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Saranno almeno in 10 mila - assicurano gli organizzatori - a sfilare per le vie di Vicenza per dire no alla nuova base militare statunitense.
La nuova strategia Usa. La manifestazione, organizzata dall'Assemblea cittadina permanente, che raccoglie
il coordinamento dei comitati cittadini e l'Osservatorio contro le servitù militari,
prevede l'attraversamento della città da sud a nord, con arrivo alla destinazione
finale: l'ex aeroporto Dal Molin, struttura militare dismessa e luogo deputato
ad accogliere uomini e mezzi per quella che potrebbe diventare la più grande base
militare Usa in Europa. Il progetto prevede l'occupazione di un'area con una superficie
di circa 450 mila metri quadri a nord della città che dovrebbe ospitare la 173a
Brigata aerotrasportata, attualmente divisa tra la stessa Vicenza e le basi tedesche
di Bamberga e Schweinfurt. Un piano che si colloca nella strategia del Pentagono
di trasformare la forza di intervento in un Brigade Combat Team, ovvero una forza
specializzata in intervento rapido nelle areee mediorientali, capace di sviluppare
la forza bellica di un'intera divisione.
Affare da milioni di euro. L'impatto sarebbe devastante, nella città del Palladio patrimonio dell'Unesco.
Oltre a rendersi necessaria una pesante trasformazione della viabilità in un'area
già congestionata dal traffico, le conseguenze della sua costruzione sarebbero
soprattutto di tipo ambientale, con aumento dell'inquinamento acustico, atmosferico
e il probabile inquinamento della falda acquifera. La patata bollente è capitata
nelle mani di Prodi dopo che, il 26 ottobre scorso, il consiglio comunale di
Vicenza aveva dato parere positivo alla realizzazione della base. Alcuni rappresentanti
dell'Assemblea cittadina permanente hanno incontrato la settimana scorsa il ministro
della Difesa Parisi, che a ottobre aveva dichiarato che nessun impegno era stato
ancora "sottoscritto con la controparte". Parisi avrebbe rappresentato alla delegazioni
i problemi oggettivi in cui si trova il governo, senza lasciar intendere se e
quando la base verrà costruita. Da molte parti si sussurra che la scelta di dare
il via libera agli americani, da parte di un governo che in passato ha dichiarato
di voler limitare le 'servitù militari' (come accadde nel caso della base Usa
della Maddalena, in Sardegna), potrebbe essere giustificata dalla presenza di
un filo-atlantico come D'Alema al ministero degli Esteri. In aggiunta a questo,
i più maligni sostengono che la distribuzione degli appalti coinvolgerebbe nella
costruzione delle nuove strutture anche le cooperative rosse, per un investimento
complessivo da parte degli Usa di 800 milioni di euro.
Quotidianità stravolta. "Nessuno qui vuole quella base - spiega a PeacerePorter Martina Vultaggio, una
dei portavoce della protesta - neanche i residenti abbienti dell'alta borghesia
cittadina, che abitano proprio a ridosso del Dal Molin". Anche loro, elettorato
principalmente conservatore, si sono uniti ai comitati per dar battaglia contro
la speculazione edilizia che potrebbe scatenarsi nell'area. "E non solo, la protesta
prende le mosse anche dal fatto che alcuni costi della base saranno a carico dei
contribuenti. Si sa, infatti, che i consumi elettrici e di gas saranno a costo
di fornitura. Della cifra di 9 milioni all'anno, per una struttura che assorbe
una quantità esorbitante di energia, solo 630 mila euro saranno a carico degli
americani. Temiamo poi - continua Vultaggio - le conseguenze per la salute individuale.
Non è un caso che ad Aviano ci sia uno tra i maggiori centri oncologici d'Italia".
Non è una questione di intolleranza all'amerikano. I cittadini di Vicenza sono
da sempre abituati alla presenza di militari Usa: dalla mattina presto, quando
corrono nei pressi della caserma Ederle cantando canzoni come fanno i marines
nella migliore tradizione dei film di guerra, fino alla sera tardi, quando 'imbriaghi'
strusciano per le vie del centro schiamazzando e importunando le ragazze. "Non
è questo il problema. Forzando il concetto, si potrebbe affermare che, come un
soldato americano, anche un immigrato clandestino può essere un disagio. Il problema
è invece che un'intera città teme per il suo futuro. Per lo stravolgimento del
piano urbanistico, per i danni ambientali, per il fatto che dal nostro territorio
partiranno uomini e mezzi diretti verso il Medio Oriente. Noi diciamo no alla
base e no alla guerra, rifiutandoci di diventare complici, più o meno consapevoli,
di un meccanismo che produce lutti, tragedie e sofferenze, e che rende la nostra
vita quotidiana sempre più incerta e pericolosa".
Luca Galassi