10/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le prime elezioni libere dopo 30 anni di guerra civile e la catastrofe dello tsunami
Poco meno di due anni fa, nell'estrema punta settentrionale dell'isola di Sumatra, morte e desolazione pervadevano le strade di Banda Aceh, il capoluogo della provincia più devastata dallo tsunami.
 
Vita quotidiana a Banda Aceh (foto di Luca Galassi)Un voto atteso 30 anni. Lunedì 11 dicembre, in quelle stesse strade, tappezzate di manifesti elettorali che ritraggono gli otto candidati per le prime consultazioni libere della provincia indonesiana, affluiranno due milioni e mezzo di elettori, dai quali dipenderà il futuro della comunità musulmana più osservante del Paese. Aceh si prepara ad un voto storico, dopo quasi trent'anni di guerra civile che ha visto opporsi il Gam (Gerakan Aceh Merdeka, ovvero Movimento per Aceh Libera) alle feroci squadre speciali dell'esercito indonesiano. Un conflitto indipendentista che ha provocato almeno 15 mila morti, per la maggior parte civili. E' stato proprio lo tsunami a condurre a un accordo di pace che fino a pochi anni fa sembrava pura utopia. Nel 2003, infatti, l'esercito sferrava contro i ribelli la più sanguinosa offensiva dall'inizio del conflitto, nel lontano 1976.
 
Militari indonesiani (foto di Luca Galassi)Il Gam scende in campo. A Banda Aceh, esecuzioni sommarie, torture, violenze sui civili facevano da corollario ai raid militari condotti nella giungla per stanare i guerriglieri del Gam. Poi, nell'agosto 2005, la pace. Grazie alla decisiva mediazione dell'ex presidente finlandese Martti Ahtisari, le parti raggiunsero un accordo che contemplava l'amnistia per i ribelli, la consegna delle armi da parte di questi ultimi, il ritiro delle truppe di occupazione, autonomia per la provincia e diritto a godere del 70 per cento dei proventi delle risorse minerarie (gas e petrolio) di cui è ricca. Circa 10 mila poliziotti sono stati dispiegati per garantire lo svolgimento delle elezioni. Un numero ritenuto insufficiente dagli osservatori internazionali, più per la difficoltà nel controllare il processo elettorale in tutti gli 8.471 seggi sparsi per la provincia, che per evitare frizioni o violenze isolate. Queste ultime potrebbero verificarsi - stando a quanto sostiene l'International Crisis Group - a causa delle divisioni tra gli stessi candidati del Gam. Infatti, eventuali fonti di tensione potrebbero emergere tra le due anime della leadership: quella che fa riferimento agli esuli rifugiatisi in Europa durante la guerra civile e quella che invece sostiene coloro che scelsero di rimanere a combattere in patria.
 
Yusuf Irwandi (Foto di Luca Galassi)Il favorito è Yusuf Irwandi. Ascrivibili ai secondi sono Yusuf Irwandi e Muhammad Nazar, che corrono come indipendenti (fatto storico questo, per l'Indonesia, dove la partecipazione alle elezioni è consentita solo a membri di partiti); ai primi, Human Hamid e Hasbi Abdullah, del Partito islamico moderato, il Ppp (Partai Persatuan Pembangunan). I seguaci degli esuli del Gam, che non potrà presentarsi come partito politico, hanno accordato il proprio sostegno al Ppp, mentre Irwandi e Nazar raccoglieranno le adesioni di chi preferisce vedere il potere politico nelle mani di quanti rimasero nella provincia duranti gli anni insanguinati della guerra. Le previsioni danno come favorito Yusuf Irwandi, cinquantenne con un passato avventuroso alle spalle (fu liberato dallo tsunami mentre si trovava in prigione), mentre poche sono le speranze appuntate sul candidato filo-governativo, Djali Yusuf, ex generale dell'esercito che ha impostato la campagna all'insegna della distensione e della concordia con gli ex ribelli.
 
un barbiere di Banda Aceh (Foto di Luca Galassi)Le richieste della popolazione. Se nessuno dei candidati raggiungerà il 25 per cento delle preferenze, sarà necessario il ballottaggio. Tuttavia, se è vero che alcuni candidati promettono una più rigida ed estesa applicazione della Sharia, in una provincia dove lo zelo religioso supera quello di tutte le altre, gli abitanti di Aceh considerano la legge islamica come la minore delle preoccupazioni. Ciò che la popolazione vuole, in un luogo dove 150 mila persone sono morte a causa dello tsunami, è un lavoro, una migliore istruzione, una sanità efficiente, miglioramenti economici e, soprattutto, una decisiva accelerazione nel processo di ricostruzione. Secondo un rapporto di Oxfam uscito due giorni fa, 25 mila famiglie attendono ancora una casa, a due anni di distanza dalla tragedia del 26 dicembre 2004.

Luca Galassi

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