19/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Rapiti o venduti dalle loro famiglie per essere schiavizzati
Ogni giorno Sophia Sarja piange e si chiede se suo figlio tornerà a casa.
Sono passati due anni da quando ha visto Artur per l’ultima volta. Un giorno uscì, come al solito, per andare al mercato del posto. Da allora il bambino, di undici anni, è semplicemente sparito dal suo paese natale di Elbisan, 60 chilometri a sud della capitale albanese, Tirana.
 
sophia sarjaIl dramma di Sophia. "Non riesco a spiegarlo a parole", dice la donna,"“ogni giorno mi dico ‘speriamo di rivederlo ’. Mi rivolgo a Dio: "ti prego, ti prego, fa che sia sano e salvo ".
La gente del luogo pensa che Artur sia stato rapito da trafficanti che l’hanno portato all’estero e costretto a lavorare, rendendolo un altro caso di schiavitù del ventunesimo secolo. In Grecia si è tenuta una conferenza internazionale organizzata dal Consiglio d’Europa per discutere su come fronteggiare il crescente problema del traffico di esseri umani. I media offrono ampia copertura sul commercio internazionale del sesso, ma spesso tacciono sul rapimento di bambini presi con la forza e costretti a lavorare da bande criminali.
Nell’Europa sud-orientale c’è stato un allarmante aumento del traffico di ragazzi, generalmente utilizzati come manodopera a buon mercato, mendicanti e corrieri della droga.
 
emiliano fayzoIl coinvolgimento delle famiglie. Una relazione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha scoperto che il 70 percento dei casi investigati lo scorso anno in Albania riguardava maschi e il 93 percento di loro erano minorenni. Purtroppo va detto che il traffico spesso avviene con la tacita approvazione delle famiglie. Emiliano Fayzo fu preso di forza per strada a otto anni e portato in Grecia dove fu costretto a lavorare per una banda di criminali. Porta ancora la cicatrice di quando fu pugnalato per essersi rifiutato di lavorare. La ferita non fu mai adeguatamente suturata o medicata. "Mi dissero ‘tu devi rubare ’. Io risposi ‘no, non lo faccio ’, ma mi picchiarono, mi picchiarono ogni giorno".
L’Unicef ha filmato giovani albanesi portati in Grecia per lavorare per strada. Alcuni hanno solo cinque anni e sono costretti a trascorrere sino a otto ore al giorno vendendo rose o fazzoletti ai turisti. Edisen Turshini ha trascorso sei mesi in questo modo. Fu portato a sud dalla città di frontiera di Korce dopo che alla madre erano stati dati circa 300 dollari da un parente che voleva far lavorare il ragazzo.
"Io dicevo che volevo tornare in Albania, volevo tornare dai miei genitori", racconta Edisen, "ma loro continuavano a dirmi ‘no, devi stare un altro po’, devi guadagnare altri soldi da portare a tua madre".
 
un bambino albanese - foto di a.massagrandeLa vita è dura. Nel suo monolocale, mentre i fagioli, che sfameranno la sua famiglia per due giorni, sobbollono sui fornelli, la madre di Edisen dichiara ad al-Jazeera di non aver venduto suo figlio. "Non avevamo niente da mangiare. Qui, quando piove, l’acqua di fuori entra in casa. La vita è dura. Alcuni genitori vendono i propri figli perché sono criminali. Io non ho venduto mio figlio". Il ministro del governo albanese che si occupa di combattere il traffico ha già in precedenza affermato che il problema non sparirà mai, ma si stanno registrando dei miglioramenti e i controlli alla frontiera sono stati resi più rigorosi per rendere più difficile questo commercio illecito. Ma tra le colline che circondano Korce e le comunità limitrofe, i criminali continuano a trasportare il loro carico umano, spesso di notte, quando è più facile occultarsi. A Korce l’Unicef sta aiutando la locale scuola a dare una seconda opportunità  ai ragazzi vittime del traffico umano e a quelli a rischio di diventarne oggetto.
Viene loro data l’istruzione che hanno sinora perso e vengono insegnati loro dei mestieri che potrebbero assicurare un’occupazione a tempo pieno. Nell’aula di musica una ragazza canta una canzone tradizionale albanese che dice: "Nessuno dovrebbe osare toccare la felicità dei bambini".
Forse promette un futuro migliore dopo i problemi del passato.

Alan Fisher*