dal nostro inviato
Vauro
Villaggi rurali, casupole fatte di fango secco, sparsi sugli altopiani
curdi. Lì la gente è costretta a vivere di niente. Intorno,
specialmente nella zona del confine con l’Iran, decine di migliaia di
mine, proiettili e ordigni inesplosi, eredità micidiali di guerre
passate e recenti, sono gli unici doni portati dal ''progresso'' a queste
popolazioni, visto che elettricità, strade, scuole, ospedali sono sempre
state loro negate e continuano ad esserlo anche ora che nel
Kurdistan 'liberato' piovono i soldi della ricostruzione e degli
investimenti stranieri.
Baraccopoli curde. Denaro che solidi argini fatti di corruzione e
speculazione fanno confluire sui centri urbani come Sulemanya o Erbil.
Ed ecco che allora, come una frana carsica, dagli altopiani la miseria
si riversa sulle città e ne lambisce le periferie. Hanno veramente
l’aspetto di una frana carsica le distese di immondizia che circondano,
fino quasi a soffocarle, 8mila baracche fatte di blocchetti di cemento
accatastati uno sull’altro, coperte con teli di plastica e terra. Sono
sorte in pochi mesi in questo vasto affossamento di terreno al confine
sud della citta di Sulemanya. Alcune ruspe scavano percorsi tra i
cumuli di rifiuti, strade di melma fetida che collegano l’una all’altra
le zone di questo immenso agglomerato di squallore. Il colore del fango
sembra sommergere tutto, ma qua e là il rosso, il blu brillante dei
vestiti tradizionali delle donne curde riescono a tratti a
sconfiggerlo, resi più vivaci dal movimento delle figure affaccendate o
che si affacciano curiose dal buio degli ingressi delle baracche.
Davanti ad una di esse una donna anziana ha appeso un telo di plastica
sul fango della strada sopra il mucchietto di spezie ambrate che sta
setacciando con gesti antichi. Ne raccoglie un pò con un recipiente di
latta e poi lo lascia ricadere sul mucchio, il vento porta via
scintille dorate. Uomini fermi, a gruppetti sparsi, infagottati nel
larghi vestiti dei peshmerga, chiusi con una fascia alla vita. Ferma
anche una pecora spelacchiata legata a un palo, patrimonio prezioso che
una famiglia si è portata dal villaggio di provenienza.
La clessidra di pietra. Per un momento
tutto sembra immobile, bloccato in un tempo che non ha sbocco, animato
solo dal volo ottuso di nugoli di mosche, invadenti e onnipresenti.
Poi, quasi all’improvviso, frotte di bambini riempiono delle loro voci
e delle loro corse gli spazi angusti tra le baracche. Tornano dal loro
turno di lezione nella scuola. La scuola che è stata ricavata da quella
che era la vecchia struttura di un allevamento di polli. Una
costruzione di cemento bassa e lunga, stanze buie una a fianco
all’altra, dove la luce filtra solo da alcune feritoie chiuse da sbarre
di ferro, sono già piene di altri bambini, quelli del secondo turno. Se
proprio questo pollaio non si può chiamare scuola, almeno le divise
scolastiche sono tali, camicia bianca e cravatta nera per i bambini,
vestito grigio e fiocco blu per le bambine. Non sappiamo perché Shiniar
oggi non è andata a scuola. Shiniar ha sette anni, è paffutella e con
le gote rosse. Ancora più rosse adesso che è intimidita dalla nostra
presenza mentre suo padre ci riceve nella sua abitazione, facendoci
accoccolare sul tappeto, unico arredo della stanza. ''Noi, io e la mia
famiglia veniamo dal villaggio di Kanispika – ci spiega - là non avevo
possibilità di lavoro, non riuscivamo più a sopravvivere, qui in città
ho comunque qualche speranza in più''. Poi guarda Shiniar, "c’erano campi
minati intorno al villaggio, certo erano segnalati, ma Shiniar aveva
solo 5 anni, i bambini corrono qua e là per giocare, anche stando
attenti è difficile tenerli sempre sotto controllo. È bastato un
attimo..". Scopre con un gesto delicato la gamba destra di Shiniar,
alzando il pantaloncino, al suo posto c’è una protesi, il piede di
plastica calza come l’altro una ciabattina bianca con un fregio di
perline di plastica.