27/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Ecuador dice no all'uomo più ricco del paese e impone al timone l'economista di sinistra Correa
Correa, il nuovo presidente dell'Ecuador“Ho vinto, ho vinto, ho vinto e continuerò a lottare per i poveri”. Con queste parole, Rafael Correa, candidato di Alianza Pais, colaizione di sinistra, al ballottaggio per le presidenziali in Ecuador, svoltosi ieri, ha posto un sigillo alla sua vittoria, sempre meno virtuale. Le urne ecuadoriane contengono ancora molte schede da vagliare, ma i giochi sembrano ormai fatti: il Tribunale supremo elettorale, dopo averne scrutinate il 46.82 percento, ha annunciato che in favore di Correa si è espresso il 68.49 percento dei cittadini. Un vantaggio di oltre 33 punti, dunque, sul multimilionario Alvaro Noboa, il re delle banane, il quale, Bibbia alla mano, ha precisato che al minimo segno di broglio imporrà di ricontare i voti scheda per scheda.
 
Il male minore. E così, da ieri sera, quando le prime proiezioni hanno evidenziato la tendenza mai mutata di un Correa in netto vantaggio, molti simpatizzanti in festa hanno sfidato il freddo e invaso le strade della capitale fino alle prime luci dell’alba, anche se con compostezza. Secondo quanto riferisce al quotidiano argentino Pagina 12 Diego Araujo Sanchez, editorialista del giornale ecuadoriano Hoy, il paese è rimasto avvolto da un clima di relativa passività. “Il 35 percento guadagnato da Correa in questo ballottaggio non è formato da voti di persone totalmente convinte del suo progetto. Sono perlopiù voti contro Noboa”.
Ed è la sensazione anche durante il voto: “Ho scelto il male minore”, si sono sentiti ripetere i giornalisti inviati nei più disparati seggi.
 
Alvaro Noboa, il re delle banane, multimilionario sconfitto al ballottaggioUn voto “anti”. Secondo le prime analisi, Correa si è imposto nella regione della sierra, bastione dei settori moderati e professionali, a Quito e nelle aree dei piccoli produttori di banane, come la provincia dell’Oro, dove è stato forte il disagio dimostrato contro i grandi e spietati impresari alla Noboa. Anti-Noboa anche il voto della classe media e dei professionisti, schierati contro l’uomo più ricco del paese.
 
Contropiede. “Dopo tutti questi anni di politiche sociali ed economiche conservatrici, colpevoli di questa tragedia chiamata emigrazione, non ci hanno potuto rubare la speranza. Abbiamo vinto”. Questo il discorso del 43enne economista che sarà il nuovo presidente dell’Ecuador. Mostrando una compostezza consapevole del difficile compito che è stato chiamato a svolgere, Correa ha deciso di lasciare sin da subito in disparte i toni di una campagna elettorale che non poteva che essere aggressiva e, con pacatezza, ha voluto nuovamente allontanare i fantasmi che lo hanno perseguitato in questi mesi, precisando che manterrà il dollaro come moneta ufficiale e ribadendo la necessità di chiamare al governo gente dalle mani e dalla coscienza pulite. Quindi, contro ogni aspettativa, ha annunciato parte della squadra di governo.
 
Correa insieme agli indigeni ecuadorianiI nomi del potere. Agli Interni andrà Gustavo Larrea, responsabile della sua campagna elettorale, esperto in diritti umani e da sempre uomo di sinistra; al ministero per l’Energia, Alberto Acosta, duro critico della dollarizzazione e all’Economia, invece, Ricardo Patiño, ex sottosegretario del dicastero economico, nonché forte oppositore al pagamento del debito estero. L’uomo chiave ai vertici dell’impresa statale Petroecuador, infine, sarà Carlos Pareva Yannuzzelli, l’ideatore della strategia che è culminata con la rottura del contratto con l’impresa Usa Occidental e ha portato all’espropriazione di tutti i suoi beni, costando al paese le ire della Casa Bianca, la quale è arrivata a sospendere le trattative per il trattato di libero commercio (Tlc).
“Il nostro sogno – ha precisato l’economista a nome di tutti – è costruire una patria nella quale nessuno debba più uscire dal paese per necessità, dove possano tornare coloro che già sono partiti e trovare salute, educazione, cibo, lavoro e dignità”.

Stella Spinelli

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