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Molti palestinesi non credevano alle proprie orecchie quando, il 22 novembre
2004, hanno ascoltato Asmar Khader, portavoce del governo della Giordania, annunciare
in televisione l'intenzione dell'esecutivo giordano d'impegnarsi nella concessione
della cittadinanza ai figli di donne giordane che non hanno un padre. La maggior
parte dei bambini in questione ha un padre palestinese.
Figli di nessuno. Il governo ha parlato di “nazionalità umanitaria”, cioè di una concessione che
viene fatta in via eccezionale e in deroga alla normativa vigente sulla concessione
della cittadinanza giordana per motivi straordinari. Il decreto interesserebbe
tutti i ragazzi figli di genitori divorziati, dove solo la madre è giordana e
che quindi non hanno diritto alla cittadinanza (che per essere concessa prevede
il requisito irrinunciabile che il padre o entrambi i genitori siano giordani).
Oppure i figli di vedove, o ancora i figli di padri scomparsi o fuggiti che al
momento non hanno alcun riconoscimento legale e quindi nessun diritto. Nulla di
definitivo, certo, ma se il governo si è sbilanciato fino ad arrivare a un annuncio
pubblico, ci sono buone probabilità che il progetto veda la luce. Il provvedimento
interessa soprattutto i palestinesi, perchè sono tantissimi tra loro quelli che
hanno sposato una donna giordana. I palestinesi in Giordania rappresentano il
40 per cento dei 5 milioni e mezzo di abitanti. Vivono nelle città, ma la maggior
parte di loro occupa i dieci campi profughi riconosciuti che ci sono in Giordania.
Questo numero è destinato ad aumentare, visto il tasso di crescita della popolazione
palestinese, e il governo giordano non poteva continuare a fare finta di niente,
a considerare questi cittadini dei cittadini di serie B. La linea politica di
Amman, fin dalla fondazione dello Stato d'Israele e dalle conseguenti prime ondate
di profughi palestinesi in Giordania, è sempre stata quella del combattere con
ogni mezzo l'integrazione dei profughi nel Paese. Questa norma sarebbe rivoluzionaria,
da un lato perchè garantirebbe i benefici della cittadinanza a tanti bambini che
ne sono privi, dall'altro perchè segnerebbe una svolta nella politica giordana
verso i palestinesi.
Un rapporto particolare. Giordani e palestinesi si chiamano fratelli, ma i rapporti tra loro non sono
mai stati sereni. Tutto cominciò in una calda mattina del luglio del 1951 davanti
alla Moschea al-Aqsa di Gerusalemme, quando un giovane attivista palestinese uccise
Abdullah, il re della Giordania. L'accusa era quella di manovrare sulla pelle
dei palestinesi, trattando magari con Israele, per accaparrarsi la Cisgiordania,
cioè la terra a ovest del fiume Giordano.
Negli anni Sessanta, per la monarchia giordana, i palestinesi cominciarono a
rappresentare un problema. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina
(Olp) e al-Fatah, il movimento del giovane Yasser Arafat, coordinavano la lotta
armata a Israele da Amman e questo rovinava i piani della corona giordana. La
situazione precipitò con la guerra dei Sei Giorni che terminò con l'occupazione
della Cisgiordania da parte dell'esercito israeliano. Hussein non poteva rischiare
oltre: la pressione d'Israele era sempre più forte e i palestinesi avevano ormai
creato uno stato nello stato in Giordania.
Settembre Nero. Contro i vertici dell'Olp e di al-Fatah si scatenò una repressione terribile:
migliaia di vittime e diecimila feriti. I leader palestinesi furono costretti
alla
fuga in Libano dopo aver tentato di prendere il controllo della situazione, ma
re Hussein poteva contare sull'appoggio degli Stati Uniti e dei beduini, da sempre
fedeli alla monarchia hashemita. I rapporti migliorarono quando negli anni Ottanta anche il Libano divenne troppo
piccolo per i palestinesi e re Hussein riallacciò i rapporti con Arafat, soprattutto
perchè la Giordania temeva un'ennesima ondata di profughi. Lo scoppio dell'Intifada
convinse però la monarchia giordana che non c'era da farsi più illusioni sulla
Cisgiordania: nel 1988 re Hussein rinuncia definitivamente alle mire sulla terra
dei palestinesi e lascia ad Arafat il ruolo di portavoce della causa, ritagliandosi
uno spazio di mediatore internazionale della crisi che gli permetteva di guadagnarsi
il rispetto degli statunitensi, degli israeliani e dei palestinesi. Morto Hussein
nel 1999, al trono sale Abdullah II, un riformista.
La linea del giovane monarca è stata fin dall'inizio quella dell'apertura alla
politica internazionale e, in politica interna, una modernizzazione dello stato
che non poteva, prima o poi, non passare per il riconoscimento dei palestinesi
che vivono in Giordania e che hanno gli stessi diritti degli altri.
Christian Elia