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Invito
a sorpresa.
Mahameed, autore di un libro intitolato “I palestinesi e lo Stato
dell’olocausto”, è il fondatore del primo museo sulla Shoà creato da un arabo:
una sala, sopra il suo ufficio legale a Nazareth, dove sono esposte immagini e
documenti sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Una
collezione che ha allestito a spese proprie acquistando oltre 60 foto d’epoca
dal museo dei Martiri dell’Olocausto, quello ufficiale, istituito dalla
Knesset. Il museo di Nazareth è costato circa 5 mila euro e tante fatiche per
le ricerche, le traduzioni e le pubblicazioni. Quando Ahmadinejad iniziò a
lanciate strali contro gli ebrei e l’olocausto, Mahameed decise di scrivere al
governo iraniano per correggere gli errori storici di quei discorsi. Non
ricevette risposte finché scoprì di essere stato invitato a partecipare alla
conferenza “Rewiew of the Holocaust”, che si terrà a Teheran l’11 di dicembre.
“Tutto quello che i leader arabi sanno sull’olocausto è che è successo, ma
nessun dettaglio” spiega Mahameed. “C’è una forte ignoranza nel mondo arabo,
che è irrazionale e autolesionista. La negazione della Shoà in particolare,
serve solo a screditare i palestinesi agli occhi del mondo”.
Ostracismo. “Tutto quel che è accaduto
deve essere interiorizzato e i fatti non possono essere negati –ha spiegato
Mahameed – comprendere il significato dell’olocausto è un dovere per ogni
arabo. Se il loro obiettivo è comprendere i propri avversari occorre che prima
comprendano l’olocausto”. È questa la novità del messaggio di Mahameed: gli
arabi devono conoscere i fatti “non a beneficio degli ebrei, ma per se stessi”.
“Lottare –continua l’avvocato – non è solo tirare bombe. È anche comprendere le
basi del potere del nemico”. Inizialmente queste precisazioni attirarono il
sospetto delle autorità di Gerusalemme, ma dopo un breve incontro e una visita
all’esposizione, anche il direttore della lega anti diffamazione si convinse
della sua buona fede e dell’onestà del suo lavoro. In un contesto polarizzato
come quello israelo-palestinese non è stata facile la scelta di Mahameed, che
oltre alla diffidenza degli israeliani si trova a lottare con la sua stessa
gente. Suo fratello non gli parla più e anche diversi altri membri della
famiglia, così come i vicini di casa e i colleghi lo guardano ora con sospetto.
Lui però non li condanna: “Molti palestinesi –spiega –temono che simpatizzare
con gli ebrei sia come giustificare l’occupazione. E c’è il timore che
l’olocausto possa sottrarre ai palestinesi lo status di vittime”.Naoki Tomasini
Parole chiave: Israele, olocausto, museo, shoa, naqba, arabi-israeliani