto. Nel mirino del mullah Omar ci sono
anche le organizzazioni non governative. “Le Ong che sono arrivate
nel Paese con il governo degli infedeli sono proprio come il governo,
sono parte di questo regime – si legge nella regola numero ventisei
- , ecco perché ogni loro attività sarà bandita,
che sia la costruzione di un ponte, di una strada, o di una scuola”.
I combattenti mujaheddin, poi, devono comportarsi correttamente e
dare di sé un'immagine da buoni musulmani, per non alienarsi
il favore della popolazione. E' proibito fumare sigarette, è
tassativamente vietato appropriarsi del denaro o dei beni dei
cittadini, non è consentito – pena l'espulsione dal
movimento, secondo la regola numero quindici - “dare fastidio alla
gente innocente”. E ancora, regola numero diciannove, non è
consentito ai miliziani talebani “portare ragazzi imberbi sul campo
di battaglia o nei propri alloggi privati”. Precisazione,
quest'ultima, che cerca di arginare quello che molti sussurrano, ma
che nessuno dice.