Un reportage da Sarajevo racconta di una rinascita culturale e di un'attesa infinita
Stanislav Galic, il generale serbo-bosniaco che guidò
l'assedio di
Sarajevo, è stato condannato ieri all'ergastolo dal Tribunale
internazionale per i crimini di guerra nella ex
Jugoslavia. L'assedio di Sarajevo duro' tra il
settembre del 1992 e l'agosto del 1994,mietendo migliaia di vittime e
segnando per sempre la memoria di una delle città simbolo dei Balcani.
Riceviamo e pubblichiamo il reportage di una cooperante italiana che
racconta la Sarajevo di oggi.
scritto per noi da
Luciana Grosso
"Anche i versi sono
contenti quando la gente si incontra". Questo era quello che Kiko
Sarjelic, fantasma e nume assente della città, pensava e voleva per la
rinascita di Sarajevo. Cosa rimane quando finisce una guerra, un assedio?
Sarajevo allo specchio. La risposta purtroppo non
è "niente". La risposta è : ricordi, paura, fantasmi, rancore,
rabbia, macerie, rovine, miseria. C'è, a Sarajevo, un silenzio vuoto, ma
gravido di tutto questo. Di tutto quello che rimane. Tocca andare avanti.
Chissà come, ma molti ci riescono. Molti riescono a non rivolgersi più al monte
Igman con orrore, a vivere una vita normale. A sorridere, a fare figli, a
innamorarsi, a giocare. Persino a vedere piramidi (sì piramidi) lì dove prima
si vedevano solo postazioni serbe. Così
Sarajevo, dieci anni dopo Dayton, è una capitale in cui
"internazionale" non significa solo forza di pace o agenzie Onu, ma
anche turismo, scambio intellettuale, incontro. Gli Incontri Internazionali di poesia, il festival del Jazz, il
festival del cinema, il festival Kletzmer, il festival delle giornate
d'inverno. Gli incontri internazionali di poesia ( a ottobre) sono stati
un'occasione, importante, per organizzare un evento grande, brillante,
divertente. Sono intervenuti da tutto il mondo ( o per lo meno da un po' di
mondo). Dagli Stati Uniti, da Cipro, dal Libano, dalla Spagna, dall'Italia,
dalla Croazia. Quattro giorni, durante i quali sembrava avesse senso sentire
declamare i versi di Ungaretti, Bekett, o vedere proiettato il documentario di
Jerry Aronson,
The life & Times of Allen Ginsbeg. Sentire cantare il
veccho beat di droga e delirio, pace e distruzione, paradisi artificiali e
inferni autentici è strano a Sarajevo, suona come l'ennesimo ossimoro,
l'ennesima contraddizione, l'ultima follia e, insieme, l'ultima (e soprattutto
l'unica) speranza.
La proposta della cultura. Forse lo stesso spirito
anima tutti gli eventi culturali che popolano le sere sarajevesi: un tentativo
tra gli altri di essere una città normale, un posto come tanti, una capitale
qualsiasi. Ma quando, dopo pochi giorni, le varie manifestazioni chiudono i
battenti, rimane un po' di amaro in bocca. Come sempre del resto. Ma a Sarajevo
è un po' diverso. Solo qui, quando tacciono gli amplificatori, si sente, di
nuovo, il silenzio pesante di una città ancora tramortita e incredula. In cui
si ostenta una normalità che, ancora, proprio non c'è.
La città appare ancora
ferita, il ricordo dell'orrore ancora vivo e l'odore della paura ancora acre.
Lo sgomento, lo stupore per quello che all'improvviso stava succedendo è ancora
vivo: "il mio migliore amico mi ha fatto bere il mio sangue come se fosse
una zuppa", ha recitato Marko Vešović. Ancora, dieci anni dopo, non è
facile voltare pagina, non è facile incontrarsi davvero, e quando il rumore
finisce il silenzio è assordante.
Guardando Sarajevo. Un occidentale che vuole avvicinarsi ai Balcani e capirne le
dinamiche, incontra non pochi ostacoli. Prima di tutto occorre superare lo stereotipo,
il
pregiudizio: l'immagine dei Balcani come luogo d'elezione dell' irrazionalità
e
della sospensione dalla (e della) realtà in favore di una dimensione onirica in
cui tutto è nebbioso, incoerente, dissonante. Superato il pregiudizio, c'è la
realtà. Che è proprio
difficile e che non ti guarda mai negli occhi. Chi oggi ha vent'anni a Sarajevo,
molto probabilmente ha
trascorso la propria infanzia all'estero. Più o meno a dodici, tredici anni, è
dovuto scappare in Italia, Stati Uniti, Germania, improvvisamente divenute rifugio di chi riusciva, più o meno
fortunosamente, a lasciare il
cul de sac di Sarajevo. Finita la guerra sono tornati quasi tutti,convinti che questa
sarebbe stata la volta buona. Toccava a loro: se avessero creduto nel loro
paese, il loro paese avrebbe creduto in loro.
Errore. La Bosnia di oggi sembra non sapere che farsene dei propri
giovani. I dati relativi al tasso di disoccupazione hanno del parossistico. Si
parla di 50 – 60 percento di disoccupati.
Una generazione alla finestra. Mancano gli investimenti, le strutture, i capitali. Gli indici di disoccupazione
sono probabilmente approssimati
per difetto poichè prendono in considerazione chi sta attivamente cercando
lavoro, chi è iscritto alle liste di collocamento, chi ha perso un lavoro, non
chi un lavoro non lo ha mai avuto, nè chi lavora nell'economia informale, nè
chi, e sono in molti, un lavoro nemmeno lo cerca, scoraggiato e stanco.
Nonostante nella maggior parte dei casi si tratti di ragazzi
preparati, le possibilità di trovare un impiego, se pur per breve termine, sono
scarse. Il risultato è che molti,semplicemente, aspettano.
Non fanno niente."Leggo libri, guardo film", è la
risposta alla domanda banale: "Che fai?". Intanto i pub sono già
pieni il lunedì mattina. In Bosnia, come in Italia e dovunque, la
disoccupazione non può che portare due
effetti soprattutto: una riserva, pressoché inesauribile, di manodopera per la
micro e macro criminalità e, d'altro canto, un'emorragia di ragazzi, forza
lavoro e intellettuale, pronti -ancora una volta - a lasciare la Bosnia. Le statistiche
condotte nei Balcani
mostrano ripetutamente che il 50-70 percento dei giovani lascerebbe il proprio
paese alla prima occasione, spinto da povertà e disoccupazione.
I motivi? Troppi. E' sbrigativo e superficiale attribuire ogni colpa
alla guerra che, seppure devastante, è
finita da ormai dieci anni. Le economie locali non sono state in grado di ristrutturarsi
in modo efficace e non hanno saputo darsi nessuno slancio in grado a sua volta
di creare nuovi posti di lavoro. Il lavoro che la guerra si è portata via non
è
stato mai più rimpiazzato e la ricostruzione messa in atto ha coinvolto solo
pochi , pochissimi, privilegiati. Così in molti si mettono ogni mattina in coda
davanti ai consolati per richiedere un visto (che hanno pochissime possibilità
di avere) che possa aprire loro le porte di Italia, Germania, Austria, Spagna.
Intanto aspettano.