
“Nel fare un bilancio del primo mandato di Bouteflika non si può prescindere
dall’ aspetto della sicurezza, che al momento della sua salita al potere era la
priorità assoluta per il mio Paese. In questo senso il bilancio non può che essere
positivo.” A parlare è Chawki Senaouci, giornalista algerino di Radio Popolare
di Milano, da anni residente in Italia, che commenta le prossime elezioni presidenziali
in Algeria, previste per l’8 aprile 2004.
“Rispetto al biennio 1997-1998 la situazione è profondamente cambiata. Basta
pensare alla strada che collega la capitale Algeri alla città di Orano, 400 chilometri
in tutto”, continua Chawki, “ora la si può percorrere anche di sera mentre anni
fa, alle due del pomeriggio, non ci si avventurava più nessuno per la paura dei
gruppi armati che imperversavano. Lo stesso discorso vale per le città, dove si
trovano negozi aperti e gente a spasso di sera. Si sentono sicuri, il coprifuoco
è stato revocato e, tanti contadini che avevano abbandonato le terre per paura
rifugiandosi nelle grandi città, sono tornati ai loro campi e al loro lavoro.”
Secondo il giornalista algerino “la politica della mano tesa ai fondamentalisti
ha pagato. Quando Bouteflika è arrivato i gruppi armati erano allo sbando, ma
ancora estremamente pericolosi. Per fare un attentato bastano poche persone. Proporre
di deporre le armi in cambio dell’ impunità è stato un successo: più di tremila
uomini sono usciti dalla clandestinità e hanno rinunciato alla lotta armata, tornando
a una vita normale, aprendo negozi e tornando alle loro case e ai loro affari.
Certo non mancano gli irriducibili, ma restano un fenomeno residuale.”
Quindi l’Algeria ha sconfitto il terrorismo? Per Chawki “i dati parlano chiaro:
negli anni più duri della guerra civile c’era una media impressionante di 700
morti a settimana. Ora il movimento islamico nel mio Paese è frammentato in quattro
anime: c’è il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) che
non accetta il processo di pace e continua la lotta armata, ma sono pochi e assolutamente
autoreferenziali, senza alcun appoggio nella popolazione civile. Poi c’è il Fronte
Islamico di Salvezza (Fis) che aveva vinto le amministrative del 1991 e, favorito
dal sistema elettorale maggioritario e dall’astensionismo, si preparava a prendere
il potere. La sua ascesa è stata bloccata e il movimento è stato sciolto, ma le
dichiarazioni di appoggio a Bouteflika dei suoi leader politici, lasciano intendere
che ormai optano per il processo di pacificazione nazionale, puntando magari un
domani al rientro in politica. Un altro gruppo d’ispirazione islamica è il Movimento
di Riforma Nazionale (Mrn), guidato da Abdallah Djaballah, ha sottolineato la
scelta della strada della politica candidandosi alle presidenziali in prima persona.
L’ultima parte dello schieramento islamico, il Movimento della Società della Pace
(Msp), ha invece deciso di appoggiare direttamente Bouteflika.”
Il processo di pace quindi è un successo da ascrivere alla gestione di Bouteflika,
anche se Chawki racconta come “nella popolazione la guerra civile è rimasta un
tabù, una ferita troppo fresca per essere rimarginata in fretta, soprattutto quando
vedi le persone che ti hanno sparato addosso, che magari hanno ucciso brutalmente
un tuo parente, tornano tranquillamente a casa, come se nulla fosse. Nelle famiglie
si preferisce non parlarne, aspettare che il tempo rimargini certe ferite ancora
aperte.”
Quindi, pur riconoscendo il successo nel campo della sicurezza al governo di
Bouteflika, le tematiche su cui si decideranno le elezioni sono altre.
“La disoccupazione, la scuola, la sanità e i trasporti…questi sono i problemi
degli algerini oggi”, racconta Chawki, “venuta meno la via socialista tutto è
finito in mano ai privati, eccezion fatta per stampa e petrolio. In queste materie
c’è ancora tanto da fare e le aspettative della popolazione sono altissime. Ogni
volta che torno a casa le strade e le piazze di prima mattina sono stracolme di
giovani che non hanno un lavoro e che sopravvivono di piccoli traffici illeciti,
ma un Paese dove la maggioranza della popolazione è sotto i 30 anni, il lavoro
è la battaglia fondamentale. L’Algeria è un grande cantiere incompiuto. Le ricette
del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno smantellato il
settore pubblico di stampo socialista, ma la classe media è stata duramente colpita
dalla guerra civile così ora non assume più nessuno, né nel pubblico né nel privato.”
