11/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage dal Kosovo racconta dei profughi di guerra che sono rimasti tali
scritto per noi da
Michele Luppi*
 
Gjalosh Berisha, albanese, e Milorad Sarkovic, serbo, occupano due piccoli uffici, distanti pochi metri, al primo piano dell’edificio sede della municipalità.  Da circa due anni stanno collaborando ad un progetto estremamente difficile: favorire il ritorno dei profughi e degli sfollati nella municipalità di Klina, non più nelle enclavi protette dai militari, ma nel cuore della città .
Un lavoro difficile che sta dando i suoi primi frutti: negli ultimi due anni sono rientrate in città 55 famiglie serbe che ora vivono fianco a fianco con la maggioranza albanese.
 
“No ai negoziati si all’autodeterminazione” scritta disseminate dai militanti del movimento Vetvendosie sulle pareti di moltissimi edifici in tutte le zone della provincia a maggioranza albanese. Città dei Klina/Kline - foto di michele luppiLa casa è lontana. Questi risultati fanno della piccola municipalità di Klina (Kline in lingua serba), 55 mila abitanti, situata nel Kosovo centrale, lungo la strada che collega Pristina a Pec (Peja in lingua albanese), una delle realtà più sensibili alla questione del ritorno delle minoranze.
Un lavoro estremamente positivo sottolineato da Steven Schook, vicecapo dell’Unmik (l’Amministrazione Internazionale delle Nazioni Unite), durante la sua visita alla città in settembre. "La municipalità di Klina – ha commentato -  ha mostrato con successo cosa può essere fatto e come dovrebbero essere affrontate queste questioni". "I rientri – spiega Gjalosh Berisha, coordinatore del progetto -  sono cominciati nel 2003 nelle enclavi di Bica e Grabac, pochi chilometri fuori dalla città. Successivamente si è iniziato a lavorare per permettere ai serbi di tornare nelle proprie case nel centro cittadino. Il 28 febbraio 2005 la prima famiglia serba è rientrata nel cuore di Klina".
Un avvenimento per cui sono stati necessari 5 mesi di intenso lavoro. Una questione delicata, se si considera che i serbi sono rientrati in un quartiere dove vi sono molte famiglie albanesi con persone ancora disperse”.
La città di Klina si trova in un’ area pesantemente colpita durante la guerra. Questa zona, ricca di boschi  e colline,  è stata una delle roccaforti dell’Uck (l’Esercito di Liberazione del Kosovo) dove sono avvenuti violenti scontri con le forze militari e paramilitari serbe. Ancora oggi a Klina ci sono circa 130 persone disperse di cui non si è saputo più nulla. La sorte di queste persone è una questione molto sentita da parte della popolazione albanese in tutta la provincia dove i dispersi sono più di 3mila.
 
Monumento dedicato ai morti dell’UCK nel centro di Klina/Kline - foto di michele luppiLa memoria e il ricordo. Molti sono i segni dimostrativi lasciati in Kosovo per ricordare queste persone: a Djakova, nella piazza principale, è accatastata una fila di mattoni, uno per ogni disperso, mentre a Pristina le loro foto sono appese sui muri all’esterno della sede del governo.  Durante la sua visita Steven Schook ha sottolineato positivamente proprio come a Klina “la questione dei rientri sia stata giustamente separata dal problema delle persone disperse”. Dal febbraio 2005 ad oggi, il tempo necessario per  preparare ogni rientro è diminuito, anche se le difficoltà da affrontare sono ancora molte. Uno dei principali problemi è rappresentato dalla difficile situazione economica della provincia. Una crisi presente già negli anni novanta, trasformata dalla guerra in un vero e proprio collasso. La disoccupazione è stimata attorno al 60 percento e ancora oggi molte famiglie vivono grazie alle rimesse dei parenti che lavorano in Europa: i membri della diaspora kosovara residenti in particolare in Svizzera, Austria, Germania e Italia.
La  situazione attuale è il frutto di anni di difficile gestione con gli amministratori internazionali che sono stati incapaci di rimettere in moto l’economia della regione. Il lento e difficile piano delle privatizzazioni, da sempre osteggiato dal governo di Belgrado, che lo considera una violazione della propria sovranità, ne è la dimostrazione più lampante. L’economia kosovara per rilanciarsi ha bisogno di investimenti privati, bloccati dall’incertezza dello status. Una situazione aggravata dalla crisi energetica sorta nel dopo guerra. A Klina come in tutte le città del Kosovo, secondo i piani periodici predisposti dalla Kek, l’ente energetico della provincia, la corrente viene razionata lasciando la municipalità per ore senza corrente elettrica. Una situazione che rende necessario l’utilizzo di generatori a gasolio. “Il problema più grande – ci spiega Milorad Sarkovic, responsabile serbo per i rientri – è garantire condizioni di vita dignitose a queste persone. Con questa situazione economica faticano gli albanesi che vivono in città, figuriamoci i serbi appena rientrati. Oggi non ci sono ancora le condizioni per cui un serbo possa avere lavoro da un albanese. Per questo a rientrare sono  principalmente coloro che hanno un lavoro o le persone in pensione. Chi non ha i soldi per vivere rimane in Serbia, dove è più facile lavorare.”
 
