Ogni giorno Sophia Sarja piange e si chiede se suo figlio
tornerà a casa.
Sono passati due anni da quando ha visto Artur per l’ultima
volta. Un giorno uscì, come al solito, per andare al mercato del posto. Da
allora il bambino, di undici anni, è semplicemente sparito dal suo paese natale
di Elbisan, 60 chilometri a sud della capitale albanese, Tirana.
Il dramma di Sophia. "Non riesco a spiegarlo a parole", dice la donna,"“ogni giorno
mi dico ‘speriamo di rivederlo ’. Mi rivolgo a Dio: "ti prego, ti prego,
fa che sia sano e salvo ".
La gente del luogo pensa che Artur sia stato rapito da
trafficanti che l’hanno portato all’estero e costretto a lavorare,
rendendolo
un altro caso di schiavitù del ventunesimo secolo. In Grecia si è
tenuta una conferenza
internazionale organizzata dal Consiglio d’Europa per discutere su come
fronteggiare il crescente problema del traffico di esseri umani. I
media offrono ampia copertura sul commercio internazionale del sesso,
ma spesso tacciono
sul rapimento di bambini presi con la forza e costretti a lavorare da
bande criminali.
Nell’Europa sud-orientale c’è stato un allarmante aumento
del traffico di ragazzi, generalmente utilizzati come manodopera a buon
mercato, mendicanti e corrieri della droga.
Il coinvolgimento
delle famiglie. Una relazione
dell’Organizzazione Internazionale per le
Migrazioni ha scoperto che il 70 percento dei casi investigati lo
scorso anno
in Albania riguardava maschi e il 93 percento di loro erano minorenni.
Purtroppo va detto che il traffico spesso avviene con la
tacita approvazione delle famiglie. Emiliano Fayzo fu preso di forza
per strada a otto anni e
portato in Grecia dove fu costretto a lavorare per una banda di
criminali. Porta ancora la cicatrice di quando fu pugnalato per essersi
rifiutato di lavorare. La ferita non fu mai adeguatamente suturata o
medicata. "Mi dissero ‘tu devi rubare ’. Io risposi ‘no, non lo faccio
’, ma mi picchiarono, mi picchiarono ogni giorno".
L’Unicef ha filmato giovani albanesi portati in Grecia per
lavorare per strada. Alcuni hanno solo cinque anni e sono costretti a
trascorrere sino a otto ore al giorno vendendo rose o fazzoletti ai turisti. Edisen
Turshini ha trascorso sei mesi in questo modo. Fu
portato a sud dalla città di frontiera di Korce dopo che alla madre erano stati
dati circa 300 dollari da un
parente che voleva far lavorare il ragazzo.
"Io dicevo che volevo tornare in Albania, volevo tornare dai
miei genitori", racconta Edisen, "ma loro continuavano a dirmi ‘no, devi stare
un
altro po’, devi guadagnare altri soldi da portare a tua madre".
La vita è dura. Nel suo monolocale, mentre i fagioli, che sfameranno la sua
famiglia per due giorni, sobbollono sui fornelli, la madre di Edisen dichiara
ad
al-Jazeera di non aver venduto suo figlio. "Non avevamo niente da mangiare. Qui, quando
piove, l’acqua
di fuori entra in casa. La vita è dura. Alcuni genitori vendono i propri figli
perché sono criminali. Io non ho venduto mio figlio". Il ministro del governo
albanese che si occupa di combattere
il traffico ha già in precedenza affermato che il problema non sparirà mai, ma
si stanno registrando dei miglioramenti e i controlli alla frontiera sono stati
resi più rigorosi per rendere più difficile questo commercio illecito. Ma tra
le colline che circondano Korce e le comunità
limitrofe, i criminali continuano a trasportare il loro carico umano, spesso di
notte, quando è più facile occultarsi. A Korce l’Unicef sta aiutando la locale
scuola a dare una
seconda opportunità ai ragazzi vittime
del traffico umano e a quelli a rischio di diventarne oggetto.
Viene loro data l’istruzione che hanno sinora perso e
vengono insegnati loro dei mestieri che potrebbero assicurare un’occupazione a
tempo pieno. Nell’aula di musica una ragazza canta una canzone
tradizionale albanese che dice: "Nessuno dovrebbe osare toccare la felicità dei
bambini".
Forse promette un futuro migliore dopo i problemi del passato.
Alan Fisher*