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L’ex dittatore Augusto Pinochet è già a casa. Le sue condizioni di salute migliorano, tanto che avrebbe mangiato comodamente a tavola.
Domenica scorsa un infarto
lo aveva spedito dritto dritto in sala operatoria, dove un’equipe di specialisti
lo ha operato d’urgenza.
Tanti auguri. Sentitosi alle strette e ormai 91enne, lo stesso Pinochet per la prima volta
aveva pensato bene di prendere posizione su tutto quello che è stato: il suo ruolo,
il Cile che fu e quello che sarà, e il 24 novembre, durante i festeggiamenti del
suo compleanno, aveva detto: “Vicino alla fine dei miei giorni, desidero far sapere
che non provo rancore per nessuno, che amo la mia patria sopra ogni cosa e che
mi assumo la responsabilità di tutto quello che ho fatto”. Quindi, riferendosi
al colpo di stato: “Non ha avuto altro fine che ingrandire il Cile ed evitarne
la disintegrazione”, precisando che fu la situazione degli anni Settanta, con
un paese violentemente spaccato fra sostenitori e oppositori del presidente socialista
Allende, a obbligare “le Forze Armate a intervenire per superare un conflitto
interno che sembrava inevitabile”. E via di seguito con parole di condanna verso
chi accusa lui e la sua giunta militare di abusi contro i diritti umani: “Soffriamo
la persecuzione e la vendetta di coloro che scatenarono il confronto civile e
la violenza, obbligando le Forze Armate a intervenire. Non è giusto chiedere che
vengano puniti coloro che prevennero la continuazione della peggiore crisi politica
e militare che uno possa ricordare”. Concetti forti che avevano contribuito a
creare una spaccatura profonda fra chi lo odia e chi lo esalta. Sì, perché il
Cile è pieno di nostalgici, di sostenitori del pugno di ferro, dell’uomo forte
e della crescita economica per pochi.
Fra rabbia e indifferenza. Un paese diviso anche sul come comportarsi in vista dei funerali, lontani o
prossimi che siano. Mentre diversi settori della sinistra hanno annunciato feste
popolari nei quartieri più poveri non appena si diffonderà la notizia della sua
morte, le ale più reazionarie sventolano l'eventualità dei funerali di stato.
Ma il governo di Michelle Bachelet ha già messo le mani avanti: Pinochet è un
militare, non un capo di stato, quindi avrà un trattamento da ex comandante delle
Forze armate, con il governo rappresentato soltanto dal ministro della Difesa
e gli onori militari. Punto e basta. Anche se il fatto che venga sepolto con la
bandiera del Cile che gli avvolge la bara fa accapponare la pelle a molti. Ma
almeno alla Bachelet, che ha passato nella villa degli orrori un tempo indefinito
assieme a sua madre e che ha visto suo padre, fedelissimo di Allende, sparire
nella gola profonda della dittatura, l'onta più grande sarà risparmiata: essere
costretta a rendere onore al carnefice. Stella Spinelli