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Un destino tragico. Questa
volta qualcosa è andato storto, però: il peschereccio italiano è stato
speronato dal mercantile Royal Coler. L’equipaggio, 6 italiani e 2
tunisini, sono finiti in acqua e Antonio, Bartolomeo, Rida e Yosi sono morti.
Una tragedia, sulla quale oggi sta nno indagando la Guardia Costiera e la
magistratura italiana. Ma il dramma del Francesco Gangitano, comunque si
risolveranno le indagini, porta all’attenzione della cronaca un dramma dei
pescatori siciliani. Quello di fondali così impoveriti da costringerli a
spingersi sempre più in là. Il naufragio è avvenuto a 15 miglia dalle coste
tunisine, in acque internazionali. Almeno questo è ciò che sembra emergere da
una prima e incompleta ricostruzione dei fatti. La zona di pesca a sud-ovest di
Lampedusa, secondo la Tunisia, è da considerare come riservata alla pesca dei
propri cittadini. Secondo gli italiani è invece da considerare zona di
ripopolamento ittico in alto mare. E quindi aperta. La questione è stata materia
di un accordo tra Italia e
Tunisia del 28 agosto 1971, che “segue il criterio della mediana tra le coste
della Tunisia e quelle della Sicilia, senza dare alcun valore, ai fini della
delimitazione, alle circostanze speciali rappresentate dalle isole italiane di
Pantelleria, Lampedusa e Linosa, e all'isolotto disabitato di Lampione’’, come
spiega il sito della Marina militare italiana. Per effetto di questo trattato,
è stata concessa alla Tunisia un'area di quasi 30mila chilometri quadrati,
corrispondente a quella che sarebbe spettata all'Italia, ove fosse stata
adottata la linea mediana rispetto alle Isole Pelagie. Da notare che la
soluzione prescelta comporta che il cosiddetto ‘mammellone’ (così è chiamato il
tratto di mare tra la Libia e Lampedusa, a 300 miglia da Mazara del Vallo)
ricada interamente all'interno della piattaforma tunisina. Questa contesa
territoriale è alla base della tensione tra i pescatori siciliani e le autorità
tunisine.
Una lunga contesa. Un indicatore
interessante dei rapporti tra Italia e Tunisia rispetto alla pesca, che mette
in luce come il bon ton dimostrato in questi giorni con il naufragio del Francesco
Gangitano sia solo di facciata, è un’audizione del 1999, di fronte alla
Commissione parlamentare che si occupa di Agricoltura, di Renato Ferraro,
allora Comandante generale delle Capitanerie di porto, che dichiarò: “Ho
consegnato alla Commissione alcune cartine navali grazie alle quali potrò
illustrarvi il quadro degli spazi marittimi del Mediterraneo. La presenza della
marina è dunque effettiva e costante ed assolve, tra gli altri, il ruolo di
protezione della vita dei pescatori dagli illegittimi atti di violenza posti in
essere dalle marine dei paesi del Nord Africa, che avanzano rivendicazioni in
queste zone. Si verificano infatti casi in cui l'uso della forza si spinge
oltre il limite consentito, perché nessun principio internazionale consente
l'uso della violenza estrema per vietare attività di pesca”. Una lunga storia
quindi, quella dei rapporti tra pescatori
siciliani e autorità tunisine, ammorbidito con il tempo, ma che ancora
non ha visto risolto il problema. Che sostanzialmente ruota attorno al
diritto allo sfruttamento di un braccio di mare che, nonostante il
trattato degli anni Settanta, è controverso.
Segno dei tempi. E che forse, in quel
periodo storico, non rappresentava un bene vitale come oggi, che i
fondali italiani vanno via via impoverendosi.
Christian Elia
Parole chiave: tunisia, italia, mazara del vallo, naufragio Francesco Gangitano, mammolone