12/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage racconta i timori della popolazione irachena per la costruzione di una diga sul Tigri
Lo scorso agosto è suonato il campanello di allarme in casa di Khalifa Shwakat al-Yass al diffondersi della notizia della costruzione di una massiccia diga sul fiume Tigri in Turchia. La paura di perdere la propria fonte di sostentamento non lo ha più abbandonato da allora, visto che la vita di un contadino dipende dalle acque del Tigri.
 
un contadino irachen in un campoLa famiglia di Nasser. ''Chiediamo al Governo di trovare una soluzione adeguata per proteggere la nostra vita, perché non abbiamo altre fonti di sostentamento, solo questa terra e questo bestiame'', afferma Al-Yass, 50 anni, padre di 15 figli. E aggiunge: ''Non ho altra scelta. Non posso lasciare la mia terra e portare la mia famiglia da un’altra parte. Sarebbe troppo duro per noi''. Il fiume Tigri scorre per 1800 chilometri dall’est della Turchia fino al sud dell’Iraq, dove confluisce nell’Eufrate per sfociare poi nelle acque del Golfo Persico. La diga di Ilisu sarà una delle più grandi della Turchia e si prevede che sarà completata nel 2013. I principali scopi della diga sono la produzione di energia idroelettrica e la creazione di una migliore rete di irrigazione per l’agricoltura locale. Il problema è che in realtà ridurrà di circa il 50 percento la quantità delle acque del Tigri che entrano in Iraq. ''Le acque del Tigri che scorrono sul confine Turco iracheno si aggirano normalmente attorno ai 20,93 miliardi di metri cubi e si ridurranno a 9,7 bilioni all’anno quando la diga sarà completata'', dichiara Ali Nasser, esperto al Ministero per le Risorse idriche. ''Questo priverà di acqua al meno 696mila ettari di terre coltivabili. E, evidentemente, ciò avrà affetti negativi sulla produttività dei campi, la disponibilità di acqua potabile e di elettricità'', aggiunge Nasser.
Nasser teme che questo accentuerà il processo di desertificazione dell’Iraq e costringerà i contadini, le cui vite dipendono dal Tigri, ad abbandonare le loro terre per trasferirsi in città a meno che non venga raggiunto un accordo con il governo turco.
 
la gola di hasankeyf, una delle meraviglie che rischia di restare sepolta dalla diga di ilisuLa diplomazia dell'acqua. Lo scorso agosto, il Primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan guidò un’eclatante manifestazione a favore del controverso progetto della diga. I sostenitori dichiarano che sarà una fonte vitale di acqua per i territori curdi oppressi del sud est della Turchia, mentre i detrattori dicono che sommergerà il patrimonio archeologico della zona. La costruzione della diga è stata più volta ritardata da gruppi per i diritti umani e la difesa del territorio che hanno fatto pressione alle aziende internazionali perché si ritirassero dal progetto. Sostengono infatti, che la diga sommergerà dozzine di città e distruggerà molti tesori archeologici, compresa la città fortificata medievale di Hasankeyf, che domina il Tigri. Il governo turco però è ansioso di veder completata la diga. ''Abbiamo perso già abbastanza tempo, non ne abbiamo altro da perdere'', a dichiarato Erdoagn durante la cerimonia, e promette ai sostenitori che la diga trasformerà le rive del Tigri nel 'Mare Ilisu', facendo diventare verdi le terre aride e attirando turismo verso terre ora molto povere. Arif Moussa Mohammed, contadino iracheno di 60 anni, teme la rovina e per questo ha scavato tre pozzi per assicurarsi un quantitativo d’acqua sufficiente per i  suoi 250 ettari di terra, situati sulle sponde del Tigri in uno dei villaggi di Mosul, nel nord dell’Iraq, a circa 400 chilometri a nord di Baghdad. Gli rimangono comunque problemi con l’acqua, ma di diversa natura.

una palude lungo il corso del tigriUn nuovo nemico. ''Il problema che ci troviamo ad affrontare è quello dell’acqua salata, che deriva da qualche sostanza chimica presente nel sottosuolo, e questo è molto dannoso per i nostri olivi che hanno bisogno di acqua fresca”, racconta Mohammed. “Ciò aggiunge altri problemi alla nostra vita già disastrata, perché non possiamo usare quest’acqua per le nostre terre o bestiame, nel caso ci sia futura penuria di acqua''. Il ridotto quantitativo di acque nel fiume Tigri avrà un forte impatto non solo sulle terre coltivate dell’Iraq del nord. Abdullah Ramadan, impiegato presso il Marshlands Revival Centre, ha dipinto un quadro a tinte fosche di come diventeranno le zone paludose, recentemente recuperate, in seguito alla costruzione della diga. ''Queste zone rischiano di perdere circa 3 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, mettendo a grave rischio la vita stessa del luogo'', afferma Ramadan.
Le favolose paludi irachene sono state al centro di numerose controversie. In seguito alla prima guerra del Golfo nel 1991, l’allora presidente Saddam Hussein avviò un programma per dirottare le acque del Tigri e dell’Eufrate dalle paludi in risposta alla ribellione degli Sciiti. Il piano di Saddam trasformò queste terre in deserto, costringendo circa 300mila abitanti ad andarsene, secondo Ramadan. Di circa 3600 miglia quadrate di paludi presenti nel 1970, nel 2002 l’area si era ridotta del 90 percento arrivando a 300 miglia quadrate.
Nonostante ciò, a partire dall’occupazione dell’Iraq da parte degli Usa nel 2003, gli sforzi fatti per salvare le zone paludose hanno gradualmente recuperato l’area e l’acqua ha preso il posto del deserto. Ramadan dichiara che circa un terzo di quanti erano stati costretti ad abbandonare quelle terre prosciugate oggi è tornato. ''Siamo felici di esserci liberati da Saddam, ma ora abbiamo un nuovo nemico: Ilisu'', conclude Ramadan.
 
Parole chiave: ilisu, iraq, tigri, diga, guerra
Categoria: Diritti, Guerra, Ambiente
Luogo: Iraq