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Ora che il presidente somalo Abdullahi Yusuf ha ufficialmente escluso ogni possibilità di negoziato con le Corti islamiche, in Somalia si chiude in maniera definitiva la porta della pace e si spalanca quella della guerra civile.
"In qualsiasi momento". Con la presa del villaggio di Salagie, nella regione del Medio Juba, avvenuta
ieri, le milizie islamiche dello sceicco Sharif Ahmed controllano tutto il sud
del Paese. L'unica eccezione rimane Baidoa, sede del governo di transizione, una
roccaforte accerchiata e - secondo molti - prossima a cedere. Gli scenari che
vanno delineandosi in questa regione-polveriera del Corno d'Africa, i cui sfumati
confini attraversano tre Stati (Somalia, Etiopia e Kenya), fanno pensare che il
definitivo scontro tra i militari governativi, appoggiati dalle truppe etiopi,
e i guerriglieri delle Corti, sostenuti dai militari eritrei, sia ormai alle porte.
"Può accadere in ogni momento", ha detto Yusuf, mentre il responsabile delle politiche
africane per il Dipartimento di Stato Usa, Jendayi Frazer, continua a ripetere
che il dialogo è l'unica soluzione alla crisi somala, a dispetto dei movimenti
di truppe etiopi nella zona di confine e dell'ultimatum lanciato dalle Corti ("via
gli etiopi dal Paese entro martedì o scateneremo una guerra santa"). A questo
si aggiungono poi le continue esitazioni dell'Unione Africana, che in applicazione
di una risoluzione approvata dall'Onu la scorsa settimana, deve mandare i suoi
peacekeeper nell'area, ma ancora nessuno si è mosso. I Paesi membri dell'Ua sono
consapevoli che inviare un contingente straniero nell'area equivarebbe a mandare
al massacro i propri soldati. Le Corti sono infatti contrarie a qualsiasi ipotesi
di intervento straniero nell'area.
Etiopi mobilitati. Oggi, nelle moschee attorno alla capitale Mogadiscio, sono stati distribuiti
sermoni incitanti alla jihad, nel tentativo di galvanizzare una nazione che sta
scivolando verso la guerra civile. A Baidoa, un gruppo di ufficiali dell'esercito
'governativo' ha disertato, e 500 uomini sono passati dalla parte del nemico.
Il colonnello che li guida, Abdullahi Hassan, ha accusato Yusuf di non aver voluto
ascoltare i consigli dei suoi uomini, che volevano evitare a ogni costo lo scontro
con le Corti. Alle parole del presidente etiope Meles Zenawi della scorsa settimana
("Il nostro Paese è formalmente in guerra") è seguita la mobilitazione delle truppe.
Ufficialmente, Yusuf ammette che un centinaio di uomini sono a Baidoa per una
missione di "addestramento", ma fonti locali parlano di almeno 20 mila soldati
etiopi in movimento lungo il confine, e dell'arrivo di diversi elicotteri da guerra
inviati da Addis Abeba all'aeroporto cittadino.
Emergenza umanitaria. Un appello urgente è stato lanciato dalle Nazioni Uniti per fronteggiare l'emergenza
povertà, che coinvolge almeno 2 milioni di somali già colpiti da carestia, allagamenti
e adesso, probabilmente, anche da una nuova guerra. La Somalia è rimasta senza
un governo dalla cacciata di Siad Barre nel '91, precipitando in un clima di anarchia
e di legge del più forte. I signori della guerra esercitano, grazie alle loro
milizie private, il controllo assoluto su intere porzioni di territorio. Nel '91
il Somaliland, nel nord del Paese, dichiarò l'indipendenza, e nel '98 il Puntland
si nominò regione autonoma della federazione. Nel 2004, la quattordicesima conferenza
di pace in 16 anni, partorì l'attuale governo ad interim, che esercita la propria
autorità solamente su Baidoa, dove ha sede, mentre la capitale Mogadiscio è in
mano da giugno alle Corti Islamiche. Secondo alcune stime, dal '91 ad oggi sarebbero
morte in Somalia 350 mila persone.