Da questa mattina le acque al largo di Capo Teulada sono off-limits in quanto
teatro di guerra. Una guerra simulata ma con proiettili veri. Nel più grande poligono
militare d’Europa (settemila ettari e venti chilometri di costa) inizia infatti
oggi la più grande esercitazione militare annuale della Nato: “Destined Glory”,
edizione 2004. Per l’ottavo anno consecutivo quarantasette navi (compresa la
Sesta flotta della U.S.Navy), una cinquantina di aerei e quasi diecimila soldati di undici paesi Nato saranno
impegnati per giorni in azioni militari navali, aeree e anfibie volte a testare
le capacità belliche della
Forza di Reazione Rapida della Nato (Nato Response Force), il nuovo braccio armato dell’Alleanza Atlantica voluto dagli Stati Uniti dopo
l’11 settembre per combattere il terrorismo internazionale.
Ma quest’anno c’è qualcuno che ha deciso di sfidare le cannoniere. Non qualche
terrorista islamico a bordo di barche-esplosive. Ma decine e decine di pescatori
sardi che oggi, per impedire l’esercitazione, salperanno con i loro pescherecci
e andranno a gettare le reti proprio là dove dovrebbero cadere le bombe. Ultima
decisiva battaglia di una guerra che dura ormai da quasi un anno, gesto estremo
di protesta per difendere il loro diritto al lavoro. Un diritto che per decenni
era stato solo limitato, dietro indennizzo, ma che da ormai due anni è stato completamente
sacrificato in nome di quelle servitù militari che da decenni gravano sulla vita
di pescatori, contadini e pastori di Sardegna, la regione più militarizzata d’Italia.
I pescatori delle marinerie di Teulada e di Sant’Anna Arresi, che lavorano nelle
acque attorno a Capo Teulada, hanno sopportato per quarantotto anni la convivenza
con i divieti di pesca imposti dai militari e con un ambiente marino devastato
dalle bombe. Ma ora la situazione è peggiorata e loro hanno deciso di ribellarsi.

“Fino a due anni fa – spiega Pietro Paolo di Giovanni, presidente della cooperativa
di pescatori San Giuseppe – quando non sparavano noi potevamo pescare: ci telefonavano
per avvertirci che avevano cessato il fuoco e che noi potevamo uscire in mare.
Certo, questo significava perdere almeno cento, centoventi giornate di lavoro
all’anno, ma venivamo indennizzati per questo. Adesso invece il divieto di pesca
è diventato permanente, è stato esteso a tutti i mesi dell’anno, anche quando
non sparano. Dicono che è per la nostra sicurezza, per gli ordigni inesplosi che
potrebbero impigliarsi alle reti. Fatto sta che noi adesso non possiamo lavorare
più. Se violiamo il divieto ci becchiamo una multa da 2.100 euro e il sequestro
delle reti. E gli indennizzi, che già sono esigui (4.500 euro l’anno), non solo
non sono stati ricalcolati in base al fatto che ora perdiamo 365 giorni di lavoro
all’anno, ma non ci vengono pagati da due anni”.
“Ma non sono i soldi che vogliamo”, sottolinea di Giovanni. “Quelli ci sono dovuti,
per legge. Quello che noi chiediamo, che pretendiamo, è di poter tornare a lavorare
almeno nelle pause tra un’esercitazione e l’altra, di poter esercitare con tranquillità
e con dignità il nostro diritto al lavoro, che è un diritto sancito dalla Costituzione.
E questo significa solo una cosa: che ripuliscano i nostri fondali dalle tonnellate
di bombe, esplose e inesplose, che se va bene ci strappano le reti facendoci perdere
il pescato e se va male ci fanno esplodere. Dicono che costa troppo? Affari loro,
potevano pensarci prima: se avessero iniziato a bonificare quarantotto anni fa
oggi la situazione non sarebbe così irreparabile. Vogliamo indietro il mare dei
nostri padri!”.

“Chiediamo che il ministero della Difesa apra un tavolo di confronto con la Regione
Sardegna per rivedere tutta la questione”, afferma il presidente della cooperativa
di pescatori. “Per questo da quasi un anno stiamo occupando con un presidio permanente
il porto nuovo di Teulada. Per questo abbiamo deciso di uscire in mare con le
nostre barche ogni volta che ci sarà un'esercitazione, per bloccarla. Lo abbiamo
già fatto prima dell’estate, e ci siamo anche beccati un paio di cannonate. L’abbiamo
fatto anche la scorsa settimana, impedendo un bombardamento aereo sul mare da
parte dei caccia della base di Decimomannu e rimettendoci ottocento metri di reti
sequestrateci dalla Capitaneria di Porto. Ma quelle erano esercitazioni di poco
conto. Quella che inizia oggi è una roba grossa, e se gliela mandiamo a monte
qualcosa si muoverà. Fino ad oggi ci sono arrivate solo parole e promesse non
mantenute. Ora vogliamo i fatti. Si parla della pace nel mondo e poi si viene
qui a fare la guerra nel nostro mare, impedendoci di pescare. Noi siamo pescatori,
la pesca è la nostra vita e l’unica fonte di sostentamento per le nostre famiglie.
Non permetteremo loro di togliercela. Noi andremo a pescare sfidando ordinanze
e divieti. Siamo pronti a tutto”.
La lotta dei pescatori di queste due marinerie, fino ad oggi ignorata dai media
nazionali, sta travalicando i confini del basso Sulcis e della stessa Sardegna.
Il tam tam della loro protesta è giunto non solo ad altre cooperative di pescatori
sardi, che hanno dichiarato la loro solidarietà alla protesta, ma si è diffuso
via internet con un
appello lanciato dal poeta sardo Alberto Masala, che ha raccolto le adesioni di decine di intellettuali, artisti e scrittori,
non solo sardi, ma di molte regioni d’Italia e perfino dalla Francia, dalla Germania
e dall’Olanda.