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L’attentato. Martedì 28 novembre un siriano aderente
al gruppo islamico Tawhid al Jihad si è presentato al posto di frontiera di
Jdeidet Yabou, tra Siria e Libano. Secondo la ricostruzione degli ufficiali
siriani, Omar Abdullah, ventotto anni, è stato fermato dalla polizia mentre
tentava di entrare in Libano. A quel punto pare abbia azionato la cintura
esplosiva che indossava, ferendo due agenti della guardia. Secondo fonti
libanesi, invece, l’uomo avrebbe sparato agli agenti che insistevano per
perquisire l’auto e sarebbe morto a causa dell’esplosione di una granata che
teneva in mano mentre fuggiva. Nel veicolo sono stati trovati otto documenti di
identità falsi.
Accuse e pretesti. Dopo la guerra tra Israele e
Libano, Damasco non ha concesso agli osservatori internazionali di schierarsi
al confine ed è stata accusata da Israele di consentire il passaggio di armi
dirette agli arsenali di Hezbollah. Damasco viene accusata anche dagli Stati
Uniti di consentire il passaggio di miliziani islamisti e baathisti verso
l’Iraq e, da buona parte dei libanesi, di esser dietro agli omicidi dell’ex
Premier Hariri e altri esponenti antisiriani. Queste accuse, però, invece di
indebolire la posizione di Assad, la rafforzano. Iran, Libano, Iraq, Israele e
Stati Uniti sembrano aver bisogno della sua collaborazione per risolvere i loro
problemi, così Assad ha una chance di riaprire i contatti diplomatici
internazionali dopo l’isolamento seguito all’omicidio di Hariri. La scorsa
settimana Damasco ha riallacciato i rapporti col governo iracheno, cui ha
promesso di collaborare alla stabilizzazione del paese, anche se, poche ore
prima dell’incontro tra il ministro degli esteri siriano e il presidente
iracheno, un attentatore siriano si era fatto esplodere a Hilla uccidendo 22
persone. Dopo l’attentato di martedì anche Israele e Libano avranno bisogno
della collaborazione di Damasco per controllare il confine con il Libano.
L’aiuto della Siria, però, non sarà disinteressato. Da un lato la necessità di
non inimicarsi il regime potrebbe spingere le Nazioni Unite a non calcare la
mano con il tribunale appena istituito in Libano per processare gli assassini
di Hariri. Dall’altro, Assad ha già annunciato che chiederà agli Stati Uniti di
intercedere con Israele per la restituzione delle alture del Golan.
Non solo Al Qaeda. Il gruppo Tawhid al Jihad è quello
cui apparteneva l’ex capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, e proprio in Iraq
conta il maggior numero di aderenti. L’intelligence siriana ritiene però che
anche in Siria ci siano centinaia di simpatizzanti del gruppo, i cui scopi
sarebbero la rimozione del presidente Assad e l’imposizione della legge
islamica. L’opposizione islamica in Siria però, è costituita in maggioranza da
esponenti dei Fratelli musulmani, contro cui il padre di Bashar Assad, Hafez,
organizzò il massacro di Hama nell’82. Da allora i gruppi islamici sono stati
banditi e perseguitati in nome della secolarità del Paese. Il governo siriano,
cui la comunità internazionale chiede di smantellare i gruppi vicini ad Al
Qaeda, sta usando queste richieste come un paravento dietro cui nascondere la
repressione di tutte le opposizioni. Dall’inizio della guerra in Iraq migliaia
di oppositori politici sono stati rinchiusi nelle carceri del Paese e spacciati
per combattenti islamici diretti in Iraq. L’ambasciatore siriano a Washington
ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti stanno lavorando alla successione di
Assad dialogando con le opposizioni in esilio, ma i dissidenti in esilio non
hanno l’appoggio della società. I soli che potrebbero insidiare l’autorità di
Assad sono gli islamici perseguitati all’interno, ma nessuno sembra interessato
a difenderli. Naoki Tomasini