06/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Boudjema Agraw, intellettuale cabilo, sulle elezioni algerine
boudjema agraw“A noi non interessa chi vince le elezioni in Algeria. Noi vogliamo solo che sia accettata la piattaforma delle rivendicazioni dei Cabili. Per noi e per il bene di tutto il Paese.” Non lascia molto spazio alla diplomazia Boudjema Agraw, delegato del movimento degli Aarch, raggruppamento di cittadini cabili in lotta da tre anni ormai con il governo centrale di Algeri.
 
Agraw è di passaggio in Italia, diretto verso la Francia. A Parigi ha un palcoscenico che lo attende, perché nella vita è un cantante molto apprezzato. Come tutti i delegati del movimento degli Aarch viene dalla società civile: niente politici di professione, solo cittadini che hanno deciso d’impegnarsi in prima persona nella lotta per ottenere una serie di riforme democratiche non solo per i Cabili in Algeria, ma per tutta la società civile algerina.
 
“Questa tornata elettorale ci lascia totalmente indifferenti”, dichiara Agraw, “siamo assolutamente convinti che vincerà Bouteflika perché non può essere altrimenti. Controlla tutta l’informazione, gli apparati vitali dello Stato e soprattutto ha i soldi, che sono il tema più importante quando ci sono delle votazioni. Forse ci sarà una parvenza di ballottaggio con Benflis, per dare una dimostrazione di competizione democratica ad uso e consumo dei media occidentali, ma sono convinto che il presidente verrà rieletto. Anche se così non fosse, noi invitiamo la popolazione a boicottare le elezioni. Nessun candidato ci rappresenta e non voteremo nessuno finchè non verranno accettate le nostre rivendicazioni.”
 
Agraw, stretto in un giaccone da marinaio, guarda il vuoto. Bella presenza, di mezza età, si vede che è a disagio nei panni del politicante, ma si capisce anche che vive questo ruolo come una necessità.
Un artista con la testa rivolta alla sua musica, che però ha scelto d’impegnarsi in prima persona per il suo popolo e per la democrazia in Algeria. Anche sfruttando la sua posizione privilegiata, visto che molti delegati del movimento degli Aarch si sono visti negare il visto per l’espatrio, mentre lui per i suoi impegni artistici è potuto venire in Italia, tentando di far conoscere le rivendicazioni degli Aarch.
 
“Il Governo non è mai stato a sentirci, non sono bastati 125 ragazzi cabili uccisi, migliaia di feriti e 400 invalidi permanenti per far sentire la nostra voce, perché le nostre richieste venissero accettate.”
Il musicista si riferisce alla famigerata “primavera nera”, nell’aprile del 2001, quando la Cabilia è insorta contro il Governo di Bouteflika con un movimento spontaneo, popolare e pacifico che chiedeva riforme, democrazia e il rispetto della loro identità culturale.  La Cabilia è la terra dei cabili, popolo di origine berbera. Vivono nell’Algeria centro-settentrionale, a est di Algeri. Tra le montagne e il mare. Da sempre si sentono discriminati, am la crisi economica di quegli anni fu la goccia che fece traboccare il vaso.
 
La reazione dei reparti speciali di Algeri fu durissima. Morti e feriti tra i Cabili che si organizzarono nel movimento degli Aarch , il centro di gravità delle comunità cabile.
I Cabili si autogovernano in comunità fondate su un’appartenenza territoriale, non familiare. Ogni gruppo di villaggi che si lega per tradizione a una stessa area, viene governato dal Tajmaat, il consiglio degli uomini. Applicano il Tufiq, codice tradizionale condiviso dalla comunità. Eleggono due rappresentanti, che non costano nulla alla comunità, per rappresentarli. L’unione di tutti questi delegati da vita agli Aarch .
 
“Nella nostra regione, dopo i fatti drammatici del 2001, viviamo tranquilli”, racconta Agraw, “qui la gendarmeria non si fa vedere e, quando capita, finisce coma il comizio di Bouteflika del 31 marzo 2004 a Tizi Ouzou, capitale della Cabilia, dove il presidente si è dovuto ritirare in tutta fretta per la reazione della popolazione. Sempre pacifica, perché il nostro non è un movimento violento, ma decisa. Per quel giorno si era indetto uno sciopero generale ed è stato un trionfo in tutta la regione.”
 
Ma il movimento non ha una rappresentanza politica? “Ci sono due partiti radicati nel territorio, il Fronte delle Forze Socialiste (FFS) che boicotta le elezioni, e il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia che candida Said Sadi, ma non lo voteremo”, dice il musicista cabilo, “questi due partiti sono come cane e gatto, ora boicotta il FFS, alle amministrative del 2002 aveva boicottato il RCD. Noi appoggeremo solo chi recepirà le nostre rivendicazioni.”
 
In definitiva quali sono le rivendicazioni del movimento degli Aarch? “La negazione identitaria e linguistica, la disoccupazione endemica e il soffocamento di tutte le libertà hanno spinto i giovani a ribellarsi”, spiega Agraw, “chiediamo che i colpevoli dei fatti del 2001, peraltro individuati da una commissione d’inchiesta governativa, paghino per le loro colpe.  Chiediamo il riconoscimento della nostra lingua e della nostra cultura, un ordinamento statale che garantisca i diritti socio-economici e le libertà democratiche. Non sarebbero conquiste solo per il mio popolo, ma per tutti gli algerini. Basta leggere i documenti che diedero avvio alla lotta per l’indipendenza e recuperare quello spirito tradito dalla Costituzione e ucciso dal diritto di famiglia. Non ci sentiamo rappresentati dai politici, basti pensare alla Messaoudi, che ora che è al Governo, non dice più quello che diceva prima. ”
 
La storia dell’Algeria è segnata da conflitti armati, per l’indipendenza prime e per la lotta tra laicismo e integralismo. Ai Cabili non è mai passato per la testa che l’unico modo di farsi ascoltare siano le maniere forti? “Noi siamo un movimento di cittadini qualunque, pacifici e democratici. Rifiutiamo l’opzione della lotta armata”, conclude Agraw, “anche perché siamo convinti che tutto il popolo algerino, non solo i Cabili, capiranno che non si può andare avanti così. Crediamo nel movimento di opinione, non nelle armi.”

Christian Elia

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