11/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una nuova legge potrebbe cambiare la vita dei palestinesi in Giordania

campo profughi in giordaniaMolti palestinesi non credevano alle proprie orecchie quando, il 22 novembre 2004, hanno ascoltato Asmar Khader, portavoce del governo della Giordania, annunciare in televisione l'intenzione dell'esecutivo giordano d'impegnarsi nella concessione della cittadinanza ai figli di donne giordane che non hanno un padre. La maggior parte dei bambini in questione ha un padre palestinese.


Figli di nessuno. Il governo ha parlato di “nazionalità umanitaria”, cioè di una concessione che viene fatta in via eccezionale e in deroga alla normativa vigente sulla concessione della cittadinanza giordana per motivi straordinari. Il decreto interesserebbe tutti i ragazzi figli di genitori divorziati, dove solo la madre è giordana e che quindi non hanno diritto alla cittadinanza (che per essere concessa prevede il requisito irrinunciabile che il padre o entrambi i genitori siano giordani). Oppure i figli di vedove, o ancora i figli di padri scomparsi o fuggiti che al momento non hanno alcun riconoscimento legale e quindi nessun diritto. Nulla di definitivo, certo, ma se il governo si è sbilanciato fino ad arrivare a un annuncio pubblico, ci sono buone probabilità che il progetto veda la luce. Il provvedimento interessa soprattutto i palestinesi, perchè sono tantissimi tra loro quelli che hanno sposato una donna giordana. I palestinesi in Giordania rappresentano il 40 per cento dei 5 milioni e mezzo di abitanti. Vivono nelle città, ma la maggior parte di loro occupa i dieci campi profughi riconosciuti che ci sono in Giordania. Questo numero è destinato ad aumentare, visto il tasso di crescita della popolazione palestinese, e il governo giordano non poteva continuare a fare finta di niente, a considerare questi cittadini dei cittadini di serie B. La linea politica di Amman, fin dalla fondazione dello Stato d'Israele e dalle conseguenti prime ondate di profughi palestinesi in Giordania, è sempre stata quella del combattere con ogni mezzo l'integrazione dei profughi nel Paese. Questa norma sarebbe rivoluzionaria, da un lato perchè garantirebbe i benefici della cittadinanza a tanti bambini che ne sono privi, dall'altro perchè segnerebbe una svolta nella politica giordana verso i palestinesi.


manifestazione di palestinesi in giordania per il riconoscimento dei loro dirittiUn rapporto particolare. Giordani e palestinesi si chiamano fratelli, ma i rapporti tra loro non sono mai stati sereni. Tutto cominciò in una calda mattina del luglio del 1951 davanti alla Moschea al-Aqsa di Gerusalemme, quando un giovane attivista palestinese uccise Abdullah, il re della Giordania. L'accusa era quella di manovrare sulla pelle dei palestinesi, trattando magari con Israele, per accaparrarsi la Cisgiordania, cioè la terra a ovest del fiume Giordano.
Il re fondatore del regno hashemita di Giordania aveva sfruttato a fondo l'appoggio concesso agli Alleati contro le forze dell'Asse durante la Seconda Guerra Mondiale e aveva ottenuto l'indipendenza per il suo Paese. Il territorio riconosciuto ad Amman era la Transgiordania, cioè la terra a est del Giordano. Mancava però un pezzo, quella Cisgiordania con un terzo delle terre fertili della regione e, soprattutto, con i luoghi sacri dell'Islam. Per il piano di spartizione delle Nazioni Unite, quella era la terra dove sarebbe dovuto sorgere lo stato di Palestina. La storia ha preso un'altra strada e, già dal 1948, la Giordania è stata investita dalla prima ondata di profughi palestinesi. Il re Abdullah, prima, e il suo successore Hussein, dopo, hanno sempre tenuto, rispetto agli altri stati arabi, un atteggiamento diplomatico con Israele tentando allo stesso tempo di mediare con i palestinesi. Obiettivo era quello di ottenere il controllo della Cisgiordania in prima persona.

situazione drammatica nei campi profughi in giordaniaNegli anni Sessanta, per la monarchia giordana, i palestinesi cominciarono a rappresentare un problema. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e al-Fatah, il movimento del giovane Yasser Arafat, coordinavano la lotta armata a Israele da Amman e questo rovinava i piani della corona giordana. La situazione precipitò con la guerra dei Sei Giorni che terminò con l'occupazione della Cisgiordania da parte dell'esercito israeliano. Hussein non poteva rischiare oltre: la pressione d'Israele era sempre più forte e i palestinesi avevano ormai creato uno stato nello stato in Giordania.


Settembre Nero.
Contro i vertici dell'Olp e di al-Fatah si scatenò una repressione terribile: migliaia di vittime e diecimila feriti. I leader palestinesi furono costretti alla fuga in Libano dopo aver tentato di prendere il controllo della situazione, ma re Hussein poteva contare sull'appoggio degli Stati Uniti e dei beduini, da sempre fedeli alla monarchia hashemita. I rapporti migliorarono quando negli anni Ottanta anche il Libano divenne troppo piccolo per i palestinesi e re Hussein riallacciò i rapporti con Arafat, soprattutto perchè la Giordania temeva un'ennesima ondata di profughi. Lo scoppio dell'Intifada convinse però la monarchia giordana che non c'era da farsi più illusioni sulla Cisgiordania: nel 1988 re Hussein rinuncia definitivamente alle mire sulla terra dei palestinesi e lascia ad Arafat il ruolo di portavoce della causa, ritagliandosi uno spazio di mediatore internazionale della crisi che gli permetteva di guadagnarsi il rispetto degli statunitensi, degli israeliani e dei palestinesi. Morto Hussein nel 1999, al trono sale Abdullah II, un riformista.
La linea del giovane monarca è stata fin dall'inizio quella dell'apertura alla politica internazionale e, in politica interna, una modernizzazione dello stato che non poteva, prima o poi, non passare per il riconoscimento dei palestinesi che vivono in Giordania e che hanno gli stessi diritti degli altri.


Christian Elia

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