L'ex dittatore cileno, responsabile di oltre 3mila morti e desaparecidos, aveva subito un infarto una settimana fa

Ieri è morto il generale Augusto Pinochet, il dittatore che ha governato col
pugno
di ferro il Cile dal 1973 al 1990, reprimendo ogni forma di dissenso e uccidendo
chiunque tentasse di opporsi al suo potere.
E’ deceduto all’eta di 91 anni, esattamente una settimana dopo aver subito un
infarto del miocardio che domenica 3 dicembre lo aveva spedito dritto all’ospedale
militare di Santiago, dov’era stato operato d’urgenza.
Una morte provvida, che arriva proprio mentre la giustizia cilena stava cercando
di inchiodarlo alle sue responsabilità: durante il suo governo 3200 oppositori
sono stati eliminati e di questi ancora 1192 risultano dispersi; 28mila persone
hanno subito torture e in 300mila si sono visti costretti a fuggire all’estero
per restare vive.
Ecco quello che è stato Pinochet: l’uomo del terrore cileno.
Il bollettino ufficiale. “L’ospedale militare di Santiago comunica la morte dell’ex presidente della
Repubblica ed ex comandante in capo dell’esercito, generale Augusto Pinochet Urgarte”.
Con queste parole i medici militari hanno comunicato ufficialmente al mondo la
dipartita del dittatore. “Alle 13.30 (17.30 ora italiana) – continua il bollettino
- il paziente ha sofferto un’insperata e grave complicazione che ha reso indispensabile
il trasferimento nell’Unità di terapia intensiva, dove sono state tentate tutte
le pratiche di rianimazione, constatando il decesso alle 14.15”.
Il cadavere di Pinochet è stato trasportato alla Scuola Militare della capitale,
dove fino a domani sarà in funzione la camera ardente. La polemica su
“funerali di Stato sì, funerali di Stato no” che ha aperto il sipario sull’evidente
spaccatura
che incrina la società cilena dal profondo, è ormai superata: domani alle 12 si
terrà il corto funebre previsto per i comandanti militari. Punto e basta.
Vade retro. Il governo di Micelle Bachelet ha pensato bene di mettere le mani avanti sin
da subito. La linea, resa ufficiale nei giorni successivi all’infarto, è appunto
che Pinochet
non è un capo di Stato e quindi non ha diritto a un funerale di Stato. Essendo
un militare sarà trattato come tale e riceverà le esequie da ex comandante delle
Forze armate. Il governo non potrà non esserci, certo, ma sarà rappresentato soltanto
dal ministro della Difesa.
Il messaggio è chiaro: vade retro ogni idea mal sana di vedere a quei funerali il presidente della repubblica,
colei che incarna tutti i mali che Pinochet-dittatore ha significato per il Cile:
figlia di un padre desaparecido perché fedelissimo di Allende e vittima, con sua madre, di indicibili torture
per mano degli scagnozzi del generalissimo.
Adesso il paese è nel caos più completo, diviso fra due anime opposte e inconciliabili:
chi rimpiange lui e il suo Cile, fatto a immagine e somiglianza di pochi, ricchi
e arricchiti, e chi, al contrario, brinda alla morte dell’aguzzino, ossia la maggioranza.
Chi piange. Alcune decinedi persone, appresa la notizia, si sono radunate davanti all’ospedale
cantando, in lacrime, l’inno nazionale e stringendo al petto vecchie foto. Un
gruppetto che però è andato crescendo di ora in ora, fino a contare circa quattromila
persone. Ad accomunarle, un'altra visione dei fatti: Pinochet
è stato un salvatore, colui che ha evitato che il Cile si trasformasse in una
seconda Cuba.
È la teoria che è andato lui stesso sbandierando da sempre: il colpo di Stato
del settembre 1973 arrivò a suo dire nel momento in cui il paese era sull’orlo
della guerra civile, diviso fra la sinistra di Allende e la destra ostile e agguerrita.
Il golpe “non ha avuto altro fine che ingrandire il Cile ed evitarne la disintegrazione”.
Fu la situazione creata dal presidente socialista Allende – secondo i pinocheisti
- a obbligare “le Forze Armate a intervenire per superare un conflitto interno
che sembrava inevitabile”.
Chi brinda. In migliaia, invece, sono scesi in piazza, di ogni età ed estrazione sociale,
per festeggiare e sfogare la loro rabbia. Brindano alla morte dell’aguzzino che
ha piegato una generazione intera, spaventando, perseguitando, torturando e uccidendo.
Sfilate di auto strombazzanti, barricate nelle vie principali, cortei con cartelloni
e bandiere: eccolo il Cile del futuro. Un paese esultante, sì, ma ben conscio
di quanto amara sia questa gioia. Perché, nonostante la sua età, (91 anni compiuti
il 25 novembre), Pinochet se n’è andato troppo presto e la ferita resta aperta
e sanguinante.
In alcune zone della capitale, la situazione è degenerata. Sono stati commessi
atti di
vandalismo davanti al Palazzo della Moneda. In seguito alle repressioni
della polizia le violenze sono proseguite con incendi e barricate nelle zone più
periferiche della città, come Huechuraba e Penaolèn.
Il bilancio degli scontri sarebbe di 99 persone arrestate e 49 feriti. A renderlo
noto è stato il vice-ministro dell'Interno, Felipe Harboe.
Le dichiarazioni. “E’ una pena tremenda quando un assassino muore prima di aver pagato per le
sue colpe”, aveva detto a Peacereporter un giovane cileno pochi giorni fa, ed
è questo il sentimento che accomuna la maggioranza dei cileni. Qualcuno prova
anche molta rabbia per “la morte spropositatamente giusta” che lo vede lasciare
questo mondo senza che un tribunale abbia mai pronunciato la sentenza di colpevolezza,
ma come ci ha spiegato Tomas Hirsch, candidato alle ultime presidenziali con Juntos
Podemos Mas, una coalizione che si dice erede spirituale di Salvador Allende:
“Nonostante sia straziante che il peggior assassino, nonché ladro, che il mio
paese abbia mai visto sia morto senza una condanna dei tribunali, mi consola che
la storia lo ha abbia, invece, già giudicato, facendo anche chiarezza su quanto
quest’uomo sia stato nefasto per il Cile e per il mondo intero”.