11/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Otto soldati fanno causa all'esercito: il loro servizio di un anno in Iraq è stato prolungato
Soldati statunitensi in IraqIl morale dei soldati statunitensi in Iraq e sempre più basso, e tutta la forza del disappunto che corre tra le truppe si è vista mercoledì 8 dicembre, quando il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld è stato contestato dagli stessi militari. Alcuni si lamentano dello scarso equipaggiamento con cui vengono mandati in azione, altri delle bugie sulle armi di distruzione di massa, altri ancora degli stipendi bassi in relazione a quanto percepiscono i contractors privati. E poi ci sono quelli che vengono fatti rimanere in Iraq più del previsto, perché Washington non vuole indebolire la presenza americana sul territorio in un momento così critico. Una politica che scontenta le truppe, ma che fino a qualche giorno fa non era ancora stata contestata formalmente. Ora non è più così.
 
“L’esercito ci ha ingannato”. Il 6 dicembre otto soldati statunitensi di stanza in Iraq e in Kuwait hanno intentato una causa contro Rumsfeld e altri due alti funzionari dell’esercito, perché sostengono di essere stati ingannati al momento del loro arruolamento: erano convinti di aver firmato per un anno, e ora vedono la loro ferma allungata di altri dodici mesi. “L’esercito ha sottoscritto un accordo e mi aspetto che lo rispetti " dice David W. Qualls, l’unico degli otto soldati che ha scelto di comparire con il suo nome ."L’Iraq è un posto molto pericoloso e io ho una famiglia da mantenere. Io ho fatto quello che avevo stabilito di fare; è giusto che l’esercito faccia lo stesso”. L’esercito sostiene che nelle clausole del contratto è prevista l’estensione della durata del servizio in tempo di guerra. Gli avvocati dei soldati ribattono dicendo che queste parole compaiono in fondo al documento, scritte in caratteri piccolissimi.
 
Un soldato vero. Qualls non è un pacifista. E’ un trentacinquenne dell’Arkansas che è stato in servizio attivo nell’esercito dal 1986 al 1990, e ha terminato il suo periodo da riservista nel 1994. E’ ritornato nell’esercito approfittando del programma “Try One” (“provane uno”), destinato ai veterani disposti a vestire l’uniforme per dodici mesi nella speranza di una promozione. Nel luglio 2003 Qualls ha ripreso il servizio nella Guardia Nazionale, e nel marzo di quest’anno è stato mandato in Iraq, venti chilometri a nord di Baghdad, alla base di Taji. La stessa verso cui, lo scorso ottobre, diciotto soldati si rifiutarono di portare il loro convoglio, sostenendo che sarebbe stato un suicidio. Dall’inizio della guerra, la base è stata attaccata più volte con autobombe, razzi e colpi di mortaio.
 
Storie diverse, obiettivi comuni. Gli otto uomini che hanno fatto causa hanno origini e storie diverse. Molti non si sono mai incontrati tra di loro, ma tutti hanno avuto sostegno legale dal Center for Constitutional Rights, un’organizzazione che dagli anni Sessanta difende i diritti civili negli Stati Uniti. A parte David Qualls, nel procedimento sono tutti elencati come “John Doe” (“Tizio” in inglese): temendo ritorsioni da parte dell’esercito e magari l’assegnazione ad aree particolarmente pericolose, i sette militari hanno preferito rimanere anonimi. Come per Qualls, sei di loro hanno già completato l’anno di servizio ma il periodo di ferma è stato esteso. Il settimo “John Doe” sarebbe dovuto rimanere in Iraq fino all’aprile 2005, ma è già stato informato che il suo servizio sarà prolungato di un altro anno e mezzo.
 
Soldati statunitensi in missione in IraqContenimento delle perdite. Questa politica di prolungamento del servizio, chiamata “stop-loss”, non è una novità. E’ stata introdotta in occasione della prima guerra del Golfo, ed è motivata dal Pentagono con il proposito di mantenere alta l’esperienza delle truppe in un ambiente difficile. “Se qualcuno vicino a te è un novizio, può essere pericoloso”, ha dichiarato il tenente colonnello Pamela Hart, una portavoce dell’esercito. “In questo modo, le unità vengono dispiegate assieme, si addestrano assieme, combattono assieme e tornano a casa assieme”.

Ritorno in Iraq. David Qualls a casa c’era tornato in licenza per il giorno del Ringraziamento. Dopo mesi di lontananza ha rivisto sua moglie e sua figlia, che senza di lui non se la passano per niente bene: il reddito mensile è calato dell’80 per cento, la moglie non riesce a pagare le rate del mutuo. Intentando la causa, Qualls sperava di non dover tornare in Iraq il 12 dicembre, quando scadeva la sua licenza. Ma il giudice federale Royce Lamberth, che si è pronunciato lo scorso giovedì, non ha accettato la sua richiesta. Il procedimento andrà avanti e si vedrà quale sarà la conclusione, ma intanto oggi il soldato David W. Qualls sta già sull’aereo diretto a Baghdad. E soprattutto, non sa più neanche quando potrà tornare a casa.

Alessandro Ursic

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