20/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una inchiesta della Dda di Reggio Calabria attesta il ruolo di Salvatore Mancuso come protagonista del narcotraffico
scritto per noi da
Gianluca Ursini
 
 
"Salvatore Mancuso è sicuramente un narcotrafficante che vive del business della droga". Parola del colonnello Domenico Grimaldi, Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di Finanza di Lombardia. "Abbiamo indagini in corso e non sappiamo dire se produca in prima persona o se sia un broker molto influente che dispone dei raccolti di altri, ma di sicuro è un operatore che sul mercato degli stupefacenti può muovere enormi quantità di coca pura in poco tempo, un broker affidabile e di grande reputazione", ripete l’ufficiale delle Fiamme gialle a proposito del maggiore leader delle forze paramilitari colombiane in lotta da 40 anni contro la guerriglia marxista, al limite tra banditismo e riconoscimento legale.
 
Salvatore MancusoEl Tiburòn. Si chiama "Operazione Tiburòn" (squalo in spagnolo) l’operazione condotta il 17 novembre scorso dopo mesi di indagine dalla Procura Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha implicato mandati di arresto per 76 persone, di cui 23 all’estero, scovando ampi legami, già conosciuti ma mai così profondamente documentati, nel rapporto tra Narcotraffico colombiano e’Ndrine calabresi.
"Come sapevamo da tempo, i calabresi sono i soci preferiti per fare business dai narcotrafficanti colombiani – spiega Nicola Gratteri, procuratore Antimafia di Reggio, da anni studioso della realtà criminale delle cosche della costa jonica calabrese e motore dell’indagine – tanto che ormai è la ‘Ndrangheta ad avere in mano l’intero traffico. Movimentano la coca dai porti sui Caraibi colombiani o dai porti fluviali argentini, con destinazione Spagna del Sud, Algesiras o anche Jerez. Anche mafia siciliana e camorra napoletana si devono approvvigionare di coca colombiana dai calabresi, per poi spacciarla attraverso i loro network consolidati in tutta Europa".
 
militari colombiani in una piantagione di cocaI clan dei Locresi "I calabresi sono considerati i più affidabili dai colombiani - continua Gratteri - per due ordini di motivi: rispettano i patti e mettono a disposizione tanti contanti e subito. E soprattutto, non tradiscono. Da quando la mafia ha avuto molti collaboratori di giustizia e pentiti (circa duecento), ha perso di credibilità presso le altre organizzazioni criminali. Gli ‘ndranghetisti hanno finora avuto solo due pentiti: Franco Pino a Cosenza e Pino Barreca a Pellaro, e vengono considerati’ gente sicura’". L’operazione è stata portata a termine dal Gico di Milano per il Nord Italia, squadra mobile di Campobasso per quanto riguarda gli arresti su Roma, dove in una raffineria in Ardea, alle porte della capitale, sono stati anche sequestrati cento chili di coca pura; ma di sicuro ancora dalla vicenda si attendono molti sviluppi, che aprano altri spiragli sul mondo del traffico internazionale della cocaina. "Abbiamo ancora molte parti della inchiesta da portare a termine" spiega a PeaceReporter Domenico Farinacci, a capo della squadra mobile di Campobasso, declinando l’invito a fornire altri dettagli di una operazione di polizia ancora agli inizi.
 
 
Salvatore Mancuso consegna le armi Salvatore.. della patria?. Quanto finora è emerso con sicurezza è che Salvatore Mancuso ha vissuto per anni lucrando sul traffico di cocaina. Sarà complicato ora per la magistratura, specie colombiana, stabilire che regime carcerario adottare nei suoi confronti, dopo questi nuovi accertamenti di polizia, visto che il leader dei paramilitari è dall’agosto scorso agli arresti domiciliari, in attesa che deponga di fronte la ‘’Commissione per la Riconciliazione’’, che dovrebbe chiudere il capitolo triste delle Auc nelle intenzioni del presidente colombiano Alvaro Uribe. "Con i colleghi colombiani c’è stata la massima collaborazione, si troverà una soluzione.. Su Mancuso al momento non possiamo dire altro, ma credo che nei prossimi mesi ci attendano altre rivelazioni" spiega a PeaceReporter un ufficiale che ha partecipato all’operazione ma che vuole mantenere l’anonimato.
Queste rivelazioni hanno una portata devastante per chi da tempo sapeva quali fossero i veri traffici di questo quarantenne di origine salernitana, nato nel Caribe colombiano. Sotto custodia cautelare dal 18 agosto scorso, dopo essersi consegnato nell’ambito del processo di pacificazione e smobilitazione fortemente voluto dal presidente Uribe, il paramilitare che contribuì a fondare le formazioni paramilitari Auc (Autodefensas Unidas de Colombia) quarant’anni or sono, si è spesso definito un ‘Salvatore della patria’, di nome e di fatto, perché con le sue milizie illegali avrebbe contribuito ad arginare nel Paese caraibico la rivoluzione marxista propugnata dai guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e dall'Esercito di liberazione nazionale (Eln). Ma in realtà si sospettava da tempo, anche se nessuna inchiesta giudiziaria in Colombia era mai riuscita ad accertarlo, che nei territori in cui dettano legge (o molto più spesso seminano il terrore) le formazioni paramilitari, in realtà organizzano la produzione di coca e partecipano attivamente al narcotraffico. Tra qualche mese ne sapremo di più dai magistrati calabresi. 
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