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"Ecco qui un fascio di racconti e di nomi che non si fanno cancellare. Si imprimono nella fragile superficie delle pagine e da lì sprofondano in chi ha cuore di leggerle".
Un libro come un'ascia. Nella prefazione al volume 'Lager italiani' di Marco Rovelli, Erri De Luca suggerisce
che occorre avere cuore per leggere le storie che l'autore racconta. E' vero.
Ma non solo. Se, prendendo ancora a prestito parole altrui, Kafka ci dice che
"un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi", per
leggere le ventitré testimonianze di migranti reclusi nei Cpt italiani, occorre
avere polmoni. Perché gli uomini e le donne cui Rovelli dà voce raccontano storie
che tolgono il fiato. La storia di Montassar, marocchino, picchiato a sangue per
giorni nel Cpt (poi chiuso) gestito da don Cesare Lodeserto a Lecce. La storia
di Samir, tunisino, che appena uscito di prigione viene 'accompagnato' da due
poliziotti nel centro di via Corelli a Milano per farsi altri due mesi di detenzione.
La storia di Abdelali, marocchino, prelevato a Genova gravemente ammalato e spedito
al Cpt di Brindisi, dal quale esce poche settimane prima di morire.
Lager a pieno titolo. E' solo leggendo queste storie che si può capire la scelta di un titolo brutale,
che proietta la memoria direttamente all'universo concentrazionario nazista. Associare
il centro di permanenza temporanea al lager espone enormemente al rischio di essere
accusati di illegittimità, di usurpazione, di sensazionalismo. Ma quando è proprio
un ebreo come Moni Ovadia a ricacciare in gola il disagio che tale titolo aveva
inizialmente provocato in lui, affermando nella postfazione che "il titolo è pienamente
legittimo e corrisponde con coerenza a un'opera che ha un intrinseco valore narrativo
e una rilevanza morale indiscutibile", allora solo il pregiudizio, l'indifferenza
o l'ipocrisia possono condizionarne la lettura. 'Lager italiani' parla di un'Italia
a malapena conosciuta, distante e nemica di quello Stato civile e democratico
in cui crediamo di vivere. E' l'Italia che rinchiude i migranti irregolari in
ex caserme militari o in capannoni industriali dismessi, privandoli di ogni diritto,
sottoponendoli a umiliazioni e pestaggi, togliendo loro ogni dignità di esseri
umani.
Una moderna Storia della colonna infame. I ventitré diversi destini che la lente di Rovelli fa emergere in tutta la loro
drammaticità sono raccontati - citando il titolo della prima parte del volume -
'all'altezza degli occhi'. E non tanto per un tentativo di riconsegnare agli immigrati
detenuti la dignità usurpata da quelle guardie carcerarie che pretesero di far
loro abbassare gli occhi mentre gli parlavano, quanto per la prospettiva narrativa
che l'autore adotta nel ritrarre uno spaccato di desolazione e ingiustizia. L'interesse
tutto umano per il misero stato in cui versano, loro malgrado, questi individui,
consente al narratore di prestare loro la sua voce e al contempo di prendere la
loro in prestito. Ogni storia si intesse con l'altra a comporre un unico dramma
umano, una moderna Storia della colonna infame - per citare ancora De Luca - popolata di persone innocenti che finiscono dentro
un recinto senza aver commesso alcun reato.
Il buco nero del diritto. Il libro è accompagnato da una sezione che traccia un quadro della cornice giuridica
entro la quale si situano i Cpt, ne racconta la genesi e ne descrive le condizioni.
In ultimo, vi è un'appendice in cui Rovelli, insegnante di Storia e Filosofia
nei licei, oltreché cantante dei Les Anarchistes, fornisce una dettagliata riflessione
storico-filosofica che parte dai lavori del filosofo Giorgio Agamben per spiegare
i concetti di 'campo' e 'biopolitica'. Il 'campo' è il luogo dove il diritto viene
sospeso, e dove gli individui perdono la loro identità diventando non-persone.
La biopolitica è la presa in carico della vita del corpo dell'uomo e delle popolazioni
da parte del potere. In questo i Cpt sono un buco nero nel nostro Stato di diritto.
"I Cpt - come spiegava l'autore in un'intervista a PeaceReporter - sono l'emergenza
di una logica che sorregge la biopolitica. Questa logica è il proporre una crisi
perpetua, un allarme sociale che identifica il migrante come criminale, giustificando
misure straordinarie nei suoi confronti. Inoltre, essendo la cittadinanza un requisito
indispensabile in uno stato-nazione, il Cpt svela anche la finzione dei diritti
universali. Poiché se non si è cittadini, nello stato-nazione, non si hanno diritti".Luca Galassi