01/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage da Sarajevo racconta di una rinascita culturale e di un'attesa infinita
Stanislav Galic, il generale serbo-bosniaco che guidò l'assedio di Sarajevo, è stato condannato ieri all'ergastolo dal Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. L'assedio di Sarajevo duro' tra il settembre del 1992 e l'agosto del 1994,mietendo migliaia di vittime e segnando per sempre la memoria di una delle città simbolo dei Balcani. Riceviamo e pubblichiamo il reportage di una cooperante italiana che racconta la Sarajevo di oggi.
 
 
 
scritto per noi da
Luciana Grosso
 
"Anche i versi sono contenti quando la gente si incontra". Questo era quello che Kiko Sarjelic, fantasma e nume assente della città, pensava e voleva per la rinascita di Sarajevo. Cosa rimane quando finisce una guerra, un assedio?
 
Foto di Luigi OttaniSarajevo allo specchio. La risposta purtroppo non è "niente". La risposta è : ricordi, paura, fantasmi, rancore, rabbia, macerie, rovine, miseria. C'è, a Sarajevo, un silenzio vuoto, ma gravido di tutto questo. Di tutto quello che rimane. Tocca andare avanti. Chissà come, ma molti ci riescono. Molti riescono a non rivolgersi più al monte Igman con orrore, a vivere una vita normale. A sorridere, a fare figli, a innamorarsi, a giocare. Persino a vedere piramidi (sì piramidi) lì dove prima si vedevano solo postazioni serbe.  Così Sarajevo, dieci anni dopo Dayton, è una capitale in cui "internazionale" non significa solo forza di pace o agenzie Onu, ma anche turismo, scambio intellettuale, incontro.  Gli Incontri Internazionali di poesia, il festival del Jazz, il festival del cinema, il festival Kletzmer, il festival delle giornate d'inverno. Gli incontri internazionali di poesia ( a ottobre) sono stati un'occasione, importante, per organizzare un evento grande, brillante, divertente. Sono intervenuti da tutto il mondo ( o per lo meno da un po' di mondo). Dagli Stati Uniti, da Cipro, dal Libano, dalla Spagna, dall'Italia, dalla Croazia. Quattro giorni, durante i quali sembrava avesse senso sentire declamare i versi di Ungaretti, Bekett, o vedere proiettato il documentario di Jerry Aronson, The life & Times of Allen Ginsbeg. Sentire cantare il veccho beat di droga e delirio, pace e distruzione, paradisi artificiali e inferni autentici è strano a Sarajevo, suona come l'ennesimo ossimoro, l'ennesima contraddizione, l'ultima follia e, insieme, l'ultima (e soprattutto l'unica) speranza.
 
Foto di Naoki TomasiniLa proposta della cultura. Forse lo stesso spirito anima tutti gli eventi culturali che popolano le sere sarajevesi: un tentativo tra gli altri di essere una città normale, un posto come tanti, una capitale qualsiasi. Ma quando, dopo pochi giorni, le varie manifestazioni chiudono i battenti, rimane un po' di amaro in bocca. Come sempre del resto. Ma a Sarajevo è un po' diverso. Solo qui, quando tacciono gli amplificatori, si sente, di nuovo, il silenzio pesante di una città ancora tramortita e incredula. In cui si ostenta una normalità che, ancora, proprio non c'è.
La città appare ancora ferita, il ricordo dell'orrore ancora vivo e l'odore della paura ancora acre. Lo sgomento, lo stupore per quello che all'improvviso stava succedendo è ancora vivo: "il mio migliore amico mi ha fatto bere il mio sangue come se fosse una zuppa", ha recitato Marko Vešović. Ancora, dieci anni dopo, non è facile voltare pagina, non è facile incontrarsi davvero, e quando il rumore finisce il silenzio è assordante.
 
Foto di  Naoki TomasiniGuardando Sarajevo. Un occidentale che vuole avvicinarsi ai Balcani e capirne le dinamiche, incontra non pochi ostacoli. Prima di tutto occorre superare lo stereotipo, il pregiudizio: l'immagine dei Balcani come luogo d'elezione dell' irrazionalità e della sospensione dalla (e della) realtà in favore di una dimensione onirica in cui tutto è nebbioso, incoerente, dissonante. Superato il pregiudizio, c'è la realtà. Che è proprio difficile e che non ti guarda mai negli occhi. Chi oggi ha vent'anni a Sarajevo, molto probabilmente ha trascorso la propria infanzia all'estero. Più o meno a dodici, tredici anni, è dovuto scappare in Italia, Stati Uniti, Germania, improvvisamente  divenute rifugio di chi riusciva, più o meno fortunosamente, a lasciare il cul de sac di Sarajevo. Finita la guerra sono tornati quasi tutti,convinti che questa sarebbe stata la volta buona. Toccava a loro: se avessero creduto nel loro paese, il loro paese avrebbe creduto in loro.
Errore. La Bosnia di oggi sembra non sapere che farsene dei propri giovani. I dati relativi al tasso di disoccupazione hanno del parossistico. Si parla di 50 – 60 percento di disoccupati.
 
Foto di Luigi OttaniUna generazione alla finestra. Mancano gli investimenti, le strutture, i capitali. Gli indici di disoccupazione sono probabilmente approssimati per difetto poichè prendono in considerazione chi sta attivamente cercando lavoro, chi è iscritto alle liste di collocamento, chi ha perso un lavoro, non chi un lavoro non lo ha mai avuto, nè chi lavora nell'economia informale, nè chi, e sono in molti, un lavoro nemmeno lo cerca, scoraggiato e stanco.
Nonostante nella maggior parte dei casi si tratti di ragazzi preparati, le possibilità di trovare un impiego, se pur per breve termine, sono scarse. Il risultato è che molti,semplicemente, aspettano.
Non fanno niente."Leggo libri, guardo film", è la risposta alla domanda banale: "Che fai?". Intanto i pub sono già pieni il lunedì mattina. In Bosnia, come in Italia e dovunque, la disoccupazione non  può che portare due effetti soprattutto: una riserva, pressoché inesauribile, di manodopera per la micro e macro criminalità e, d'altro canto, un'emorragia di ragazzi, forza lavoro e intellettuale, pronti -ancora una volta - a lasciare la Bosnia. Le statistiche condotte nei Balcani mostrano ripetutamente che il 50-70 percento dei giovani lascerebbe il proprio paese alla prima occasione, spinto da povertà e disoccupazione.
I motivi? Troppi. E' sbrigativo e superficiale attribuire ogni colpa alla guerra  che, seppure devastante, è finita da ormai dieci anni. Le economie locali non sono state in grado di ristrutturarsi in modo efficace e non hanno saputo darsi nessuno slancio in grado a sua volta di creare nuovi posti di lavoro. Il lavoro che la guerra si è portata via non è stato mai più rimpiazzato e la ricostruzione messa in atto ha coinvolto solo pochi , pochissimi, privilegiati. Così  in molti si mettono ogni mattina in coda davanti ai consolati per richiedere un visto (che hanno pochissime possibilità di avere) che possa aprire loro le porte di Italia, Germania, Austria, Spagna. Intanto aspettano.