scritto per noi da
Michele Luppi*
Gjalosh Berisha, albanese, e
Milorad Sarkovic, serbo, occupano due piccoli uffici, distanti pochi metri, al
primo piano dell’edificio sede della municipalità. Da circa due anni stanno collaborando ad un progetto estremamente
difficile: favorire il ritorno dei profughi e degli sfollati nella municipalità
di Klina, non più nelle enclavi protette dai militari, ma nel cuore della città
.
Un lavoro difficile che sta dando
i suoi primi frutti: negli ultimi due anni sono rientrate in città 55 famiglie
serbe che ora vivono fianco a fianco con la maggioranza albanese.
La casa è lontana. Questi risultati fanno della
piccola municipalità di Klina (Kline in lingua serba), 55 mila abitanti,
situata nel Kosovo centrale, lungo la strada che collega Pristina a Pec (Peja
in
lingua albanese), una delle realtà più sensibili alla questione del ritorno
delle minoranze.
Un lavoro estremamente positivo
sottolineato da Steven Schook, vicecapo dell’Unmik (l’Amministrazione
Internazionale delle Nazioni Unite), durante la sua visita alla città in
settembre. "La municipalità di Klina – ha commentato - ha mostrato con successo cosa può essere
fatto e come dovrebbero essere affrontate queste questioni". "I rientri – spiega
Gjalosh Berisha, coordinatore del progetto
- sono cominciati nel 2003 nelle
enclavi di Bica e Grabac, pochi chilometri fuori dalla città. Successivamente
si è iniziato a lavorare per permettere ai serbi di tornare nelle proprie case
nel centro cittadino. Il 28 febbraio 2005 la prima famiglia serba è rientrata
nel cuore di Klina".
Un avvenimento per cui sono stati
necessari 5 mesi di intenso lavoro. Una questione delicata, se si considera che
i serbi sono rientrati in un quartiere dove vi sono molte famiglie albanesi con
persone ancora disperse”.
La città di Klina si trova in un’
area pesantemente colpita durante la guerra. Questa zona, ricca di boschi e colline,
è stata una delle roccaforti dell’Uck (l’Esercito di Liberazione del
Kosovo) dove sono avvenuti violenti scontri con le forze militari e
paramilitari serbe. Ancora oggi a Klina ci sono circa
130 persone disperse di cui non si è saputo più nulla. La sorte di queste
persone è una questione molto sentita da parte della popolazione albanese in
tutta la provincia dove i dispersi sono più di 3mila.
La memoria e il ricordo. Molti sono i segni dimostrativi
lasciati in Kosovo per ricordare queste persone: a Djakova, nella piazza
principale, è accatastata una fila di mattoni, uno per ogni disperso, mentre a
Pristina le loro foto sono appese sui muri all’esterno della sede del
governo. Durante la sua visita Steven
Schook ha sottolineato positivamente proprio come a Klina “la questione dei
rientri sia stata giustamente separata dal problema delle persone disperse”. Dal
febbraio 2005 ad oggi, il
tempo necessario per preparare ogni
rientro è diminuito, anche se le difficoltà da affrontare sono ancora molte. Uno
dei principali problemi è
rappresentato dalla difficile situazione economica della provincia. Una crisi
presente già negli anni novanta, trasformata dalla guerra in un vero e proprio
collasso. La disoccupazione è stimata
attorno al 60 percento e ancora oggi molte famiglie vivono grazie alle rimesse
dei parenti che lavorano in Europa: i membri della diaspora kosovara residenti
in particolare in Svizzera, Austria, Germania e Italia.
