02/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo gli scontri di inizio settimana si teme un nuovo conflitto nel sud
“Due anni di sforzi per nulla. Gli scontri di lunedì a Malakal rischiano di buttare tutto all’aria”. Le parole di Peter Van der Rohe, operatore umanitario nel Sudan meridionale contattato da PeaceReporter, riassumono l’angoscia per la possibile ripresa della guerra civile tra nord e sud durata 20 anni, costata la vita a 2 milioni di persone e conclusasi solo con gli accordi di pace del gennaio 2005.
 
Soldati sudanesiMalakal. Tre giorni di scontri e almeno 300 morti. Questo il bilancio dei combattimenti scoppiati lo scorso lunedì a Malakal tra gli uomini del Sudan People’s Liberation Army, l’ex-gruppo ribelle che controlla la parte meridionale del Paese, e le milizie armate sostenute da Khartoum durante il conflitto. Scontri ben presto degenerati quando le milizie si sono rifugiate nelle caserme dell’esercito regolare, facendolo entrare di fatto nella contesa. Secondo le prime ricostruzioni, le principali perdite sarebbero state sostenute proprio dalle Forze Armate sudanesi, mentre centinaia di persone sono fuggite dalla città. Le Nazioni Unite hanno evacuato buona parte del personale dalla città, dove però al momento la situazione sembra essere tornata alla normalità.
 
Reazioni. L’Onu ha immediatamente condannato gli scontri, chiedendo alle parti di mantenere l’ordine per non far naufragare il processo di pace che, in questi due anni, ha tenuto senza grossi problemi. Spla e autorità sudanesi non si sono ancora pronunciati su quanto accaduto, forse in attesa delle conclusioni della commissione d’inchiesta congiunta che sta indagando sull’accaduto. “Speriamo almeno che gli scontri riportino l’attenzione sul disarmo delle milizie – continua Van der Rohe - un problema trascurato da Khartoum, ma che ha sempre causato grossi problemi qui nel sud”. Utilizzate contro il Spla in una sorta di guerra per procura, le milizie sono poi cadute nel dimenticatoio all’indomani della firma degli accordi. I quali prevedevano il loro disarmo e il reintegro nella società civile dei combattenti, impegni però mai rispettati.
 
Uomini del SplaAttesa. Il disarmo delle milizie non è l’unica questione da risolvere nella nuova querelle tra nord e sud: più volte infatti, nei mesi scorsi, il Spla aveva denunciato la lentezza di Khartoum nell’applicare gli accordi di pace, che prevedono tra le altre cose la spartizione dei proventi derivanti dallo sfruttamento petrolifero. “Se finora le denunce del Spla non avevano impedito il mantenimento di rapporti tra le due parti - rivela il nostro interlocutore – ora il rischio è che si passi alle vie di fatto. I contingenti dell’Onu nel sud sono impotenti, visto che non hanno il mandato per poter affrontare militarmente la questione. I prossimi giorni saranno fondamentali per capire quale china prenderanno gli avvenimenti. Si vive nell’ansia, sperando solo che la parola non passi alle armi”.

Matteo Fagotto

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