05/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un israeliano a Teheran, per spiegare l’olocausto ad Ahmadinejad
All’inizio di dicembre un israeliano si recherà in Iran, dove spera di incontrare il presidente Ahmadinejad, l’uomo che ha catturato l’attenzione dei media con le sue bordate antisioniste. Si chiama Khaled Mahameed, avvocato 43 enne di Nazareth, è un arabo con cittadinanza israeliana. Quando si troverà di fronte ad Ahmadinejad, promette, gli dirà: “Smetta di negare e contestare l’autenticità dell’olocausto, così facendo non aiuta i palestinesi, ma ostacola la loro causa”.
 
Khaled Mahameed nel suo museoInvito a sorpresa. Mahameed, autore di un libro intitolato “I palestinesi e lo Stato dell’olocausto”, è il fondatore del primo museo sulla Shoà creato da un arabo: una sala, sopra il suo ufficio legale a Nazareth, dove sono esposte immagini e documenti sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Una collezione che ha allestito a spese proprie acquistando oltre 60 foto d’epoca dal museo dei Martiri dell’Olocausto, quello ufficiale, istituito dalla Knesset. Il museo di Nazareth è costato circa 5 mila euro e tante fatiche per le ricerche, le traduzioni e le pubblicazioni. Quando Ahmadinejad iniziò a lanciate strali contro gli ebrei e l’olocausto, Mahameed decise di scrivere al governo iraniano per correggere gli errori storici di quei discorsi. Non ricevette risposte finché scoprì di essere stato invitato a partecipare alla conferenza “Rewiew of the Holocaust”, che si terrà a Teheran l’11 di dicembre. “Tutto quello che i leader arabi sanno sull’olocausto è che è successo, ma nessun dettaglio” spiega Mahameed. “C’è una forte ignoranza nel mondo arabo, che è irrazionale e autolesionista. La negazione della Shoà in particolare, serve solo a screditare i palestinesi agli occhi del mondo”.
 
Ahmadinejad durante un comizio sul "mondo senza sionismo"Ostracismo. “Tutto quel che è accaduto deve essere interiorizzato e i fatti non possono essere negati –ha spiegato Mahameed – comprendere il significato dell’olocausto è un dovere per ogni arabo. Se il loro obiettivo è comprendere i propri avversari occorre che prima comprendano l’olocausto”. È questa la novità del messaggio di Mahameed: gli arabi devono conoscere i fatti “non a beneficio degli ebrei, ma per se stessi”. “Lottare –continua l’avvocato – non è solo tirare bombe. È anche comprendere le basi del potere del nemico”. Inizialmente queste precisazioni attirarono il sospetto delle autorità di Gerusalemme, ma dopo un breve incontro e una visita all’esposizione, anche il direttore della lega anti diffamazione si convinse della sua buona fede e dell’onestà del suo lavoro. In un contesto polarizzato come quello israelo-palestinese non è stata facile la scelta di Mahameed, che oltre alla diffidenza degli israeliani si trova a lottare con la sua stessa gente. Suo fratello non gli parla più e anche diversi altri membri della famiglia, così come i vicini di casa e i colleghi lo guardano ora con sospetto. Lui però non li condanna: “Molti palestinesi –spiega –temono che simpatizzare con gli ebrei sia come giustificare l’occupazione. E c’è il timore che l’olocausto possa sottrarre ai palestinesi lo status di vittime”.
 
Adottare l’olocausto. Mahameed non sopporta i palestinesi che gli chiedono di aggiungere alla sua collezione anche le immagini della Naqba, la tragedia, il nome con cui i palestinesi indicano la nascita di Israele nel ’48, quando milioni di arabi dovettero abbandonare le loro terre e le loro case. “So che cos’è la Naqba. Non è la stessa cosa dell’Olocausto”. Mahameed propone un’alternativa che chiama “Adottiamo l’olocausto”: “il mondo arabo deve integrare l’olocausto nella propria narrativa. Se lo comprendiamo, questo rinforzerà i nostri diritti su questa terra”.
 

Naoki Tomasini

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