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Un vertice spigoloso. Quello che, in un primo momento, potrebbe sembrare solo un vertice come tanti,
è in realtà il sintomo di un piano strategico di più largo respiro: il contenimento
dell’egemonia iraniana sulla regione. Piano che, forse inconsapevolmente, era
stato delineato il 5 dicembre scorso da Robert Gates, l’uomo che ha sostituito
Donald Rumsfeld come segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il quale in un
discorso pubblico aveva sottolineato come l’Iran fosse “circondato da potenze
nucleari”. Di quelle dichiarazioni aveva fatto scalpore l’implicita ammissione,
peraltro più o meno confermata da una gaffe del premier israeliano Ehud Olmert
(in un'intervista alla televisione tedesca, ha ammesso che Israele è un membro
del club nucleare), del fatto che Tel Aviv possieda la bomba. Ma questa non è
una sorpresa per nessuno e sono da tempo in pochi a credere che l’esercito israeliano
non sia dotato di un arsenale atomico. La vera notizia allora è un’altra, ed è
quella tratteggiata da Gates: l’Iran è circondato. I temi sul tavolo dell’incontro
tra Nato e Ccg sono stati tanti, in particolare l’Afghanistan, ma il fatto che
ormai Teheran rappresenti un problema non solo per Israele è un dato di fatto.
La potenza sciita, dopo la caduta del regime di Saddam, è diventata il principale
attore regionale e l’Arabia Saudita, paladino del campo sunnita, non vuole restare
a guardare l’Iran mentre estende la sua influenza sulla Siria, sul Libano (attraverso
Hezbollah), sul nuovo Iraq (dove ha preso il potere la maggioranza sciita) e così
via, fino alla pioggia di denaro che il governo Ahmadinejad ha riversato sul premier
palestinese Haniyeh, in cambio della promessa di non riconoscere mai Israele.
Sunniti contro sciiti. La politica estera iraniana, accompagnata da un accurato lavoro d’intelligence,
è al lavoro per rafforzare il ruolo egemonico dell’Iran nella regione. L’Arabia
Saudita non può stare a guardare e, secondo indiscrezioni mai confermate, alcuni
esponenti della famiglia reale saudita avrebbero avviato da tempo una rete di
relazioni con Israele per concordare una serie di punti in comune della strategia
per contenere l’Iran. Uno di questi punti sarebbe proprio il nucleare. Per il
momento, infatti, mentre è rimasta ai margini dell’incontro con la Nato a Kuwait
City, la diplomazia saudita ha menato le danze in prima persona al vertice del
Ccg svolto il 9 e il 10 dicembre scorso a Riad, facendosi portatrice e sostenitrice
di una proposta dirompente: varare un programma congiunto per lo sviluppo di tecnologia
nucleare per uso civile. Sulla carta non ci sarebbe nulla di male, (nei proclami
di Teheran il programma nucleare iraniano non ha fini bellici), visto che il trend
di diversificare la produzione di energia e di reddito nei paesi che vivono di
petrolio pare ormai consolidato. Ma l’annuncio può essere letto come un monito
ad Ahmadinejad e all’Iran: se sta arrivando la bomba atomica sciita, non tarderà
a giungere anche quella sunnita. I paesi del Ccg, oltre ad aver sempre privilegiato
gli affari nei rapporti con l’Occidente, non guardano di buon occhio l’aggressività
nelle relazioni internazionali del governo di Teheran e, buon ultimo, hanno a
che fare all’interno con comunità sciite sempre più in ebollizione. E in quest’ottica,
l’apertura dei membri del Ccg alla Nato, per Teheran e per il Medio Oriente, non
fa presagire nulla di buono. Christian Elia
Parole chiave: consiglio di cooperazione del golfo, nato, bomba atomica, iran, ahmadinejad, arabia saudita