31/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Chawki Senauci, giornalista algerino, commenta le elezioni nel suo Paese
il presidente algerino bouteflika“Nel fare un bilancio del primo mandato di Bouteflika non si può prescindere dall’ aspetto della sicurezza, che al momento della sua salita al potere era la priorità assoluta per il mio Paese. In questo senso il bilancio non può che essere positivo.” A parlare è Chawki Senaouci, giornalista algerino di Radio Popolare di Milano, da anni residente in Italia, che commenta le prossime elezioni presidenziali in Algeria, previste per l’8 aprile 2004.
 
“Rispetto al biennio 1997-1998 la situazione è profondamente cambiata. Basta pensare alla strada che collega la capitale Algeri alla città di Orano, 400 chilometri in tutto”, continua Chawki, “ora la si può percorrere anche di sera mentre anni fa, alle due del pomeriggio, non ci si avventurava più nessuno per la paura dei gruppi armati che imperversavano. Lo stesso discorso vale per le città, dove si trovano negozi aperti e gente a spasso di sera. Si sentono sicuri, il coprifuoco è stato revocato e, tanti contadini che avevano abbandonato le terre per paura rifugiandosi nelle grandi città, sono tornati ai loro campi e al loro lavoro.”
 
Secondo il giornalista algerino “la politica della mano tesa ai fondamentalisti ha pagato. Quando Bouteflika è arrivato i gruppi armati erano allo sbando, ma ancora estremamente pericolosi. Per fare un attentato bastano poche persone. Proporre di deporre le armi in cambio dell’ impunità è stato un successo: più di tremila uomini sono usciti dalla clandestinità e hanno rinunciato alla lotta armata, tornando a una vita normale, aprendo negozi e tornando alle loro case e ai loro affari. Certo non mancano gli irriducibili, ma restano un fenomeno residuale.”
 
Quindi l’Algeria ha sconfitto il terrorismo? Per Chawki “i dati parlano chiaro: negli anni più duri della guerra civile c’era una media impressionante di 700 morti a settimana. Ora il movimento islamico nel mio Paese è frammentato in quattro anime: c’è il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) che non accetta il processo di pace e continua la lotta armata, ma sono pochi e assolutamente autoreferenziali, senza alcun appoggio nella popolazione civile. Poi c’è il Fronte Islamico di Salvezza (Fis) che aveva vinto le amministrative del 1991 e, favorito dal sistema elettorale maggioritario e dall’astensionismo, si preparava a prendere il potere. La sua ascesa è stata bloccata e il movimento è stato sciolto, ma le dichiarazioni di appoggio a Bouteflika dei suoi leader politici, lasciano intendere che ormai optano per il processo di pacificazione nazionale, puntando magari un domani al rientro in politica. Un altro gruppo d’ispirazione islamica è il Movimento di Riforma Nazionale (Mrn), guidato da Abdallah Djaballah, ha sottolineato la scelta della strada della politica candidandosi alle presidenziali in prima persona. L’ultima parte dello schieramento islamico, il Movimento della Società della Pace (Msp), ha invece deciso di appoggiare direttamente Bouteflika.”
 
Il processo di pace quindi è un successo da ascrivere alla gestione di Bouteflika, anche se Chawki racconta come “nella popolazione la guerra civile è rimasta un tabù, una ferita troppo fresca per essere rimarginata in fretta, soprattutto quando vedi le persone che ti hanno sparato addosso, che magari hanno ucciso brutalmente un tuo parente, tornano tranquillamente a casa, come se nulla fosse. Nelle famiglie si preferisce non parlarne, aspettare che il tempo rimargini certe ferite ancora aperte.”
Quindi, pur riconoscendo il successo nel campo della sicurezza al governo di Bouteflika, le tematiche su cui si decideranno le elezioni sono altre.
 
“La disoccupazione, la scuola, la sanità e i trasporti…questi sono i problemi degli algerini oggi”, racconta Chawki, “venuta meno la via socialista tutto è finito in mano ai privati, eccezion fatta per stampa e petrolio. In queste materie c’è ancora tanto da fare e le aspettative della popolazione sono altissime. Ogni volta che torno a casa le strade e le piazze di prima mattina sono stracolme di giovani che non hanno un lavoro e che sopravvivono di piccoli traffici illeciti, ma un Paese dove la maggioranza della popolazione è sotto i 30 anni, il lavoro è la battaglia fondamentale. L’Algeria è un grande cantiere incompiuto. Le ricette del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno smantellato il settore pubblico di stampo socialista, ma la classe media è stata duramente colpita dalla guerra civile così ora non assume più nessuno, né nel pubblico né nel privato.”
 
