30/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L’attentato al confine col Libano ripropone il problema dei gruppi islamici siriani
L’attentato di martedì al confine tra Libano e Siria riporta alle cronache il problema dei gruppi islamici armati siriani. Il regime di Damasco, sotto pressione sia sul fronte iracheno che su quello libanese, sta stringendo le maglie della repressione contro le opposizioni interne, in particolare i gruppi islamici.
 
Il valico di Jadaydet Yabus L’attentato. Martedì 28 novembre un siriano aderente al gruppo islamico Tawhid al Jihad si è presentato al posto di frontiera di Jdeidet Yabou, tra Siria e Libano. Secondo la ricostruzione degli ufficiali siriani, Omar Abdullah, ventotto anni, è stato fermato dalla polizia mentre tentava di entrare in Libano. A quel punto pare abbia azionato la cintura esplosiva che indossava, ferendo due agenti della guardia. Secondo fonti libanesi, invece, l’uomo avrebbe sparato agli agenti che insistevano per perquisire l’auto e sarebbe morto a causa dell’esplosione di una granata che teneva in mano mentre fuggiva. Nel veicolo sono stati trovati otto documenti di identità falsi.
 
Bashar Assad durante una cerimonia pubblicaAccuse e pretesti. Dopo la guerra tra Israele e Libano, Damasco non ha concesso agli osservatori internazionali di schierarsi al confine ed è stata accusata da Israele di consentire il passaggio di armi dirette agli arsenali di Hezbollah. Damasco viene accusata anche dagli Stati Uniti di consentire il passaggio di miliziani islamisti e baathisti verso l’Iraq e, da buona parte dei libanesi, di esser dietro agli omicidi dell’ex Premier Hariri e altri esponenti antisiriani. Queste accuse, però, invece di indebolire la posizione di Assad, la rafforzano. Iran, Libano, Iraq, Israele e Stati Uniti sembrano aver bisogno della sua collaborazione per risolvere i loro problemi, così Assad ha una chance di riaprire i contatti diplomatici internazionali dopo l’isolamento seguito all’omicidio di Hariri. La scorsa settimana Damasco ha riallacciato i rapporti col governo iracheno, cui ha promesso di collaborare alla stabilizzazione del paese, anche se, poche ore prima dell’incontro tra il ministro degli esteri siriano e il presidente iracheno, un attentatore siriano si era fatto esplodere a Hilla uccidendo 22 persone. Dopo l’attentato di martedì anche Israele e Libano avranno bisogno della collaborazione di Damasco per controllare il confine con il Libano. L’aiuto della Siria, però, non sarà disinteressato. Da un lato la necessità di non inimicarsi il regime potrebbe spingere le Nazioni Unite a non calcare la mano con il tribunale appena istituito in Libano per processare gli assassini di Hariri. Dall’altro, Assad ha già annunciato che chiederà agli Stati Uniti di intercedere con Israele per la restituzione delle alture del Golan.
 
Jalal Talabani e il ministro siriano Walid MoallemNon solo Al Qaeda. Il gruppo Tawhid al Jihad è quello cui apparteneva l’ex capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, e proprio in Iraq conta il maggior numero di aderenti. L’intelligence siriana ritiene però che anche in Siria ci siano centinaia di simpatizzanti del gruppo, i cui scopi sarebbero la rimozione del presidente Assad e l’imposizione della legge islamica. L’opposizione islamica in Siria però, è costituita in maggioranza da esponenti dei Fratelli musulmani, contro cui il padre di Bashar Assad, Hafez, organizzò il massacro di Hama nell’82. Da allora i gruppi islamici sono stati banditi e perseguitati in nome della secolarità del Paese. Il governo siriano, cui la comunità internazionale chiede di smantellare i gruppi vicini ad Al Qaeda, sta usando queste richieste come un paravento dietro cui nascondere la repressione di tutte le opposizioni. Dall’inizio della guerra in Iraq migliaia di oppositori politici sono stati rinchiusi nelle carceri del Paese e spacciati per combattenti islamici diretti in Iraq. L’ambasciatore siriano a Washington ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti stanno lavorando alla successione di Assad dialogando con le opposizioni in esilio, ma i dissidenti in esilio non hanno l’appoggio della società. I soli che potrebbero insidiare l’autorità di Assad sono gli islamici perseguitati all’interno, ma nessuno sembra interessato a difenderli.
 

Naoki Tomasini

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