21/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Quattro marinai morti nel braccio di mare che divide Italia e Tunisia, in polemica da anni
Il 6 dicembre scorso, come ogni mattina, Antonio, Bartolomeo, Enrico, Carmelo, Riccardo, Michele, Rida e Yosi erano andati al porto di Mazara del Vallo, per lavorare. Sono pescatori e, a bordo della nave Francesco Gangitano, hanno preso il largo per tentare di ‘fare la giornata’.
 
il porto di mazara del valloUn destino tragico. Questa volta qualcosa è andato storto, però: il peschereccio italiano è stato speronato dal mercantile Royal Coler. L’equipaggio, 6 italiani e 2 tunisini, sono finiti in acqua e Antonio, Bartolomeo, Rida e Yosi sono morti. Una tragedia, sulla quale oggi sta nno indagando la Guardia Costiera e la magistratura italiana. Ma il dramma del Francesco Gangitano, comunque si risolveranno le  indagini, porta all’attenzione della cronaca un dramma dei pescatori siciliani. Quello di fondali così impoveriti da costringerli a spingersi sempre più in là. Il naufragio è avvenuto a 15 miglia dalle coste tunisine, in acque internazionali. Almeno questo è ciò che sembra emergere da una prima e incompleta ricostruzione dei fatti. La zona di pesca a sud-ovest di Lampedusa, secondo la Tunisia, è da considerare come riservata alla pesca dei propri cittadini. Secondo gli italiani è invece da considerare zona di ripopolamento ittico in alto mare. E quindi aperta. La questione è stata materia di un accordo tra Italia e Tunisia del 28 agosto 1971, che “segue il criterio della mediana tra le coste della Tunisia e quelle della Sicilia, senza dare alcun valore, ai fini della delimitazione, alle circostanze speciali rappresentate dalle isole italiane di Pantelleria, Lampedusa e Linosa, e all'isolotto disabitato di Lampione’’, come spiega il sito della Marina militare italiana. Per effetto di questo trattato, è stata concessa alla Tunisia un'area di quasi 30mila chilometri quadrati, corrispondente a quella che sarebbe spettata all'Italia, ove fosse stata adottata la linea mediana rispetto alle Isole Pelagie. Da notare che la soluzione prescelta comporta che il cosiddetto ‘mammellone’ (così è chiamato il tratto di mare tra la Libia e Lampedusa, a 300 miglia da Mazara del Vallo) ricada interamente all'interno della piattaforma tunisina. Questa contesa territoriale è alla base della tensione tra i pescatori siciliani e le autorità tunisine.
 
La parte tratteggiata della cartina indica  la zona di piattaforma continentale che avrebbe potuto essere assegnata all'Italia nel caso in cui fosse stata adottala la mediana tra le isole Pelagie e la costa tunisina - fonte sito della marina militare italianaUna lunga contesa. Un indicatore interessante dei rapporti tra Italia e Tunisia rispetto alla pesca, che mette in luce come il bon ton dimostrato in questi giorni con il naufragio del Francesco Gangitano sia solo di facciata, è un’audizione del 1999, di fronte alla Commissione parlamentare che si occupa di Agricoltura, di Renato Ferraro, allora Comandante generale delle Capitanerie di porto, che dichiarò: “Ho consegnato alla Commissione alcune cartine navali grazie alle quali potrò illustrarvi il quadro degli spazi marittimi del Mediterraneo. La presenza della marina è dunque effettiva e costante ed assolve, tra gli altri, il ruolo di protezione della vita dei pescatori dagli illegittimi atti di violenza posti in essere dalle marine dei paesi del Nord Africa, che avanzano rivendicazioni in queste zone. Si verificano infatti casi in cui l'uso della forza si spinge oltre il limite consentito, perché nessun principio internazionale consente l'uso della violenza estrema per vietare attività di pesca”. Una lunga storia quindi, quella dei rapporti tra pescatori siciliani e autorità tunisine, ammorbidito con il tempo, ma che ancora non ha visto risolto il problema. Che sostanzialmente ruota attorno al diritto allo sfruttamento di un braccio di mare che, nonostante il trattato degli anni Settanta,  è controverso. Gli episodi di sequestro di natanti italiani e di arresto di marinai sono numerosi e a volte si è anche sfiorato l’incidente diplomatico, come accadde nel 1996, quando l'ambasciatore italiano a Tunisi dell’epoca venne convocato al ministero degli Esteri  di Tunisi perché il governo voleva “esprimergli la preoccupazione delle autorità tunisine in seguito alle ripetute violazioni delle acque territoriali da parte di pescherecci italiani'. O ancora nel 1998, quando l’allora ministro degli Esteri tunisino, Said Ben Mustapha, denunciò in modo ufficiale il “deliberato intervento a protezione di battelli italiani, che pescavano in acque territoriali tunisine, di un’unità della Marina militare italiana”. I due governi, in quell’occasione, si sedettero attorno a un tavolo ed elaborarono una serie di accordi bilaterali che prevedevano addirittura l’istallazione di un sistema satellitare, chiamato Blue Box, sui pescherecci italiani per segnalare in tempo reale l’eventuale sconfinamento.
 
un gruppo di pescatoriSegno dei tempi. E che forse, in quel periodo storico, non rappresentava un bene vitale come oggi, che i fondali italiani vanno via via impoverendosi. Questa situazione è mutata profondamente negli ultimi anni e, i fondali italiani, sono sempre più poveri. I pescherecci italiani si spingono al limite consentito, e a volte anche più in là. La storia del naufragio del Francesco Gangitano, anche se si dimostrerà una sciagura, racconta anche un aspetto nuovo di questa sorta di lotta sui mari. Quello più curioso, forse, della vicenda. La contrapposizione tra Italia e Tunisia, rispetto al passato, si colora di un aspetto nuovo, legato al cambiamento che in tutti questi anni ha vissuto la società italiana. Oggi infatti a Mazara del Vallo, paese che da sempre ha legato la sua storia alla pesca,  rispetto a un censimento del 2001, su una popolazione di poco più di 50mila abitanti, sono circa 3mila i tunisini che si sono trasferiti in Sicilia proprio per lavorare sui pescherecci italiani. Hanno dovuto abbandonare il loro Paese per vivere, ma le restrizioni che pone al loro lavoro proprio la terra d’origine, li pone in condizioni di disagio. Aldilà di tutti i passaporti e le frontiere, o delle contese commerciali e territoriali, la storia del Francesco Gangitano racconta di un Mediterraneo differente, dove i marinai si trovano uniti contro le avversità. E non di un Mediterraneo prigione, con steccati sempre più alti che ne separano le sponde. Ecco cosa lega Antonio e Bartolomeo e Rida e Yosi, due italiani e due tunisini: la difficoltà di ‘fare la giornata’, che porta i pescatori a spingersi sempre oltre il limite. A qualunque latitudine. 

Christian Elia

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