Eppure l’Algeria è un Paese ricchissimo. Come è possibile? “Il petrolio ha portato tanti soldi”, dice il giornalista e, al contrario di tanti Paesi in cui i proventi dell’oro nero transitano direttamente sui conti in Svizzera dei governanti, in Algeria la gestione è abbastanza trasparente: tutti gli introiti finiscono nelle casse del ministero del Tesoro e sono monitorati dalla Banca Centrale. Sono le politiche d’investimento che lasciano a desiderare, ma l’opposizione attacca Bouteflika sui difetti personali, come la tendenza ad accentrare il potere e a viaggiare troppo all’estero, piuttosto che sulle politiche socio-economiche.”
 
Quindi una campagna elettorale lontana dai problemi della gente che potrebbe finire per premiare Bouteflika. Per Chawki, in fin dei conti può andar bene così. Dice infatti che “avrei voluto per la prima volta nel mio Paese un capo di stato che vince le elezioni e prende il controllo del Paese, senza colpi di Stato, elezioni bloccate dai militari o malattie e morti come è successo in passato in Algeria, sarebbe una novità nel Medio Oriente. Alla fine però gli altri candidati non offrono le garanzie necessarie per una gestione serena del futuro dell’Algeria. La nostra democrazia è troppo giovane per l’alternanza.”
Da quale avversario si deve guardare maggiormente il Presidente in carica?
“Sicuramente Ali Benflis, ex-primo ministro di Bouteflika, è il rivale più influente. Il Presidente non ha alle spalle un grosso partito, visto che il Fronte di Liberazione Nazionale si è diviso tra i due”, sostiene il giornalista algerino, “e la lotta e tra loro due. Non bisogna immaginare la competizione elettorale come una lotta tra destra e sinistra o tra laici e islamici. Il problema è che si sta creando una spaccatura pericolosa tra est e ovest. Per capirci Benflis è originario della zona al confine con la Tunisia, mentre Bouteflika è originario della zona al confine con il Marocco. L’elemento di novità di queste elezioni è che loro due stanno spaccando il Paese a metà, come non era mai successo prima. Quest’unità attorno ai valori del Fln, che sono le fondamenta della nazione, ha costituito l’argine principale al dilagare del fondamentalismo islamico. Questo localismo politico è molto pericoloso, crea campi trasversali e contrapposti nella spina dorsale dell’Algeria. Un esempio in questo senso è quello dell’esercito, figlio della lotta d’indipendenza, l’unico veramente popolare della regione, senza caste. Ora l’esercito, dove gli algerini originari dell’est, ritengono che Bouteflika abbia privilegiato nella carriera le persone originarie dell’ovest. Questo è molto pericoloso, può scivolare in un conflitto civile pericolosissimo.”
 
La lotta politica si limita dunque a una faida intestina al Fln, o ci sono altri soggetti che possano risultare decisivi? “Sicuramente ha un certo peso Said Sadi, candidato del Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (Rcd), espressione della cultura berbera dell’interno, ma molto dipende dall’appoggio che potrebbero dargli i Cabili, berberi della costa, che sembrano invece orientati a boicottare le elezioni. Le dichiarazioni di Benflis sui berberi però hanno gettato benzina sul fuoco e bisogna aspettare di capire se cambieranno atteggiamento.”
 
Resta da capire quanto di questo dibattito arrivi realmente nelle case degli algerini, cioè i margini di manovra della libertà di stampa. “Se Boutleflika mettesse in una valigetta i principali quotidiani algerini”, racconta Chawki, “e girasse il mondo tutti resterebbero colpiti dalla violenza degli attacchi che la carta stampata riserva quotidianamente al Presidente, ma è una tattica ben precisa. Lui sa che l’opinione pubblica in Algeria viene influenzata solo dalla televisione. Quella non è stata privatizzata mai, dall’indipendenza a oggi. Come le frequenze radio. Bouteflika usa i quotidiani come un biglietto da visita per chi lo accusa di colpire la libertà di stampa, tanto se lo può permettere. Gli algerini hanno tutti una televisione, ma pochissimi comprano un giornale. Lo stesso discorso vale per Internet, abbastanza diffuso, ma per navigare nel mondo, non certo per leggere di politica algerina.

Comunque la carta stampata vive di pubblicità e questa è per il 90 per cento di provenienza statale, come gli stabilimenti tipografici per stampare: se qualcuno alza troppo il tiro, basta presentargli la fattura per farlo tacere. Un giornalista algerino, rispetto a uno tunisino o marocchino è fortunato, ma dico sempre che abbaia, cioè non può nuocere davvero a nessuno.”

Christian Elia

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