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Malakal. Tre
giorni di scontri e almeno 300 morti. Questo il bilancio dei combattimenti
scoppiati lo scorso lunedì a Malakal tra gli uomini del Sudan People’s Liberation Army, l’ex-gruppo ribelle che controlla
la parte meridionale del Paese, e le milizie armate sostenute da Khartoum
durante il conflitto. Scontri ben presto degenerati quando le milizie si sono
rifugiate nelle caserme dell’esercito regolare, facendolo entrare di fatto
nella contesa. Secondo le prime ricostruzioni, le principali perdite sarebbero
state sostenute proprio dalle Forze Armate sudanesi, mentre centinaia di
persone sono fuggite dalla città. Le Nazioni Unite hanno evacuato buona parte
del personale dalla città, dove però al momento la situazione sembra essere
tornata alla normalità.
Attesa. Il disarmo delle milizie non è l’unica questione da risolvere nella
nuova querelle tra nord e sud: più
volte infatti, nei mesi scorsi, il Spla
aveva denunciato la lentezza di Khartoum nell’applicare gli accordi di pace,
che prevedono tra le altre cose la spartizione dei proventi derivanti dallo
sfruttamento petrolifero. “Se finora le denunce del Spla non avevano impedito il mantenimento di rapporti tra le due
parti - rivela il nostro interlocutore – ora il rischio è che si passi alle vie
di fatto. I contingenti dell’Onu nel sud sono impotenti, visto che non hanno il
mandato per poter affrontare militarmente la questione. I prossimi giorni
saranno fondamentali per capire quale china prenderanno gli avvenimenti. Si
vive nell’ansia, sperando solo che la parola non passi alle armi”.
Matteo Fagotto