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Un oceano di sigle, un unico fine. L’elenco delle sigle, raccolte in un sito dove si può firmare la petizione a favore della fine
dello strangolamento della Striscia di Gaza, è molto lungo: Coalition of Women
for Peace, Anarchists against the Wall, Gush Shalom, Hadash, Balad, High School
Seniors Letter, Rabbis for Human Rights, University Student Coalition – Tel
Aviv, Yesh Gvul, Ta'ayush, Maki, Banki, Israeli Committee Against House
Demolitions, The High Follow-Up Committee for the Arab Citizens in Israel,
Combatants for Peace, Alternative information center e tante altre ancora. La
manifestazione principale è quella di Tel Aviv, ma sono 78 le città dove tutti
quelli che hanno aderito alla campagna si riuniranno in tempi e modalità
differenti. Tra queste si possono ricordare città importanti come Barcellona,
Siviglia e Valencia in Spagna, Marsiglia e Parigi in Francia, Londra e
Liverpool in Gran Bretagna, Milano e Roma in Italia, San Francisco e New York
negli Usa fino ad arrivare a Honolulu nelle isole Hawaii e Città del capo in
Sudafrica. Una mobilitazione di massa, insomma, ma in molti potrebbero restare
perplessi di fronte a un impegno del genere per la Striscia di Gaza, visto che
per tanta gente, dopo il ritiro dei militari e dei coloni israeliani
nell’estate 2005, non esiste più un’occupazione del territorio che divide
l’Egitto dalla Terra Santa.
Dall’occupazione alla prigione a cielo aperto. La
realtà sul terreno è molto differente da come l’opinione pubblica si è abituata
a pensare. La situazione della Striscia di Gaza, se possibile, è peggiore
adesso che un anno fa. Alcuni dati, raccolti per lo più da associazioni
israeliane che si battono per la difesa dei diritti umani, come B’Tselem,
possono aiutare a formarsi un’opinione in merito: circa l’80 percento della
popolazione della Striscia vive sotto la soglia di povertà (meno di 2 dollari
al giorno). Negli ultimi quattro mesi, a causa delle operazioni militari
condotte dall’esercito israeliano nella Striscia, sono morti più di 300
palestinesi, dei quali più della metà erano civili, 61 bambini.
Circa il 70 percento della forza lavoro della Striscia è inoccupata e senza
nessuna forma di sussidio. Il 28 giugno, l’aviazione israeliana ha bombardato
la principale centrale elettrica a Gaza, lasciando alla popolazione civile
6 – 8 ore di corrente elettrica al giorno, con tutte le conseguenze
immaginabili per gli ospedali e la conservazione dei generi alimentari. Nessuna
attività di commercio resiste alla crisi economica che attanaglia la
popolazione: i prodotti non entrano e non escono dalla Striscia. La situazioneè a un punto di non ritorno.
Un quadro devastante. L’economia
della Striscia, anche in passato, viveva su tre pilastri
fondamentali: la fornitura della mano d’opera per le aziende in
Israele, la
percentuale delle tasse e dei dazi doganali che per gli accordi di Oslo
Israele
deve riconoscere ai palestinesi, e gli aiuti umanitari della comunità
internazionale. Adesso tutti questi canali sono chiusi. La mano
d’opera,
dall’inizio della Seconda Intifada nel 2000, non ha più rappresentato
una
possibilità di sopravvivenza per la popolazione palestinese. I valichi
sempre
chiusi per la paura degli attentati hanno comportato la perdita di
migliaia di
posti di lavoro. La percentuale delle tasse, da anni, non viene versata
ai
palestinesi con una scusa o con l’altra. La stessa decisione che hanno
preso,
con motivazioni differenti, Unione europea e Stati Uniti che, da quando
la
popolazione civile ha premiato il partito islamico Hamas alle elezioni,
hanno bloccato la maggior parte degli aiuti umanitari perché Hamas
è
ritenuta un’organizzazione terroristica a Bruxelles e a Washington. Il
risultato è stato quello di ridurre la popolazione alla fame.
Tensione alle stelle. La
crisi economica e la fame
hanno polarizzato le tensioni interne alla società palestinese nella
Striscia
di Gaza. Le due anime politiche, rappresentate dai sostenitori di Hamas
e da
quelli del partito Fatah, orfano della guida di Arafat, sono arrivate
allo
scontro aperto. Il vecchio establishment dell’Intifada non accetta
il sorpasso alla guida della società palestinese, mentre Hamas è stata
paralizzata, fin dall’inizio, dal blocco internazionale. L’avversione
tra le
due parti è sfociata in uno scontro aperto, anche armato. L’anarchia
sembra
regnare nella Striscia, come dimostra anche il fenomeno dei rapimenti lampo di giornalisti e cooperanti occidentali, un tempo
sconosciuto alla società palestinese. La stessa società civile
palestinese è paralizzata perchè, a causa del mancato pagamento degli
stipendi, continui scioperi bloccano la scuola, la polizia e la sanità.
Piove sul bagnato. In
questo clima, alla fine del
giugno scorso, con una dinamica ancora poco chiara, è stato rapito un
militare
israeliano, il caporale Gilad Shalit. La reazione del governo di Tel
Aviv è
stata durissima, con l’operazione Pioggia d’Estate, che ha visto la
Striscia di
Gaza cinta d’assedio e bombardata furiosamente. In autunno, poi, per
porre fine
al lancio di razzi artigianali Qassam, in particolare verso la città
israeliana
di Sderot, è cominciata l’operazione Nuvole d’Autunno, che si è
tramutata in
un’altra mattanza, in particolare nella cittadina di Beit Hanoun, nella
zona
settentrionale della Striscia. In particolare, anche se ci sono ancora
polemiche in merito, Israele non avrebbe risparmiato neanche sulle armi non convenzionali, utilizzando gas letali.
Christian Elia
Parole chiave: striscia di gaza, israele, beit hanoun, hamas, fatah