Dopo le indiscrezioni circolate negli ultimi giorni, adesso
è ufficiale: il Liverpool Football Club, una delle squadre di calcio più
titolate d’Europa e del mondo, sta per essere acquistato dal consorzio Dubai
International Capital. Nessun accordo è stato ancora firmato, come fa sapere il
club calcistico inglese sul suo sito, ma la trattativa è in corso. Secondo la
stampa d’oltremanica, il consorzio sarebbe disposto ad investire 450 milioni di
sterline (pari a circa 670 milioni di euro), cifra che comprenderebbe anche la
costruzione di un nuovo stadio da 60mila posti.
Un'economia nel pallone. Se l’affare andasse in
porto, si tratterebbe solo dell’ultimo grande investimento in ordine di tempo
che vede coinvolti gli Emirati Arabi Uniti. La
Dubai International Capital, fondata nel 2004, è una compagnia d’investimenti
internazionali che, come si legge nel sito dell’azienda, è solo un ramo della
più grande Dubai Holding, che investe capitali in praticamente tutti i settori
possibili. L’acquisto del Liverpool, qualora si concretizzasse, non sarebbe il
debutto assoluto della finanza degli Emirati nel calcio: il primo investimento,
oltre a una serie di sponsorizzazioni di club calcistici, è stato quello dalla
compagnia aerea di bandiera del ricco paese del Golfo Persico, la Emirates, che
ha legato il suo nome al nuovo stadio ultra moderno dell’Arsenal, club di
Londra. Una avveniristica struttura da 60mila posti, dotata di ogni comfort,
che ha sostituito il mitico Highbury, storico stadio delle gesta del fenomeno
francese Thierry Henry e di mille altri prima di lui.
Elefanti per turisti. Il calcio, con l’enorme giro
d’affari che ruota attorno al pallone, sembra quindi l’ultima frontiera degli
investimenti all’estero dei capitali degli Emirati. Ma la strategia è partita
da anni, da quando per la precisione Dubai è stato il primo centro finanziario
delle ricche economie del petrolio a capire che l’oro nero non rappresenterà un
business infinito. Il primo passo di una diversificazione degli investimenti è
stato il
settore turistico. Tutti al mondo conoscono le avveniristiche
strutture alberghiere sorte negli ultimi anni negli Emirati. Alberghi sontuosi
ed eccentrici, che finiscono per essere essi stessi un’attrattiva turistica in
un Paese che non ha grandi monumenti o paesaggi mozzafiato. Attorno a queste
‘opere d’arte’ dell’ingegneria civile, sono cominciati a sorgere i cosiddetti
‘elefanti bianchi’, nomignolo con i quali vengono chiamate le costruzioni
all’avanguardia del Paese, diventate oggetti di culto e, da qualche tempo, su
molti giornali internazionali è facile imbattersi in annunci che invitano
investitori stranieri a comperare immobili nel paese asiatico.
Prossima frontiera, lo spazio. Ma non è
solo sul mattone che si concentrano gli investimenti negli Emirati Arabi Uniti.
A febbraio scorso è stato siglato un accordo tra un’azienda Usa e il governo di
Dubai che prevede, nei prossimi anni, la costruzione di un centro per le
gite
turistiche nello spazio.
“Gli Emirati, in quanto Paese leader del turismo, sono il luogo ideale dove
installare uno spazioporto”, dichiarò nel corso della conferenza stampa di
presentazione il manager Usa del progetto. Proprio con gli Usa, a marzo scorso,
stava per concretizzarsi un’operazione di livello storico: l’acquisizione, da parte di una società di
Dubai, del controllo dei servizi di una serie di porti negli Stati Uniti.
L’islamofobia che, dopo l’11 settembre, pervade la società statunitense ha
congelato, per il momento, l’affare. Ma questa battuta d’arresto non blocca il
principio di fondo che anima l’attivismo finanziario degli Emirati Arabi Uniti:
il petrolio non è per sempre.
Christian Elia