Eppure l’Algeria è un Paese ricchissimo. Come è possibile? “Il petrolio ha portato
tanti soldi”, dice il giornalista e, al contrario di tanti Paesi in cui i proventi
dell’oro nero transitano direttamente sui conti in Svizzera dei governanti, in
Algeria la gestione è abbastanza trasparente: tutti gli introiti finiscono nelle
casse del ministero del Tesoro e sono monitorati dalla Banca Centrale. Sono le
politiche d’investimento che lasciano a desiderare, ma l’opposizione attacca Bouteflika
sui difetti personali, come la tendenza ad accentrare il potere e a viaggiare
troppo all’estero, piuttosto che sulle politiche socio-economiche.”
Quindi una campagna elettorale lontana dai problemi della gente che potrebbe
finire per premiare Bouteflika. Per Chawki, in fin dei conti può andar bene così.
Dice infatti che “avrei voluto per la prima volta nel mio Paese un capo di stato
che vince le elezioni e prende il controllo del Paese, senza colpi di Stato, elezioni
bloccate dai militari o malattie e morti come è successo in passato in Algeria,
sarebbe una novità nel Medio Oriente. Alla fine però gli altri candidati non offrono
le garanzie necessarie per una gestione serena del futuro dell’Algeria. La nostra
democrazia è troppo giovane per l’alternanza.”
Da quale avversario si deve guardare maggiormente il Presidente in carica?
“Sicuramente Ali Benflis, ex-primo ministro di Bouteflika, è il rivale più influente.
Il Presidente non ha alle spalle un grosso partito, visto che il Fronte di Liberazione
Nazionale si è diviso tra i due”, sostiene il giornalista algerino, “e la lotta
e tra loro due. Non bisogna immaginare la competizione elettorale come una lotta
tra destra e sinistra o tra laici e islamici. Il problema è che si sta creando
una spaccatura pericolosa tra est e ovest. Per capirci Benflis è originario della
zona al confine con la Tunisia, mentre Bouteflika è originario della zona al confine
con il Marocco. L’elemento di novità di queste elezioni è che loro due stanno
spaccando il Paese a metà, come non era mai successo prima. Quest’unità attorno
ai valori del Fln, che sono le fondamenta della nazione, ha costituito l’argine
principale al dilagare del fondamentalismo islamico. Questo localismo politico
è molto pericoloso, crea campi trasversali e contrapposti nella spina dorsale
dell’Algeria. Un esempio in questo senso è quello dell’esercito, figlio della
lotta d’indipendenza, l’unico veramente popolare della regione, senza caste. Ora
l’esercito, dove gli algerini originari dell’est, ritengono che Bouteflika abbia
privilegiato nella carriera le persone originarie dell’ovest. Questo è molto pericoloso,
può scivolare in un conflitto civile pericolosissimo.”
La lotta politica si limita dunque a una faida intestina al Fln, o ci sono altri
soggetti che possano risultare decisivi? “Sicuramente ha un certo peso Said Sadi,
candidato del Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (Rcd), espressione
della cultura berbera dell’interno, ma molto dipende dall’appoggio che potrebbero
dargli i Cabili, berberi della costa, che sembrano invece orientati a boicottare
le elezioni. Le dichiarazioni di Benflis sui berberi però hanno gettato benzina
sul fuoco e bisogna aspettare di capire se cambieranno atteggiamento.”
Resta da capire quanto di questo dibattito arrivi realmente nelle case degli
algerini, cioè i margini di manovra della libertà di stampa. “Se Boutleflika mettesse
in una valigetta i principali quotidiani algerini”, racconta Chawki, “e girasse
il mondo tutti resterebbero colpiti dalla violenza degli attacchi che la carta
stampata riserva quotidianamente al Presidente, ma è una tattica ben precisa.
Lui sa che l’opinione pubblica in Algeria viene influenzata solo dalla televisione.
Quella non è stata privatizzata mai, dall’indipendenza a oggi. Come le frequenze
radio. Bouteflika usa i quotidiani come un biglietto da visita per chi lo accusa
di colpire la libertà di stampa, tanto se lo può permettere. Gli algerini hanno
tutti una televisione, ma pochissimi comprano un giornale. Lo stesso discorso
vale per Internet, abbastanza diffuso, ma per navigare nel mondo, non certo per
leggere di politica algerina.
Comunque la carta stampata vive di pubblicità e questa è per il 90 per cento
di provenienza statale, come gli stabilimenti tipografici per stampare: se qualcuno
alza troppo il tiro, basta presentargli la fattura per farlo tacere. Un giornalista
algerino, rispetto a uno tunisino o marocchino è fortunato, ma dico sempre che
abbaia, cioè non può nuocere davvero a nessuno.”