La situazione attuale
è il frutto di anni di difficile gestione con gli amministratori internazionali
che sono stati incapaci di rimettere in moto l’economia della regione. Il lento
e difficile piano delle
privatizzazioni, da sempre osteggiato dal governo di Belgrado, che lo considera
una violazione della propria sovranità, ne è la dimostrazione più lampante. L’economia
kosovara per
rilanciarsi ha bisogno di investimenti privati, bloccati dall’incertezza dello
status. Una situazione aggravata dalla
crisi energetica sorta nel dopo guerra. A Klina come in tutte le città del
Kosovo, secondo i piani periodici predisposti dalla Kek, l’ente energetico
della provincia, la corrente viene razionata lasciando la municipalità per ore
senza corrente elettrica. Una situazione che rende necessario l’utilizzo di
generatori a gasolio. “Il problema più grande – ci
spiega Milorad Sarkovic, responsabile serbo per i rientri – è garantire condizioni
di vita dignitose a queste persone. Con questa situazione economica faticano
gli albanesi che vivono in città, figuriamoci i serbi appena rientrati. Oggi
non ci sono ancora le condizioni per cui un serbo possa avere lavoro da un
albanese. Per questo a rientrare sono
principalmente coloro che hanno un lavoro o le persone in pensione. Chi
non ha i soldi per vivere rimane in Serbia, dove è più facile lavorare.”
Quando c'erano i serbi. I bambini serbi in città sono
pochi, perché durante l’anno, per
frequentare la scuola con il programma serbo, si spostano in Serbia o nel nord
del Kosovo. Anche molti adulti lasciano le loro case in città, ma soprattutto
nelle enclavi, e vanno in Serbia per lavorare. Con quello che guadagnano
ritornano a vivere per tre o quattro mesi e poi ripartono. Per questo, sia
nelle enclavi che in città, vi sono case che rimangono vuote per mesi. I viaggi dalle enclavi verso le
zone a maggioranza serba, per effettuare acquisti o usufruire dei servizi
pubblici, sono frequenti. Alcuni serbi iniziano ad andare nel centro di Klina,
ma la maggioranza preferisce usufruire dei pullman messi a disposizione dall’Amministrazione
Internazionale (Unmik) per raggiungere le aree a maggioranza serba. La situazione
in città è
tranquilla, anche se si sono verificati alcuni episodi di violenza: la notte
del 19 settembre, ignoti hanno lanciato una bomba contro la casa di Milorad
Pavlovic, uno dei primi serbi ad essere rientrato in città, ferendo quattro
persone. Un attentato, condannato da tutte
le autorità kosovare e internazionali. Episodi sporadici che non
bloccano il progetto dei rientri. Un lavoro molto complesso realizzato
dalla municipalità grazie alla stretta collaborazione tra i due responsabili.
Milorad Sarkovic ha il compito di creare i contatti con le persone decise a
rientrare, contando sull’aiuto di una
serie di Ong internazionali che operano in Serbia. Una volta individuate le
famiglie, bisogna trovare i finanziamenti per permettere la vita a chi rientra,
chiedendo aiuto ad altre Ong e al governo del Kosovo. Da parte sua la
municipalità garantisce ad ogni famiglia rientrata un pacco di cibo per tre
mesi. Una volta individuate le famiglie, inizia il lavoro più delicato. Il
coordinatore albanese individua la zona in cui la famiglia tornerà a vivere e
inizia a preparare il terreno incontrando le famiglie del quartiere. A quel
punto nasce il problema dell’abitazione. Molte delle case abbandonate dai serbi
sono state occupate. In questi casi, al momento del rientro, le famiglie
albanesi vengono sfrattate e costrette ad andarsene. “Fino ad oggi – afferma Berisha,
coordinatore del progetto – sono state 71 le famiglie che hanno fatto richiesta
per rientrare. Per quanto riguarda le persone che hanno commesso reati, devono
prima necessariamente andare in giudizio.” Nonostante il lavoro di questi
ultimi anni, il numero dei serbi rientrati è ancora basso.
“Secondo le nostre stime (l’ultimo censimento ufficiale in Kosovo risale
al 1981) – spiega Sarkovic – nell’area di Klina prima della guerra vivevano
7.800 serbi. Di questi oggi non è rientrato nemmeno il 10 percento”.