06/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'ex dittatore cileno Pinochet sta lottando fra la vita e la morte e il Cile si divide
Augusto PinochetL’ex dittatore Augusto Pinochet è già a casa. Le sue condizioni di salute migliorano, tanto che avrebbe mangiato comodamente a tavola. Domenica scorsa un infarto lo aveva spedito dritto dritto in sala operatoria, dove un’equipe di specialisti lo ha operato d’urgenza.
Da quel momento, il paese è apparso in tutta la sua contraddittorietà: diviso fra due anime avverse e incompatibili.
Pinochet è l’incarnazione di un passato tragico, è il simbolo di morti e sparizioni, è l’emblema di uno stato trasformatosi in carnefice dei suoi stessi cittadini. Per i familiari e gli amici di quegli oltre tremila uomini e donne ingoiate dalla dittatura è la figura su cui sfogare dolore e rabbia. Tanti, troppi attendono da sempre di vederlo dietro la sbarra di un tribunale, chiamato a rispondere davanti alla nazione di tutte le sue colpe.
Questa volta, dopo anni di impunità (garantita dal suo essere passato da dittatore a comandante in capo delle forze militari e infine a senatore a vita di una repubblica che ha deriso e ferito a morte), i cileni pensavano di essere finalmente vicini al momento della verità. Da ottobre Pinochet era agli arresti domiciliari, imputato di 36 sparizioni, 23 delitti di tortura e un omicidio, perpetratosi a Villa Grimaldi, il luogo delle torture (le associazioni in difesa dei diritti umani stimano siano desaparecidos nella villa del terrore almeno 400 persone). La resa dei conti sembrava imminente.
 
 
Proteste contro PinochetTanti auguri. Sentitosi alle strette e ormai 91enne, lo stesso Pinochet per la prima volta aveva pensato bene di prendere posizione su tutto quello che è stato: il suo ruolo, il Cile che fu e quello che sarà, e il 24 novembre, durante i festeggiamenti del suo compleanno, aveva detto: “Vicino alla fine dei miei giorni, desidero far sapere che non provo rancore per nessuno, che amo la mia patria sopra ogni cosa e che mi assumo la responsabilità di tutto quello che ho fatto”. Quindi, riferendosi al colpo di stato: “Non ha avuto altro fine che ingrandire il Cile ed evitarne la disintegrazione”, precisando che fu la situazione degli anni Settanta, con un paese violentemente spaccato fra sostenitori e oppositori del presidente socialista Allende, a obbligare “le Forze Armate a intervenire per superare un conflitto interno che sembrava inevitabile”. E via di seguito con parole di condanna verso chi accusa lui e la sua giunta militare di abusi contro i diritti umani: “Soffriamo la persecuzione e la vendetta di coloro che scatenarono il confronto civile e la violenza, obbligando le Forze Armate a intervenire. Non è giusto chiedere che vengano puniti coloro che prevennero la continuazione della peggiore crisi politica e militare che uno possa ricordare”. Concetti forti che avevano contribuito a creare una spaccatura profonda fra chi lo odia e chi lo esalta. Sì, perché il Cile è pieno di nostalgici, di sostenitori del pugno di ferro, dell’uomo forte e della crescita economica per pochi.
 
 
Due anime. Fuori dall’ospedale di Santiago si è ricreata una sorta di microcosmo rappresentativo della società cilena. Da una parte i fedelissimi di Pinochet, uomini e donne qualunque, senza distinzione di età e di classe, che accendono ceri e pregano, sventolano foto e appendono striscioni di buon auspicio. Dall’altra, coloro che non vogliono dimenticare come l’ex dittatore abbia distrutto le loro vite e quelle dei loro cari. Ecco, ieri queste due anime del Cile si sono scontrate: tafferugli e insulti hanno concretizzato l’odio di due parti incompatibili, costrette a convivere nonostante tutto.
 
Sostenitori di PinochetFra rabbia e indifferenza. Un paese diviso anche sul come comportarsi in vista dei funerali, lontani o prossimi che siano. Mentre diversi settori della sinistra hanno annunciato feste popolari nei quartieri più poveri non appena si diffonderà la notizia della sua morte, le ale più reazionarie sventolano l'eventualità dei funerali di stato. Ma il governo di Michelle Bachelet ha già messo le mani avanti: Pinochet è un militare, non un capo di stato, quindi avrà un trattamento da ex comandante delle Forze armate, con il governo rappresentato soltanto dal ministro della Difesa e gli onori militari. Punto e basta. Anche se il fatto che venga sepolto con la bandiera del Cile che gli avvolge la bara fa accapponare la pelle a molti. Ma almeno alla Bachelet, che ha passato nella villa degli orrori un tempo indefinito assieme a sua madre e che ha visto suo padre, fedelissimo di Allende, sparire nella gola profonda della dittatura, l'onta più grande sarà risparmiata: essere costretta a rendere onore al carnefice.
Per molti di quei cileni che invece vivevano per vedere Pinochet alla gogna, la rabbia regna sovrana: “Sta avendo una morte spropositatamente degna”, commenta un giovane cileno “è una pena tremenda quando un assassino muore prima di aver pagato per le sue colpe”. Oppure, come sostiene Françoise, 30 anni: "Pinochet ha seminato dolore e rabbia. Sono tanti i ricordi delle atrocità sofferte dal popolo cileno, tanti i torturati, gli scomparsi, i morti. E' il momento di fare giustizia, per questo Pinochet non deve morire". Ma accanto a loro, qualcuno si sente sollevato dal fatto che se ne stia andando e prepara bottiglie di champagne da stappare alla memoria degli amici desaparecidos. "Non c'è crescita economica che giustifichi la morte di innocenti - commenta Barbara Gillmore, 29 anni - è un personaggio deplorevole". Altri, invece, non avranno la forza nemmeno di festeggiare: “Preferisco ignorarlo e continuare a disprezzarlo, vivo o morto”, spiega Maria Lucilla, giovane studentessa: “Qui in Cile si dice Muerto el perro se acaba la leva” della serie, via il dente, via il dolore.

Stella Spinelli

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