Sale la tensione nella Striscia di Gaza, dove lo scontro tra Hamas e Fatah è sempre più evidente
Il presidente palestinese Abu Mazen si e' detto dispiaciuto
per i colpi che hanno centrato il convoglio del premier di Hamas
Ismail Haniyeh presso il valico di Rafah, al suo rientro a Gaza. Una
guardia del corpo e' rimasta uccisa e lo stesso figlio del premier è
rimasto ferito. Hamas invece accusa direttamente le guardie del
presidente Abu Mazen di aver cercato di assassinare il primo ministro
Ismail Haniyeh. Da quel momento, il 13 dicembre 2006, la situazione nei
Territori Occupati precipita. Quanto manca alla guerra civile? Il
dossier di
PeaceReporter.
La vendetta attesa nella Striscia di Gaza non ha tardato ad arrivare. Il
giorno dopo la ‘strage degli innocenti’ di Gaza City, l’omicidio dei tre figli
di Baha Balousheh, ufficiale dei servizi di sicurezza palestinesi fedele a
Mahmud Abbas, un commando ha ucciso Bassam al-Fara, a Khan Younis, un comandante dell'ala militare di Hamas nonché
giudice di un tribunale civile. Sangue chiama sangue e Balousheh, durante il
funerale dei suoi bambini, uccisi in un agguato di fronte alla loro scuola
assieme all’autista, aveva giurato vendetta. Sangue chiama sangue nella
Striscia, ma mai come adesso la situazione è davvero appesa a un filo.
Quanto manca alla guerra civile? Difficile rispondere a questa domanda, ma la
sensazione è che gli stessi leader di Hamas e Fatah (il partito di Arafat prima
e di Abbas ora) stiano perdendo il controllo dei miliziani.
Lo sgombero di Gaza. Dovendo
indicare una data che segni l’inizio delle ostilità tra i militanti di Hamas e
di Fatah, molti indicherebbero lo
sgombero della Striscia di Gaza, avvenuto ad
agosto 2005. Le truppe israeliane si ritirano dopo 40 anni di occupazione, per
la decisione unilaterale del governo all’epoca presieduto da Ariel Sharon, e
sgomberano tutti i coloni dagli insediamenti illegali nella Striscia.
All’improvviso, senza essere preparati, i palestinesi hanno un territorio da
amministrare e sul quale esercitare, con tutte le limitazioni del caso, il
potere. Questo fa emergere le contraddizioni e le divisioni interne al fronte
arabo del conflitto israelo – palestinese. Hamas, dal giorno dell’annuncio del
ritiro dato dal governo Sharon davanti alla Knesset (il parlamento d’Israele),
si appropria del successo: “E’ la nostra vittoria: vanno via grazie alla lotta
dei martiri di Hamas”. Il movimento islamista comincia subito una campagna
mediatica e tra la popolazione civile della Striscia per far passare un
messaggio chiaro: la lotta armata ha portato al raggiungimento dell’obiettivo,
non la diplomazia della gerontocrazia di Fatah, capace di farsi imporre accordi
punitivi dalla comunità internazionale senza saper reagire e buona solo a
rubare, costruendosi le case in Cisgiordania con i fondi dell’Unione europea e
lasciando la gente a morire nei campi profughi. Abbas si prodiga per
sconfessare le accuse di Hamas, ma la popolazione civile non è insensibile alle
bordate degli islamisti e, a gennaio 2006, la rottura con il passato si consuma
fino in fondo: alle elezioni di gennaio 2006 Fatah non è solo sconfitto: è
umiliato.
Hamas trionfa aggiudicandosi 73 seggi in
parlamento contro i 43 degli eredi di Arafat. Solo
un anno prima Abbas, alle elezioni presidenziali, aveva ottenuto una larga maggioranza
e veniva eletto
al posto di Arafat, ma Hamas non si era esposta, lasciando
all’anziano leader la presidenza dell’Autorità Nazionale palestinese e puntando
tutto a vincere le elezioni politiche. Ma durante la campagna elettorale per le
presidenziali, a novembre 2004, si era verificato un episodio senza precedenti:
Abbas si reca a Gaza per la campagna elettorale e, mentre si appresta a tenere
un comizio, scoppia una sparatoria tra gli spettatori. Muoiono due guardie del
corpo di Abbas che, assieme al suo entourage, si affanna a negare che sia lui
il bersaglio dell’attentato, eppure qualcuno comincia a parlare di
guerra
civile.
