
“Le sfida che aspetta ora Bouteflika è quella delle riforme. Il suo secondo mandato
dev’essere caratterizzato da quei cambiamenti strutturali che non si sono visti
nel primo.” Khaled Fouad Allam commenta così il trionfo elettorale del Presidente
dell’Algeria, rieletto a furor di popolo nelle elezioni presidenziali di giovedì
8 aprile 2004.
Allam, docente di Sociologia del mondo musulmano e di Storia e istituzioni dei
paesi islamici all'università di Trieste e di Islamistica all'università di Urbino,
si occupa da anni di Islam contemporaneo, di questioni relative all’immigrazione
e ai nuovi diritti di cittadinanza.
Algerino, nato nel 1955 verso il confine con la Tunisia, da madre siriana e padre
marocchino, Khaled Fouad Allam ha studiato diritto e sociologia politica, in
Algeria (che ha lasciato una ventina d’anni fa) e in Francia.
In Italia, dopo la laurea ed aver ottenuto la cittadinanza, si dedica appunto
all’insegnamento e scrive del mondo islamico sui principali quotidiani nazionali.
A lui chiediamo un commento delle elezioni in Algeria. Cominciando dalla trasparenza
delle operazioni di voto.
“Il risultato delle elezioni è stato riconosciuto dagli osservatori internazionali
e dal Consiglio Costituzionale algerino. Questo credo che sgombri il campo dai
dubbi.”
Una vittoria chiara allora, che Bruce George dell’Organizzazione per la Sicurezza
e la Cooperazione in Europa (OSCE), ha definito “la migliore tornata elettorale
tenutasi non in Algeria, ma in Africa e in gran parte del mondo arabo.”
Abdelaziz Bouteflika ha ottenuto la vittoria con l’ 83,49 per cento delle preferenze,
come si spiega questo trionfo? “Il voto va contestualizzato in una realtà come
quella algerina, quella di un Paese in totale transizione”, dice Allam, “dove
il principale rivale di Bouteflika, Ali Benflis, rappresentava il vecchio establishment
del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). Il Presidente invece, pur essendo espressione
della stessa cultura, basti pensare che era ministro degli Esteri nel 1963 del
primo governo indipendente dell’Algeria, a soli 22 anni. Allontanato dal partito
negli anni ’70, ha lavorato nei Paesi del Golfo ed è tornato con una formazione
aperta ai cambiamenti del nuovo contesto geopolitica, mediterraneo e globale.”
Quindi, anche provenendo dall’apparato di potere figlio dell’indipendenza, rappresenta
una novità nella politica algerina? “Rappresenta un passaggio, a tratti scandito
dal Fondo Monetario Internazionale, richiesto dalla nuova situazione economica
internazionale. L’Algeria deve liberarsi della vecchia burocrazia elefantiaca,
necessita di un profondo rinnovamento per assecondare le richieste di una nuova
società civile che non esisteva trent’anni fa e di una popolazione che si è triplicata
negli ultimi quarant’anni.”
Tutta una massa di giovani a cui vanno date della risposte, per evitare, come
sottolinea Allam, “che si ripeta quello che è accaduto negli anni Ottanta, quando
si sono fatti affascinare dal fondamentalismo islamico e che oggi invece va integrata
in una riforma del mercato del lavoro.”
L’economia quindi come volano per un cambiamento che risponda alle esigenze di
“una nuova classe di piccoli imprenditori che al momento vivono una situazione
quasi anarchica, senza un progetto e una struttura di riferimento”, sottolinea
il docente, “e questo si affianca ai problemi endemici di questo Paese, che si
trascina dagli anni Settanta, legati soprattutto alle politiche agricolo-alimentari.
Allora fu scelta la via dell’industrializzazione pesante, che funzionava solo
al 50 per cento. Le riforme sono fondamentali, sia nel settore petrolifero, dove
i proventi delle vendite vanno ripartite in maniera più trasparente, sia nel settore
agroalimentare dove una riforma non può più aspettare.”
Un’Algeria che si rinnova e necessita di una guida in questo senso, dopo essersi
lasciata alle spalle gli anni più bui del terrorismo. Bouteflika ha incassato
il credito politico della lotta la terrorismo, ma ora deve rinnovare il Paese.
Secondo Allam, “la gente ha votato il Presidente perché vede in lui la persona
capace di attuare le riforme necessarie. Sicuramente la politica della concordia
nazionale è stata un successo. Oggi il terrorismo, nonostante tutte le critiche
ricevute, ha ridotto il fondamentalismo armato a un fenomeno residuale, ristretto
ad alcune sacche in campagna. Questo è stato riconosciuto a Bouteflika, che oggi
può essere un partner credibile per il Mediterraneo e per gli Stati Uniti proprio
perché è l’esercito che ha battuto gli integralisti, in un processo che non ha
avuto bisogno di aiuti esterni. Quindi gli elettori hanno premiato il Presidente
per questo successo, ma restano le riforme da fare.”
Quali in particolare? “Come dicevo il sostegno alla piccola e media impresa,
la riforma agraria e razionalizzazione del commercio del petrolio”, sostiene Allam,
“senza dimenticare la riforma del diritto di famiglia. Le donne aspettano da dieci
anni una legislazione che le restituisca pari dignità e, in questo senso, pur
raccogliendo pochi voti, la candidatura di Louisa Hanoune, prima donna della storia
a candidarsi alla presidenza, ha dato un segnale in questo senso. Esiste una nuova
Algeria, combattiva, fatta di nuovi soggetti che chiedono la parola e ai quali
Bouteflika dovrà dare delle risposte.”
Rispetto all’autonomismo della Cabilia, che anche in campagna elettorale ha dato
segni di vita con il boicottaggio delle elezioni e scontri con le forze dell’ordine?
“Bisogna negoziare. Non siamo di fronte al nazionalismo cabilo di vent’anni fa”,
conclude Allam, “ora la richiesta è quella di un riconoscimento culturale, del
rispetto di un’identità. L’unica soluzione è la via politica e il dialogo.”