scritto per noi da
Stefano Piazza
Dalla notte di Berlino,
dall’immagine degli azzurri con la coppa sollevata verso il cielo, è
ufficialmente partita la rincorsa verso il primo Mondiale africano della
storia: Sudafrica 2010. Tra sogni, speranze e infinite polemiche, la Rainbow Nation si prepara a ospitare un
evento straordinario, atteso per 80 anni da un intero continente. Ma saranno in
grado di far fronte a un impegno tanto gravoso? Quale sarà l’immagine che il
Paese della Madiba’s Magic, la magia
di Nelson Mandela, proietterà negli occhi di miliardi di tifosi, turisti e
telespettatori? Ne parliamo con Erik Silangwe, Primo Segretario dell’Ufficio
Politico dell’ambasciata sudafricana in Italia. Non fa parte del Comitato Organizzatore
del prossimo Mondiale di calcio, ma potrà darci delle risposte “ufficiali”. Ci
incontriamo nel suo ufficio romano.
Visto da “nord” il Sudafrica è il Paese “meno africano” d’Africa. E’
vero che molti Paesi africani non hanno visto di buon occhio l’assegnazione del
primo Mondiale del continente a una Nazione come la vostra.
Com’è ovvio, l’apartheid ha tenuto il Sudafrica
separato dal resto del continente per decenni, creando una spaccatura profonda.
Oggi, però, il nostro Paese è sempre più integrato nel tessuto africano. Direi
che non siamo di certo (o non siamo più, per lo meno) un corpo estraneo. E non
credo affatto che altri vedano con disappunto l’assegnazione del Mondiale al
Sudafrica.
Nel ’95 il caso Chester Williams scuote il Sudafrica. Il primo
giocatore nero della nazionale di rugby pubblica un’autobiografia in cui
denuncia l’emarginazione e le discriminazioni razziali subite in nazionale da
parte dei propri compagni bianchi. Com’è la situazione, oggi?
Il Sudafrica ospitò la Coppa del
Mondo di rugby nel 1995, solo un anno dopo la liberazione di Nelson Mandela. Il
Paese era appena uscito dall’apartheid e, di fatto, l’integrazione razziale non
esisteva ancora. Williams, come ha ricordato anche lei, era l’unico giocatore
di colore della nazionale sudafricana. Oggi, però, metà dei giocatori della
nostra squadra di rugby sono neri. Il sistema sudafricano non è perfetto e noi
non siamo completamente soddisfatti. Ma è una sfida, procediamo un passo alla
volta.
Quindi possiamo considerare superata anche la “regola” che voleva rugby
e cricket sport dei bianchi e il calcio per i neri?
Questa suddivisione degli sport
tra bianchi e neri era sicuramente vera in passato. Il regime dell’apartheid aveva
creato questa barriera, anche se sono sempre esistite squadre di rugby nere,
che però il governo teneva in qualche modo “isolate”, impedendo loro di
prendere parte ai campionati nazionali e di giocare contro i bianchi. Dopo la
vittoria nella coppa del mondo del ’95, però, le cose sono cambiate e oggi le
squadre sono prevalentemente miste. Diverso il discorso per il calcio, dove
manca ancora una certa integrazione bianca nelle squadre nere.
Si verificano ancora problemi come quello di Città del Capo, con i
cittadini del quartiere di Newlands
che non volevano il calcio (e i tifosi neri)?
No, non sono d’accordo. A Newlands ha sempre giocato una squadra
composta da neri e gli abitanti della zona, tifosi di calcio, non si sono mai
lamentati di nulla. Quindi mi sembra molto strano. Dove hanno pubblicato questa
notizia?
Sul Corriere della Sera
Non so che dire, credo sia stato
un singolo episodio ingigantito dalla stampa. Un incidente può sempre capitare,
ma gli abitanti di Newlands amano il
calcio, si è sempre giocato lì, fin dagli anni ’70, quindi non credo che le cose
siano andate in questo modo. Come sa, le buone notizie non fanno vendere i
giornali, quelle cattive sì.
Va bene, parliamo un po’ di calcio. Perché la Safa, la federazione del
suo Paese, ha perso i Mondiali del 2006? I tedeschi, cui poi andò
l’assegnazione della coppa, puntarono molto sul fattore sicurezza: da loro, i
tifosi non avrebbero corso alcun rischio. In Sudafrica, invece…
Quello della sicurezza è un falso
problema (ma di recente un calciatore è stato ucciso da un compagno che non
voleva essere sostituito e un sudafricano rischia la vita 10 volte più di un
europeo uscendo la sera, ndr) e lo
abbiamo dimostrato anche davanti alla Fifa. Tra l’altro, abbiamo organizzato
con successo eventi come i Mondiali di rugby e cricket, in cui non si verificò
nessun incidente. Se il Mondiale 2006 andò alla Germania è solo perché doveva
andare così. Vorrei ricordare il caso di Charles Dempsey… (Dempsey era il
delegato della federazione neozelandese: alla votazione decisiva, cambiò in
modo misterioso il proprio voto regalando, per una sola preferenza, il Mondiale
ai tedeschi, ndr)
Alcuni giornalisti europei non hanno trovato impeccabile
l’organizzazione della Coppa d’Africa ’96 e hanno preferito quella del Burkina
Faso, due anni dopo
Quella del 1996 è stata un’ottima
Coppa d’Africa, dal punto di vista organizzativo. Ci sono stati dei problemi,
è
vero, ma ricordo che abbiamo organizzato altri grandi eventi, come i Mondiali
di cricket e di rugby, lasciando un eccellente ricordo in tutti i partecipanti.
Con quattordici anni di esperienza in più, le cose non potranno che andare bene.
I Bafana Bafana (i ragazzi, in lingua zulu) non possono
contare su grossi nomi. E Parreira, il tecnico brasiliano da poco ingaggiato
dalla nazionale sudafricana, non è nemmeno reduce da un buon mondiale. Non
c’era un allenatore africano disponibile?
Phil Mazinga ha giocato con
successo nel Bari (oggi fa parte del comitato organizzatore dei Mondiali, ndr), così come Mark Fish, che ha
militato nella Lazio e nel Bologna e che oggi gioca in Inghilterra. Parreira,
poi, è l’allenatore giusto: il nostro calcio ricorda molto quello brasiliano.
Quale tecnico migliore allora? Vorrei ricordarle, inoltre, l’ottimo Mondiale
disputato da Giappone e Corea del Sud senza fuoriclasse e con tecnici
stranieri. Sono convinto che il Sudafrica possa ripetere un simile exploit.
Ma qualche dubbio rimane. Nelle settimane successive al nostro incontro,
le notizie dal Sudafrica si inseguono a ritmo vertiginoso, e non sempre sono
buone. Un grosso scandalo legato alla corruzione di diversi parlamentari e voci
sempre più insistenti di enormi difficoltà da parte del comitato organizzatore
del Mondiale, per esempio. Voci tanto insistenti da costringere il padrino
della Fifa, Joseph Blatter, a intervenire di persona per mettere un freno alle
malelingue, garantendo che il torneo si svolgerà in Sudafrica, punto e basta.
Ma non tutto va così male: dopo che diverse regioni, città, e monumenti sudafricani hanno
abbandonato il proprio nome boero per essere di nuovo “africanizzati”, c’è chi,
tra le file del Congresso panafricano rinnova la richiesta perché la stessa
Nazione venga ribattezzata Azania, il vecchio nome che designava l'Africa sudorientale.
Azania 2010. Non suona affatto male.