scritto per noi da
Sabina Pignataro
Di Belgio ce n’è più di uno: fiammingo, vallone, germanofono, ed è attraversato
da lotte intestine di carattere linguistico che si sviluppano in funzione della
relazione di amore e odio che si crea con il grande vicino francese: un nord fiammingo,
considerata la parte più ricca ed evoluta del paese, dove l'olandese è la lingua
ufficiale e dove un fiammingo preferisce parlare inglese piuttosto che francese,
e un sud francofono più povero e arretrato, dominato dal francese.
Qui si parla fiammingo. Attualmente, i partiti fiamminghi, forti del dinamismo economico delle Fiandre
e spinti da una formazione di estrema destra, continuano a invocare un maggior
grado d'indipendenza e spingono per il separatismo, mentre i partiti francofoni
sostengono lo status quo istituzionale, quando il francese fu adottato come unica
lingua ufficiale, come un fattore di indipendenza dai Paesi Bassi. A settembre
l'atavica dicotomia è tornata al centro delle discussioni dopo che in alcune scuole
della Fiandra la lingua francese è stata severamente proibita. A Merchtem, a 20
chilometri dalla capitale, ad esempio gli studenti francofoni sono ammessi, ma
il francese no. Il consiglio comunale di questa cittadina di 14.500 abitanti ha
infatti proibito agli studenti di esprimersi in francese, anche durante l'intervallo.
Anche nei colloqui tra insegnanti e genitori l'olandese sarà l'unica lingua consentita.
"Non abbiamo nulla contro i francofoni - ha spiegato alla stampa il sindaco di
Merchem, Eddie De Block - ma la nostra soluzione rappresenta il modo migliore
per imparare l'olandese e salvaguardare il futuro linguistico di questi ragazzi".
Tra gli strumenti principali di cui dispongono le regioni per affermare la propria
autonomia c'è l'istruzione, e questo spiega perché dietro l'imposizione del monolinguismo
alcuni hanno visto un significato politico. A settembre il quotidiano belga Le
Soir scrisse ad esempio che "a Merchtem l'uso del francese è avvertito come una
minaccia".
Un paese diviso in tre. In Belgio si contano oggi tre lingue ufficiali (olandese, francese, tedesco),
tre comunità (francese, olandese e germanofona) e tre regioni autonome (la regione
fiamminga, la regione vallona e la regione di Bruxelles-Capitale. Si stima, secondo
l' ultimo censimento linguistico, datato 1960, che su dieci milioni di abitanti,
il 60 per cento parli olandese e il 40 per cento francese. Una minoranza, circa
l'uno per cento, parla la terza lingua, il tedesco. Bruxelles è principalmente
francofona, in quanto capitale dell'amministrazione centrale dello stato federale,
ma ufficialmente bilingue. Eldorado di immigrati, la capitale vive un'identità
complessa, dove tutti si rivolgono la parola come se si conoscessero e dove, nonostante
le difficoltà, si respira una consuetudine quotidiana alla coabitazione.
Fallimento del multilinguismo. A settembre, nella capitale e in Vallonia è stato però introdotto il decreto
Simonet, che limita al 30 per cento le quote d'iscrizione destinate agli studenti
non residenti nelle regioni che desiderano frequentare istituti superiori e università
di formazione paramedica, tra cui logopedia, podologia e veterinaria. Il decreto,
che prende il nome dal ministro dell'insegnamento superiore della Comunità' francese,
votato dal Parlamento belga lo scorso febbraio, ha provocato numerose manifestazioni
perché ritenuto da alcuni contrario al diritto europeo che tutela la libera circolazione
degli studenti. Diverse denunce sono state poi presentate alla Corte di Giustizia
europea, ma nel frattempo il tribunale belga ha rifiutato di sospendere il decreto,
che penalizza soprattutto gli studenti della vicina Francia da cui proviene la
maggioranza degli studenti. Questi episodi, e le frequenti tensioni tra la Vallonia
e le Fiandre, fanno del Belgio e delle sue tre lingue ufficiali il laboratorio
mancato di un'utopistica Europa multilingue.