La morte del rais. Lo sgombero di Gaza ha quindi
accelerato un processo che, fin dal 2004, era già in atto. Il fattore scatenante
del confronto aperto tra Hamas e Fatah è allora da cercare prima, e secondo
molti coincide con la
morte di Yasser Arafat, padre padrone dell’Anp e dello
stesso popolo palestinese. Il rais, dopo il ricovero in un ospedale di Parigi,
muore l’11 novembre 2004. In quel momento, dopo il cordoglio e il dolore, si
apre la vera lotta di successione al suo trono. Fino a quando Arafat è stato in
vita, infatti, nessuno si sarebbe permesso di mettere in discussione il potere
assoluto dell’uomo che, con mille contraddizioni, aveva imposto la causa
palestinese all’agenda della comunità internazionale. L’uomo che tutti
ritenevano un padre, l’uomo che amava pagare gli stipendi con le sue stesse
mani, il mito. Hamas, per quanto scettica sulla linea seguita da Arafat e spesso
in contrasto con gli accordi accettati dal rais (il movimento islamista non ha
mai accettato gli Accordi di Oslo del 1993) , non si permetteva di criticare
apertamente colui che, per tutti i palestinesi, era un’icona. Inoltre, nel giro
di pochi mesi nel 2004, l’esercito israeliano aveva eliminato con due omicidi
mirati il leader di Hamas, lo
sceicco Ahmad Yassin, e il suo braccio destro, Abdel
Aziz al-Rantissi. L’organizzazione era
quindi in un periodo di transizione, e ha preferito riorganizzarsi prima di
lanciare la scalata al potere.
Una volta serrate le fila e lasciata passare l’onda emotiva della morte del
rais,
Hamas ha attaccato apertamente la nomenklatura del Fatah, accusandola di
corruzione e incapacità politica. Non a caso, poco dopo la morte di Arafat,
sono state fatte circolare ad arte una serie d’insinuazioni sul presunto
‘tesoro’di Arafat, nascosto in conti all’estero. Indiscrezioni che, in
parallelo, si scontrano con la capillare opera d’investimento nel sociale che
Hamas ha saputo fare negli anni, costruendo scuole, ricoveri per nullatenenti,
programmi di sostegno economico per le vedove e gli orfani e ricevendo in
cambio l’imperitura gratitudine dei beneficiari.
Pressioni dall’esterno. A gennaio 2006 Hamas raccoglie quello che ha
seminato per anni. Stravince le elezioni e si appresta a governare. Ma la
comunità internazionale, preoccupata dall’ascesa di un movimento islamista al
potere in Palestina, decide che bisogna bloccare l’organizzazione che non ha
mai davvero rinunciato all’opzione della lotta armata. L’Unione europea e gli
Stati Uniti
bloccano i fondi all’Anp. Contestualmente le cancellerie
occidentali e il governo israeliano si affannano a indicare Abbas come unico
interlocutore possibile per riaprire un negoziato di pace e, per rafforzarlo, si arriva al punto di potenziare l’apparato
di sicurezza che protegge la vita del presidente palestinese. Hamas si trova in
un angolo: impossibilitata a
pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, vede
crescere
la rabbia popolare, mentre a Gaza si diffonde lo spettro della fame. Israele,
dopo un periodo piuttosto calmo, lancia operazioni pesanti sulla Striscia di
Gaza e Hamas si trova in un vicolo cieco: rispondere alle offensive per
riguadagnare la credibilità popolare significherebbe dire addio per sempre alla
levatura politica internazionale di un partito che nessuno reputa in grado di
governare.
La tensione cresce e, tra le fila del Fatah e tra quelle di Hamas,
il nervosismo serpeggia. Le scaramucce sono quotidiane e i nodi vengono al pettine.
Il premier palestinese Haniyeh e il presidente Abbas, da mesi, tentano
inutilmente di trovare un accordo per un governo di unità nazionale, ma sono
divisi e il riconoscimento dello Stato d’Israele resta un limite che pare
invalicabile. Mentre i capi discutono, però, la base dei due partiti comincia
a
perdere la pazienza. La strage dei figli di Balousheh
è, per esempio, un regolamento di conti in sospeso, essendo il padre dei
bambini uccisi uno degli uomini che Arafat incaricò, all’indomani degli Accordi
di Oslo, di ‘eliminare’ i miliziani di Hamas che non accettavano il trattato.
La situazione è esplosiva e, con tutti i distinguo del caso, finisce per essere
la rappresentazione di una tensione che percorre tutto il Medio Oriente: la
contrapposizione tra i movimenti islamisti, che in tutto il mondo arabo
guadagnano consenso, e le vecchie classi dirigenti laiche. Come sempre, negli
equilibri della regione, il conflitto palestinese riveste un ruolo centrale, e
un’eventuale guerra civile tra palestinesi sarebbe l’ultima cosa della quale si
sente il bisogno in Medio Oriente.
Christian Elia