13/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giornalista azero finisce nel mirino di un ayatollah, ma sono gli azeri in Iran il vero problema
Anche se non diventerà mai famoso come Salman Rushdie, da qualche giorno a questa parte Rafiq Tagi, giornalista azero, ne condivide la sorte, quella di essere il destinatario di una fatwa che incita a ucciderlo ogni buon musulmano che ne abbia l’occasione.
 
scontri tra polizia iraniana e azeri a tabriz, a maggio 2006Ancora una fatwa. La sua colpa? Quella di aver, almeno secondo i suoi critici,  esaltato la cristianità contro l’Islam sul quotidiano Senet, per il quale lavora in Azerbaijan, intitolato ’Europe and us’, dove raccontava con ammirazione dell’Europa e del suo sistema di libertà civili e religiose. L’ayatollah iraniano Mohammed Fazel Lankarani, religioso piuttosto noto e seguito nel suo Paese, ha ritenuto che questa posizione fosse un attacco deliberato alla onorabilità islamica e che Tagi, in modo implicito, contrapponesse la civiltà del diritto europea e cristiana alla mancaza di libertà nei paesi di cultura islamica. E che per questo meritasse di morire. Già in passato gli scritti del giornalista azero gli avevano attirato gli strali del clero iraniano, con una manifestazione organizzata davanti alla sede dell’ambasciata dell’Azerbaijan a Teheran. Ma anche nel suo Paese Tagi non se la passa troppo bene, visto che a causa dell’articolo incriminato lui e il direttore del giornale Senet, Samir Heseynov, sono stati arrestati. “Non erano parole offensive verso il Profeta, e poi non viviamo in uno stato religioso”, si è difeso Tagi, ma le manifestazioni di rabbia popolare nel Paese caucasico sono state numerose, tanto da costringere il ministero della Giustizia azero a trasferire Tagi e la sua famiglia in un luogo sicuro.
La vicenda, dopo quella più nota che nel 1989 costò la fatwa ai danni di Salman Rushdie da parte dell’ayatollah Khomeini, s’incanala in una lunga tradizione di scontro tra alcuni religiosi che utilizzano lo strumento della fatwa, un’interpretazione dei dettami del Corano, con troppa leggerezza e una serie di scrittori, intellettuali e giornalisti che scrivono quello che pare a loro, nel rispetto della libertà d’espressione. Ma la fatwa resta uno strumento che, molto spesso, i religiosi utilizzano anche con fini non proprio spirituali. Si tratta a volte di un messaggio, con il quale indirizzare una serie di umori popolari, magari contro qualcuno.
  
mappa dell'iran con la zona a maggioranza azeraAzeri contro Teheran. La vicenda di Tagi, infatti, non sembra slegata dalla tensione che, da qualche tempo, serpeggia nella comunità azera in Iran. La tensione tra gli azeri e il governo centrale non è una novità, ma negli ultimi tempi ha raggiunto il livello di guardia, anche perché quella azera è la principale minoranza linguistica nel Paese e rappresenta circa il 26 percento della popolazione totale. L’episodio più evidente di questo clima di contrapposizione si è avuto a maggio scorso, quando a Tabriz, città a maggioranza azera, scoppiarono violenti scontri tra la polizia di Teheran e la popolazione locale. Per cinque giorni le cariche della polizia tentarono di sfondare le barricate degli abitanti, ma ebbero il sopravvento solo grazie all’uso di lacrimogeni e con feriti da tutte e due le parti. La scintilla che aveva causato lo scoppio delle violenze era una vignetta pubblicata il 19 maggio scorso su un quotidiano di proprietà statale. Il disegno ritraeva un ragazzino che tenta di parlare con uno scarafaggio, ma non si capiscono. Il giovane parla persiano e l’insetto parla azero. Il riferimento, neanche troppo velato, è al luogo comune razzista per il quale i persiani guardano con superiorità alla cultura e alla lingua azera, e con ironia alla tendenza degli azeri a conservare la loro lingua e le loro tradizioni, inserendosi poco nella società iraniana.
”Quella vignetta è un insulto a tutto il popolo iraniano che noi non potevamo tollerare”, rispose in tutta fretta alle domande dei giornalisti Mustafà Pour Mohammadi, ministro degli Interni iraniano, motivando così la decisione di chiudere a tempo indeterminato la rivista come punizione per una vignetta che, secondo il ministro, “incita all’odio razziale e mette a repentaglio la sicurezza nazionale del Paese, potendo essere foriera di episodi di violenza”. Il governo iraniano sospese le pubblicazioni del giornale e il ministro della Cultura iraniano si scusò in televisione, annunciando che l’editore e il vignettista sarebbero stati puniti con durezza. La beffa era che l’autore della vignetta, Mana Neyestani, è di origine azera. Ma il campanello d’allarme era suonato.
 
scontri in azerbaijan dopo la pubblicazione dell'articolo di tagiUna polveriera di minoranze. Gli azeri, di etnia turca, pur rappresentando una minoranza numerosa, soffrono per l’atteggiamento di superiorità che i persiani (cioè la maggioranza degli iraniani) hanno verso la loro lingua e la loro cultura. Ma la preoccupazione del governo nell’intervenire contro la testata, e la furiosa reazione degli azeri nelle città dove sono la maggioranza, fa ritenere che non si trattasse solo di orgoglio ferito. Dei 70 milioni di cittadini iraniani, solo il  51 percento è di origine persiana, mentre il resto della popolazione è composto da azeri, curdi, arabi, baluci, turkmeni e altri ancora. Il governo centrale, il potere politico ed economico e le strutture militari, sono state da sempre appannaggio dei persiani, ma le rivendicazioni delle minoranze erano tenute, più o meno, sotto controllo. La situazione adesso è cambiata. Hanno cominciato gli arabi, che rappresentano la maggioranza nella regione del Khuzestan: la tensione con il governo centrale è andata aumentando negli ultimi due anni, e il governo si è trovato ad affrontare una serie di violenze e attentati che non si erano mai verificati prima, nella zona più ricca di petrolio dell’intero Iran. Poi è stato il turno dei curdi, che il 5 gennaio scorso si sono costituiti in un fronte unito. Adesso anche gli azeri scendono in piazza. La posizione del governo iraniano rispetto a questi focolai di protesta da parte delle minoranze è nota da tempo: dietro le rivendicazioni e le violenze ci sono gli Stati Uniti e, in seconda battuta, la Gran Bretagna che, rendendosi conto dell’impossibilità di invadere l’Iran, tentano di destabilizzarlo dal di dentro puntando sulle rivendicazioni delle minoranze. Il governo di Teheran non può permettersi altri problemi interni, proprio adesso che ha gli occhi di tutto il mondo puntati addosso. E una polemica come quella che ha investito Tagi e il direttore di Senet potrebbe, per certi versi, essere un messaggio al governo azero, filo-occidentale e membro del Consiglio d’Europa, ma a maggioranza musulmana sciita; un messaggio per sottolineare come sia meglio non mettersi contro l’Iran, perché nel tentativo di destabilizzare si può restare destabilizzati.
 
Christian Elia 

Christian Elia

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