
“A noi non interessa chi vince le elezioni in Algeria. Noi vogliamo solo che
sia accettata la piattaforma delle rivendicazioni dei Cabili. Per noi e per il
bene di tutto il Paese.” Non lascia molto spazio alla diplomazia Boudjema Agraw,
delegato del movimento degli Aarch, raggruppamento di cittadini cabili in lotta
da tre anni ormai con il governo centrale di Algeri.
Agraw è di passaggio in Italia, diretto verso la Francia. A Parigi ha un palcoscenico
che lo attende, perché nella vita è un cantante molto apprezzato. Come tutti i
delegati del movimento degli Aarch viene dalla società civile: niente politici
di professione, solo cittadini che hanno deciso d’impegnarsi in prima persona
nella lotta per ottenere una serie di riforme democratiche non solo per i Cabili
in Algeria, ma per tutta la società civile algerina.
“Questa tornata elettorale ci lascia totalmente indifferenti”, dichiara Agraw,
“siamo assolutamente convinti che vincerà Bouteflika perché non può essere altrimenti.
Controlla tutta l’informazione, gli apparati vitali dello Stato e soprattutto
ha i soldi, che sono il tema più importante quando ci sono delle votazioni. Forse
ci sarà una parvenza di ballottaggio con Benflis, per dare una dimostrazione di
competizione democratica ad uso e consumo dei media occidentali, ma sono convinto
che il presidente verrà rieletto. Anche se così non fosse, noi invitiamo la popolazione
a boicottare le elezioni. Nessun candidato ci rappresenta e non voteremo nessuno
finchè non verranno accettate le nostre rivendicazioni.”
Agraw, stretto in un giaccone da marinaio, guarda il vuoto. Bella presenza, di
mezza età, si vede che è a disagio nei panni del politicante, ma si capisce anche
che vive questo ruolo come una necessità.
Un artista con la testa rivolta alla sua musica, che però ha scelto d’impegnarsi
in prima persona per il suo popolo e per la democrazia in Algeria. Anche sfruttando
la sua posizione privilegiata, visto che molti delegati del movimento degli Aarch
si sono visti negare il visto per l’espatrio, mentre lui per i suoi impegni artistici
è potuto venire in Italia, tentando di far conoscere le rivendicazioni degli Aarch.
“Il Governo non è mai stato a sentirci, non sono bastati 125 ragazzi cabili uccisi,
migliaia di feriti e 400 invalidi permanenti per far sentire la nostra voce, perché
le nostre richieste venissero accettate.”
Il musicista si riferisce alla famigerata “primavera nera”, nell’aprile del 2001,
quando la Cabilia è insorta contro il Governo di Bouteflika con un movimento spontaneo,
popolare e pacifico che chiedeva riforme, democrazia e il rispetto della loro
identità culturale. La Cabilia è la terra dei cabili, popolo di origine berbera.
Vivono nell’Algeria centro-settentrionale, a est di Algeri. Tra le montagne e
il mare. Da sempre si sentono discriminati, am la crisi economica di quegli anni
fu la goccia che fece traboccare il vaso.
La reazione dei reparti speciali di Algeri fu durissima. Morti e feriti tra i
Cabili che si organizzarono nel movimento degli Aarch , il centro di gravità delle comunità cabile.
I Cabili si autogovernano in comunità fondate su un’appartenenza territoriale,
non familiare. Ogni gruppo di villaggi che si lega per tradizione a una stessa
area, viene governato dal Tajmaat, il consiglio degli uomini. Applicano il Tufiq, codice tradizionale condiviso dalla comunità. Eleggono due rappresentanti,
che non costano nulla alla comunità, per rappresentarli. L’unione di tutti questi
delegati da vita agli Aarch .
“Nella nostra regione, dopo i fatti drammatici del 2001, viviamo tranquilli”,
racconta Agraw, “qui la gendarmeria non si fa vedere e, quando capita, finisce
coma il comizio di Bouteflika del 31 marzo 2004 a Tizi Ouzou, capitale della Cabilia,
dove il presidente si è dovuto ritirare in tutta fretta per la reazione della
popolazione. Sempre pacifica, perché il nostro non è un movimento violento, ma
decisa. Per quel giorno si era indetto uno sciopero generale ed è stato un trionfo
in tutta la regione.”
Ma il movimento non ha una rappresentanza politica? “Ci sono due partiti radicati
nel territorio, il Fronte delle Forze Socialiste (FFS) che boicotta le elezioni,
e il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia che candida Said Sadi, ma non
lo voteremo”, dice il musicista cabilo, “questi due partiti sono come cane e gatto,
ora boicotta il FFS, alle amministrative del 2002 aveva boicottato il RCD. Noi
appoggeremo solo chi recepirà le nostre rivendicazioni.”
In definitiva quali sono le rivendicazioni del movimento degli Aarch? “La negazione
identitaria e linguistica, la disoccupazione endemica e il soffocamento di tutte
le libertà hanno spinto i giovani a ribellarsi”, spiega Agraw, “chiediamo che
i colpevoli dei fatti del 2001, peraltro individuati da una commissione d’inchiesta
governativa, paghino per le loro colpe. Chiediamo il riconoscimento della nostra
lingua e della nostra cultura, un ordinamento statale che garantisca i diritti
socio-economici e le libertà democratiche. Non sarebbero conquiste solo per il
mio popolo, ma per tutti gli algerini. Basta leggere i documenti che diedero avvio
alla lotta per l’indipendenza e recuperare quello spirito tradito dalla Costituzione
e ucciso dal diritto di famiglia. Non ci sentiamo rappresentati dai politici,
basti pensare alla Messaoudi, che ora che è al Governo, non dice più quello che
diceva prima. ”
La storia dell’Algeria è segnata da conflitti armati, per l’indipendenza prime
e per la lotta tra laicismo e integralismo. Ai Cabili non è mai passato per la
testa che l’unico modo di farsi ascoltare siano le maniere forti? “Noi siamo un
movimento di cittadini qualunque, pacifici e democratici. Rifiutiamo l’opzione
della lotta armata”, conclude Agraw, “anche perché siamo convinti che tutto il
popolo algerino, non solo i Cabili, capiranno che non si può andare avanti così.
Crediamo nel movimento di opinione, non nelle armi.”