Un reportage racconta i timori della popolazione irachena per la costruzione di una diga sul Tigri
Lo scorso agosto è suonato il campanello di allarme in casa
di Khalifa Shwakat al-Yass al diffondersi della notizia della costruzione di
una massiccia diga sul fiume Tigri in Turchia. La paura di perdere la propria
fonte di sostentamento non lo ha più abbandonato da allora, visto che la vita
di un contadino dipende dalle acque del Tigri.
La famiglia di Nasser. ''Chiediamo al Governo di trovare una soluzione adeguata per
proteggere la nostra vita, perché non abbiamo altre fonti di sostentamento, solo
questa terra e questo bestiame'', afferma Al-Yass, 50 anni, padre di 15 figli.
E
aggiunge: ''Non ho altra scelta. Non posso lasciare la mia terra e portare la
mia
famiglia da un’altra parte. Sarebbe troppo duro per noi''. Il fiume Tigri scorre
per 1800 chilometri dall’est della
Turchia fino al sud dell’Iraq, dove confluisce nell’Eufrate per sfociare poi
nelle acque del Golfo Persico. La diga di Ilisu sarà una delle più grandi della
Turchia e
si prevede che sarà completata nel 2013. I principali scopi della diga sono la
produzione di energia idroelettrica e la creazione di una migliore rete di
irrigazione per l’agricoltura locale. Il problema è che in realtà ridurrà di circa
il 50 percento la
quantità delle acque del Tigri che entrano in Iraq. ''Le acque del Tigri che scorrono
sul confine Turco iracheno
si aggirano normalmente attorno ai 20,93 miliardi di metri cubi e si ridurranno
a 9,7 bilioni all’anno quando la diga sarà completata'', dichiara Ali Nasser,
esperto al Ministero per le Risorse idriche. ''Questo priverà di acqua al meno
696mila ettari di terre
coltivabili. E, evidentemente, ciò avrà affetti negativi sulla produttività dei
campi, la disponibilità di acqua potabile e di elettricità'', aggiunge Nasser.
Nasser teme che questo accentuerà il processo di
desertificazione dell’Iraq e costringerà i contadini, le cui vite dipendono dal
Tigri, ad abbandonare le loro terre per trasferirsi in città a meno che non
venga raggiunto un accordo con il governo turco.
La diplomazia dell'acqua. Lo
scorso agosto, il Primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan
guidò un’eclatante manifestazione a favore del controverso progetto
della diga.
I sostenitori dichiarano che sarà una fonte vitale di acqua per i
territori curdi oppressi del sud est della Turchia, mentre i detrattori
dicono che sommergerà
il patrimonio archeologico della zona. La costruzione della diga è
stata più volta ritardata da
gruppi per i diritti umani e la difesa del territorio che hanno fatto
pressione
alle aziende internazionali perché si ritirassero dal progetto.
Sostengono infatti,
che la diga sommergerà dozzine di città e distruggerà molti tesori
archeologici, compresa la città fortificata medievale di Hasankeyf, che
domina
il Tigri. Il governo turco però è ansioso di veder completata la diga.
''Abbiamo perso già abbastanza tempo, non ne abbiamo altro da
perdere'', a
dichiarato Erdoagn durante la cerimonia, e promette ai sostenitori che
la diga
trasformerà le rive del Tigri nel 'Mare Ilisu', facendo diventare verdi
le
terre aride e attirando turismo verso terre ora molto povere. Arif
Moussa Mohammed, contadino iracheno di 60 anni, teme la
rovina e per questo ha scavato tre pozzi per assicurarsi un
quantitativo
d’acqua sufficiente per i suoi 250
ettari di terra, situati sulle sponde del Tigri in uno dei villaggi di
Mosul,
nel nord dell’Iraq, a circa 400 chilometri a nord di Baghdad. Gli
rimangono
comunque problemi con l’acqua, ma di diversa natura.
Un nuovo nemico. ''Il problema che ci troviamo ad affrontare è
quello
dell’acqua salata, che deriva da qualche sostanza chimica presente nel
sottosuolo,
e questo è molto dannoso per i nostri olivi che hanno bisogno di acqua
fresca”,
racconta Mohammed. “Ciò aggiunge altri problemi alla nostra vita già
disastrata, perché non possiamo usare quest’acqua per le nostre terre o
bestiame, nel caso
ci sia futura penuria di acqua''. Il ridotto quantitativo di acque nel
fiume Tigri avrà un
forte impatto non solo sulle terre coltivate dell’Iraq del nord.
Abdullah
Ramadan, impiegato presso il
Marshlands Revival Centre, ha dipinto un quadro a
tinte fosche di come diventeranno le zone paludose, recentemente recuperate, in
seguito alla costruzione della diga. ''Queste zone rischiano di perdere circa
3 milioni di metri
cubi d’acqua all’anno, mettendo a grave rischio la vita stessa del luogo'',
afferma Ramadan.
Le favolose paludi irachene sono state al centro di numerose
controversie. In seguito alla prima guerra del Golfo nel 1991, l’allora
presidente Saddam Hussein avviò un programma per dirottare le acque del Tigri
e
dell’Eufrate dalle paludi in risposta alla ribellione degli Sciiti. Il piano di
Saddam trasformò queste terre in deserto,
costringendo circa 300mila abitanti ad andarsene, secondo Ramadan. Di circa
3600 miglia quadrate di paludi presenti nel 1970, nel 2002 l’area si era
ridotta del 90 percento arrivando a 300 miglia quadrate.
Nonostante ciò, a partire dall’occupazione dell’Iraq da
parte degli Usa nel 2003, gli sforzi fatti per salvare le zone paludose hanno
gradualmente recuperato l’area e l’acqua ha preso il posto del deserto. Ramadan
dichiara che circa un terzo di quanti erano stati costretti ad abbandonare
quelle terre prosciugate oggi è tornato. ''Siamo felici di esserci liberati da
Saddam, ma ora abbiamo un nuovo
nemico: Ilisu'', conclude Ramadan.