Il gigante indiano visto dai margini, da quegli Stati nordorientali che sembrano
più un distaccamento che regioni dell’Unione. Li chiamano ‘Sette Sorelle’ e da
mezzo secolo sono teatro di diversi conflitti in cui decine di gruppi armati combattono
contro il governo per l’autonomia. Qui ogni giorno si compiono ogni genere di
violenze contro i civili: attentati dei ribelli da una parte, esecuzioni, arresti
e rapimenti per opera

dell’Esercito dall’altra. Nonostante le intimidazioni e i rischi, sono moltissimi
gli studenti e gli operatori dei diritti umani che scendono per le strade a protestare.
Di questa umanità che non si arrende fa parte Anna Pinto, presidente del
Centre for Organisation Research & Education (CORE), ong con sede nell’Assam e nel Manipur. Anna – il suo nome è portoghese e risale
a una colonizzazione estesa al sud e alle coste occidentali dell’India – racconta
a
PeaceReporter che dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (1947) il suo Paese è molto cambiato.
“I progressi economici sembrano non aver toccato affatto i più poveri. Vista dal
nordest, l’India è un Paese giovane, con istituzioni politiche ed economiche che
non hanno nulla a che vedere con i suoi Stati di frontiera e con le popolazioni
indigene. Si tratta di luoghi e persone di nessuno, dimenticati da tutti. La mia
speranza è che un giorno la comunità internazionale riconosca gli abusi che lì
si compiono”.
Come si vive nelle Sette sorelle e in particolare nel Manipur e nell’Assam?
Vorrei parlare del Manipur, perchéin questo Stato la situazione (a dispetto di
quello che scrivono i giornali,
Ndr.) è molto più grave che nell’Assam. Qui le persone cercano di condurre una vita
normale in circostanze del tutto anormali. Ciò accade da cinquant’anni, da quando
è finita la colonizzazione inglese in India. Per tutto questo periodo, la popolazione
del Manipur ha provato un senso di ‘occupazione’. Ora il Manipur è

completamente militarizzato. Ci sono soldati dappertutto a presidiare le strade
coi fucili puntati. Si vive in uno stato di guerra ovattato, tanto che nessuno
parla liberamente con altre persone. Questa è una regione di frontiera molto sensibile:
confina con la Cina, la Birmania, il Bangladesh e il Bhutan. Gli eserciti birmano
e bhutanese, infatti, sono intervenuti per fermare i separatisti indiani infiltrati
nei loro territori.
Quali sono le condizioni ‘anormali’ in cui gli abitanti del Manipur sono costretti
a vivere?
In questa regione la vita è completamente diversa da quella in altre parti dell’India.
A New Delhi, la capitale, puoi prevedere cosa ti accadrà in una giornata, qui
invece tutto è aleatorio. Avvengono le cose tipiche di un conflitto incancrenito:
qualsiasi cosa può ‘far irruzione’ in casa tua. Si può rimanere feriti per caso
e si subiscono gli effetti di lunghissimi scioperi e coprifuoco. I negozi possono
restare chiusi anche per tre mesi continuativi. Si finisce con l’assumere un comportamento
schizofrenico: ci si ostina a condurre una vita normale, quando tutto intorno
c’è la guerra.
E’ una situazione di totale insicurezza…
In realtà gli abitanti del Manipur non si mostrano insicuri. Anzi, per sopravvivere
si convincono che le

violenze non li colpiranno.
Come dovrebbe intervenire il governo indiano per risolvere i conflitti degli
Stati nordorientali?
E’ una questione molto complessa. Le popolazioni indigene di queste zone non
si sentono indiane. Per loro l’India è solo un’entità politica nata cinquant’anni
fa, che non ha nulla a che fare con la loro cultura millenaria. Pensano che l’Unione
Indiana sia un costrutto della borghesia e che di fatto non esista. Che sia il
mero risultato di interessi politici ed economici.
Il nuovo governo di Manmohan Singh, sostenuto da Sonia Gandhi e formato nel maggio
scorso, ha dichiarato di volersi dedicare ai più poveri. Crede a queste promesse?
In realtà l’economia e la politica dell’India non dipendono solo dal suo governo,
ma dai giochi internazionali. La politica della Banca mondiale continua a promuovere
le privatizzazioni: nel mio Paese ciò significa che i ricchi diventeranno sempre
più potenti, mentre i poveri moriranno di fame. Nessun governo da solo potrebbe
cancellare una tale miseria. E non credo che l’Esecutivo indiano possa fare granchè
per le popolazioni indigene del nordest, così decentrate e diverse per tradizioni
e

cultura. Nelle ‘Sette Sorelle’ si parlano ben duecento lingue diverse.
A che cosa porteranno, dunque, le proteste pacifiche di queste popolazioni, che
quasi ogni giorno scendono per le strade a chiedere giustizia?
Il Manipur ha una lunga tradizione di lotte civili per i diritti e per l’autonomia.
Per aiutare veramente le popolazioni del nordest, il governo dovrebbe permettere
loro di sfruttare le proprie risorse e promuovere progetti di sviluppo. Ma finora
non l’ha fatto.
Quando si potrà ricominciare a sperare che qualcosa cambi in queste zone dimenticate?
Quando la comunità internazionale comincerà ad interessarsi a queste regioni.
Mi auguro che si sviluppi una coscienza come per altri problemi del pianeta, per
esempio quello della deforestazione in Amazzonia. Che si comprenda di aver raggiunto
un punto di non ritorno, qui come in altre parti dell’Asia.