Dal Libano non si vede Israele. Oltre il confine sud c'è solo la Palersina, e non solo sulle cartine
Scritto per noi da
Gianluca Ursini
Beirut - “Believe me. Sarà tra 20 anni, sarà tra un secolo o tra due, ma i Sayaddun (sionisti
in arabo, ndr) se ne devono andare, e lasceranno la Palestina”.

Il tono di MunirAli Ondas non lascia spazio alle discussioni. Le pance
sono piene dopo un ottimo
Iftar, la cena di fine Ramadan, l’atmosfera in casa
di questi peculiari palestinesi (con doppia cittadinanza e di religione musulmano
sciita, una rarità per un popolo sunnita o cristiano in minima parte) inviterebbe
alla chiacchiera, ma alcuni argomenti è meglio non toccarli, per non far andare
storto ai padroni di casa il
Kibbi Samak (polpettine di pesce con trito di peperoncino)
o la
Maghrebiya, zuppa di manzo e ceci, preparati dalla signora Kajima. Per esempio,
ricordare che ogni trattativa di pace che abbia avuto successo nell’ultimo secolo
è partita con un mutuo riconoscimento, come tra Unionisti e Repubblicani in Irlanda
del Nord, o anche tra Olp palestinese e governo israeliano nel 1993 ad Oslo.
“Dimmi una cosa,
Sahafi (giornalista in arabo): di dove sono quei signori, visto
che dici che non dovremmo chiamare Palestina il nostro confine Sud? Sono forse
di qui? Sono venuti dalla Russia, dall’America, dall’Europa dove li avete sterminati
voi europei. E lì devono rientrare! E ci torneranno: con la sconfitta di quest’estate
è iniziato il loro ritiro”, ribadisce il mio baffuto interlocutore.
Benvenuti a Schizofréniya: dopo due mesi di Libano, difficile rientrare senza un rammarico latente, per
le scarse speranze del processo di pace a quelle latitudini. Almeno finché una
delle due parti non vuole riconoscere l’altra. Almeno finché sulle mappe ufficiali
libanesi verrà ancora scritto ‘
Falastinì - Palestina’ al confine Sud. Questa schizofrenia,
non riconoscere quello che sta sotto i loro occhi, è il vero masso che ostruisce
la strada dell’incontro tra le popolazioni. “Vedremo come finirà. E’ scritto nel
nostro Libro Sacro: la Palestina sarà liberata dalla presenza degli infedeli,
e questo succederà tra vent’anni al massimo”, ammonisce col dito puntato Hanadi
el Bizri, nipote del sindaco sunnita di Sidone, mentre rientriamo da una visita
tra le macerie di Bent Jbeil e in quel che una volta era Marun El Rass.
“La ritirata dei sionisti è un dato di fatto: pensa a come se ne sono andati
in fretta ad agosto” dice sorridendo il dottor Mohamed Choman, direttore sanitario
dell’ospedale di Bent Jbeil dedicato al martire di
HezBollah Salah Ghandour. “I
nostri hanno distrutto i loro carri armati Merkava, e già nel 2000 erano scappati
dal
Libano perché l’occupazione era fallita. E’ l’inizio della loro fine..” ride Choman,
mentre mostra l’ala dell’ospedale conosciuta come ‘unità 17’, che fino al 2000
delimitava l’inizio del territorio sotto occupazione israeliana, dove si presentavano
i documenti.
Un matrimonio che non s’ha da fare. “Come si fa a dare torto ai libanesi? Guarda cosa abbiamo avuto noi palestinesi
dall’accordo con i sionisti – ammonisce risentito il generale Khaled Atef, responsabile
di Fatah nel Sud del Libano – nel 1993 io ero contento degli accordi di Oslo (l’abbozzo
di una prima pace tra Anp e Israele, con un minimo d’autonomia per Gaza e Gerico,
ndr), ma che cosa ci hanno concesso dopo? Niente, perché non sono disposti a concedere
nulla. La pace è impossibile se una delle due parti non la vuole, e per parte
loro questo matrimonio è impossibile.. Guarda cosa è rimasto dello spirito del
’93: Arafat voleva la pace, anche Rabin. Li hanno uccisi tutti e due”.
“Lì c’è la Palestina – indica il
Mokhtara (capo della municipalità) di Kfar Kila,Yussuf
el Kadri, mentre vediamo aldilà di un recinto di filo spinato lungo il confine
le file compatte di campi coltivati a puntino – ne hanno di acqua quei maledetti,
mentre qui non riusciamo a irrigare che una piccola parte dei nostri campi, da
quel lato non c’è un acro di terra abbandonato”. Il colpo d’occhio è impressionante:
oltre la linea tracciata dall’Onu per delimitare il confine, il verde abbraccia
l’intera panoramica. Aldiquà del confine, una distesa di campi rocciosi e brulli,
una distesa marrone che fa pensare a un prologo di deserto. Dall’alto della collina
di Marun El Ras, nella caserma appena insediata dell’esercito libanese, tornato
su queste terre dopo 35 anni, si vede ancora meglio il confine lontano un
chilometro: in terra israeliana, filari di cipressi tra gli insediamenti di Kiryat
Shmona e i campi ordinati. Nulla è lasciato al caso. In terra libanese non un
filo d’erba o un albero alla vista per chilometri.
Difficile credere che Israele stia per abbandonare terre così caparbiamente risanate.
Difficile anche pensare che a breve i libanesi cambino idea sui loro vicini. Difficile
credere ad una pace vicina in questo angolo di Paradiso.