Bambini a Klina/Kline - foto di michele luppiQuando c'erano i serbi. I bambini serbi in città sono pochi, perché durante l’anno,  per frequentare la scuola con il programma serbo, si spostano in Serbia o nel nord del Kosovo. Anche molti adulti lasciano le loro case in città, ma soprattutto nelle enclavi, e vanno in Serbia per lavorare. Con quello che guadagnano ritornano a vivere per tre o quattro mesi e poi ripartono. Per questo, sia nelle enclavi che in città, vi sono case che rimangono  vuote per mesi. I viaggi dalle enclavi verso le zone a maggioranza serba, per effettuare acquisti o usufruire dei servizi pubblici, sono frequenti. Alcuni serbi iniziano ad andare nel centro di Klina, ma la maggioranza preferisce usufruire dei pullman messi a disposizione dall’Amministrazione Internazionale (Unmik) per raggiungere le aree a maggioranza serba. La situazione in città è tranquilla, anche se si sono verificati alcuni episodi di violenza: la notte del 19 settembre, ignoti hanno lanciato una bomba contro la casa di Milorad Pavlovic, uno dei primi serbi ad essere rientrato in città, ferendo quattro persone. Un attentato, condannato da tutte le autorità kosovare e internazionali. Episodi sporadici che non bloccano il progetto dei rientri. Un lavoro molto complesso realizzato dalla municipalità grazie alla stretta collaborazione tra i due responsabili. Milorad Sarkovic ha il compito di creare i contatti con le persone decise a rientrare,  contando sull’aiuto di una serie di Ong internazionali che operano in Serbia. Una volta individuate le famiglie, bisogna trovare i finanziamenti per permettere la vita a chi rientra, chiedendo aiuto ad altre Ong e al governo del Kosovo. Da parte sua la municipalità garantisce ad ogni famiglia rientrata un pacco di cibo per tre mesi. Una volta individuate le famiglie, inizia il lavoro più delicato. Il coordinatore albanese individua la zona in cui la famiglia tornerà a vivere e inizia a preparare il terreno incontrando le famiglie del quartiere. A quel punto nasce il problema dell’abitazione. Molte delle case abbandonate dai serbi sono state occupate. In questi casi, al momento del rientro, le famiglie albanesi vengono sfrattate e costrette ad andarsene. “Fino ad oggi – afferma Berisha, coordinatore del progetto – sono state 71 le famiglie che hanno fatto richiesta per rientrare. Per quanto riguarda le persone che hanno commesso reati, devono prima necessariamente andare in giudizio.” Nonostante il lavoro di questi ultimi anni, il numero dei serbi rientrati è ancora basso.
“Secondo le nostre stime (l’ultimo censimento ufficiale in Kosovo risale al 1981) – spiega Sarkovic – nell’area di Klina prima della guerra vivevano 7.800 serbi. Di questi oggi non è rientrato nemmeno il 10 percento”.
 
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Parole chiave: kosovo, prizern, klina, enclave serba, profughi
Categoria: Guerra, Politica, Popoli
Luogo: Serbia
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