stampa
invia
Ancora una fatwa. La sua colpa? Quella di aver,
almeno secondo i suoi critici, esaltato
la cristianità contro l’Islam sul quotidiano Senet, per il quale lavora
in Azerbaijan, intitolato ’Europe and us’, dove raccontava con ammirazione
dell’Europa e del suo sistema di libertà civili e religiose. L’ayatollah
iraniano Mohammed Fazel Lankarani, religioso piuttosto noto e seguito nel suo
Paese, ha ritenuto che questa posizione fosse un attacco deliberato alla
onorabilità islamica e che Tagi, in modo implicito, contrapponesse la civiltà
del diritto europea e cristiana alla mancaza di libertà nei paesi di cultura
islamica. E che per questo meritasse di morire. Già in passato gli scritti del
giornalista azero gli avevano attirato gli strali del clero iraniano, con una
manifestazione organizzata davanti alla sede dell’ambasciata dell’Azerbaijan a
Teheran. Ma anche nel suo Paese Tagi non se la passa troppo bene, visto che a
causa dell’articolo incriminato lui e il direttore del giornale Senet, Samir
Heseynov, sono stati arrestati. “Non erano parole offensive verso il Profeta,
e poi non
viviamo in uno stato religioso”, si è difeso Tagi, ma le manifestazioni di
rabbia popolare nel Paese caucasico sono state numerose, tanto da costringere
il ministero della Giustizia azero a trasferire Tagi e la sua famiglia in un
luogo sicuro.
Azeri contro Teheran. La vicenda di Tagi, infatti,
non sembra slegata dalla tensione che, da qualche tempo, serpeggia nella
comunità azera in Iran. La tensione tra gli azeri e il governo centrale non è
una novità, ma negli ultimi tempi ha raggiunto il livello di guardia, anche
perché quella azera è la principale minoranza linguistica nel Paese e
rappresenta circa il 26 percento della popolazione totale. L’episodio più evidente
di questo clima di contrapposizione si è avuto a maggio scorso, quando a
Tabriz, città a maggioranza azera, scoppiarono violenti scontri tra la polizia
di Teheran e la popolazione locale. Per cinque giorni le cariche della polizia
tentarono di sfondare le barricate degli abitanti, ma ebbero il sopravvento
solo grazie all’uso di lacrimogeni e con feriti da tutte e due le parti. La
scintilla che aveva causato lo scoppio delle violenze era una vignetta
pubblicata il 19 maggio scorso su un quotidiano di proprietà statale. Il
disegno ritraeva un ragazzino che tenta di parlare con uno scarafaggio, ma non
si capiscono. Il giovane parla persiano e l’insetto parla azero. Il
riferimento, neanche troppo velato, è al luogo comune razzista per il quale i
persiani guardano con superiorità alla cultura e alla lingua azera, e con
ironia alla tendenza degli azeri a conservare la loro lingua e le loro
tradizioni, inserendosi poco nella società iraniana.
Una polveriera di minoranze. Gli
azeri, di etnia turca, pur rappresentando una minoranza numerosa, soffrono per
l’atteggiamento di superiorità che i persiani (cioè la maggioranza degli
iraniani) hanno verso la loro lingua e la loro cultura. Ma la preoccupazione
del governo nell’intervenire contro la testata, e la furiosa reazione degli
azeri nelle città dove sono la maggioranza, fa ritenere che non si trattasse
solo di orgoglio ferito. Dei 70 milioni di cittadini iraniani, solo il 51
percento è di origine persiana, mentre il resto della popolazione è composto da
azeri, curdi, arabi, baluci, turkmeni e altri ancora. Il governo centrale, il
potere politico ed economico e le strutture militari, sono state da sempre
appannaggio dei persiani, ma le rivendicazioni delle minoranze erano tenute,
più o meno, sotto controllo. La situazione adesso è cambiata. Hanno cominciato
gli arabi, che rappresentano la maggioranza nella regione del Khuzestan: la
tensione con il governo centrale è andata aumentando negli ultimi due anni, e
il governo si è trovato ad affrontare una serie di violenze e attentati che non
si erano mai verificati prima, nella zona più ricca di petrolio dell’intero
Iran. Poi è stato il turno dei curdi, che il 5 gennaio scorso si sono
costituiti in un fronte unito. Adesso anche gli azeri scendono in piazza. La posizione
del governo iraniano rispetto a questi focolai di protesta da parte delle
minoranze è nota da tempo: dietro le rivendicazioni e le violenze ci sono gli
Stati Uniti e, in seconda battuta, la Gran Bretagna che, rendendosi conto
dell’impossibilità di invadere l’Iran, tentano di destabilizzarlo dal di dentro
puntando sulle rivendicazioni delle minoranze. Il governo di Teheran non può
permettersi altri problemi interni, proprio adesso che ha gli occhi di tutto il
mondo puntati addosso. E una polemica come quella che ha investito Tagi e
il direttore di Senet potrebbe, per certi versi, essere un messaggio al
governo azero, filo-occidentale e membro del Consiglio d’Europa, ma a
maggioranza musulmana sciita; un messaggio per sottolineare come sia meglio non
mettersi contro l’Iran, perché nel tentativo di destabilizzare si può restare
destabilizzati.Christian Elia
Parole chiave: azeri, azerbaijan, iran, fatwa, tagi, ayatollah Mohammed Fazel Lankarani