29/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage dal Kosovo racconta l'attesa della soluzione dello status
scritto per noi da
Michele Luppi*
 
 
Il sole si abbassa lentamente, colorando il cielo di rosso, mentre cerca un varco tra le montagne che segnano il confine con la vicina Albania. La musica proveniente dal cuore della città, distesa ai nostri piedi, si spegne. Pochi attimi di silenzio e poi una dopo l’altra si accendono le luci dei minareti. Nell’arco di pochi secondi da tutte le moschee della città, oltre trenta, si innalza il canto dei muezzin che invitano i fedeli alla preghiera.
 
Tramonto a Prizren - foto di michele luppiMinareti al tramonto. Le voci si mescolano e si confondono per pochi minuti per poi zittirsi, improvvisamente come erano venute, mentre le luci dei minareti lentamente si spengono. Nelle strade torna a risuonare la musica ascoltata nei bar  e nei ristoranti, ritmi europei e orientali si fondono creando una melodia che riecheggia nell’aria. La vista di Prizren al tramonto, dall’alto della collina che la sovrasta, è affascinante. Proprio in questa posizione strategica gli ottomani costruirono una grande fortezza di cui oggi restano soltanto i ruderi. Prizren, circa 200mila abitanti, è situata nel Kosovo meridionale in una lingua di terra incuneata tra l’Albania e la Macedonia, da sempre zona di importanti commerci e  punto di incontro tra oriente ed occidente. Un luogo conosciuto per la sua diversità etnica, la lunga tradizione di tolleranza e di cooperazione inter-etnica. Il panorama non è disegnato soltanto dai minareti e dalle cupole delle moschee, ma anche dal campanile della cattedrale cattolica e dalle numerose chiese ortodosse. Qui, per secoli, hanno convissuto persone appartenenti a differenti etnie (albanesi, serbi, rom, kosovari bosgnacchi e turchi) e differenti religioni (cristiani cattolici, cristiani ortodossi e mussulmani). Una convivenza segnata dalle tragiche vicende degli anni novanta. Scendendo lungo il sentiero che dall’alto della collina riporta in città, si passa accanto ai resti del quartiere serbo, dove  sorge una piccola chiesa ortodossa ancora oggi sorvegliata dai militari tedeschi della Kfor, la forza militare della Nato entrata in Kosovo nel giugno 1999. Il quartiere è stato completamente distrutto durante gli scontri del marzo 2004. Due giorni di violenze particolarmente cruente in questa zona: in meno di 48 ore furono distrutte otto chiese ortodosse (oggi in ricostruzione) e la maggioranza dei serbi ancora in città dovette abbandonare le proprie case, date alle fiamme. Oggi i Serbi rimasti nella municipalità (area amministrativa che comprende l’area urbana e alcuni villaggi vicini) sono 234 (dati dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa); prima del conflitto erano circa 9 mila.
 
suonatori per le strade di prizern - foto di michele luppiAncora violenza. Secondo i racconti di quei giorni le violenze furono alimentate da gruppi di estremisti albanesi provenienti da varie zone della provincia e dai paesi vicini, Albania e Macedonia.
“Oggi la situazione in città è diversa – racconta Blerim, un giovane albanese -  la lingua serbo-bosniaca, così come il turco, viene parlata liberamente in città e i serbi possono girare senza problemi”. Una dichiarazione in parte confermata dall’Osce.
“La municipalità di Prizren – si legge nell’ultimo rapporto nel dell’Osce – rimane la città culturalmente ed etnicamente più eterogenea del Kosovo, dove ancora oggi convivono Albanesi, Bosniaci, Turchi, e Rom.” Prizren è una città conosciuta per la presenza di molti artisti; patria di cantanti, gruppi di ballerini e musicisti che diffondono in tutti i balcani le sonorità della musica tradizionale kosovara. Camminando per le vie del centro tra i negozi e i locali affollati di giovani, curiosando negli internet point, sempre pieni, si respira  un’aria di grande fermento. Ogni sera, nei mesi estivi, i giovani si radunano lungo il selciato della via principale. Formano piccoli gruppi e iniziano a passeggiare avanti e in dietro lungo il fiume.
Il Kosovo è una della regioni con la popolazione più giovane d’Europa: più del 60 percento degli abitanti ha meno di 22 anni. In città si respira un’aria di attesa e di speranza per quello che sarà il futuro di questa terra. Un futuro che per la popolazione albanese, circa il 90 percento dei 2 milioni di abitanti della provincia, è racchiuso in una sola parola: indipendenza. Le stanze dei palazzi di Vienna, dove si susseguono i negoziati sulla questione dello status, appaiono però lontane. Formalmente il Kosovo è ancora parte della Serbia anche se la sovranità di Belgrado, sospesa nel giugno del 1999, è ancora affidata all’Unmik, l’Amministrazione ad Interim delle Nazioni Unite. La popolazione albanese, dopo le sofferenze degli anni novanta culminate nella pulizia etnica delle truppe di Milosevic, aspetta con impazienza il giorno in cui potrà scendere nelle strade a festeggiare l’indipendenza, come ha fatto la popolazione del vicino Montenegro.
Il percorso politico verso la soluzione della questione kosovara è però ancora lungo e tortuoso. La comunità internazionale deve garantire una soluzione che rispetti i diritti e gli interessi di tutti i kosovari, non solo della maggioranza albanese. Una decisione di ampio respiro che deve tenere conto della delicatezza degli equilibri di una regione, quella del sud dei Balcani, ancora in via di stabilizzazione.
 
scritte sui muri di prizern inneggianti all'indipendenza del kosovo - foto di michele luppiVolgia d'indipendenza. I negoziati sono partiti nel febbraio del 2006, poche settimane dopo la morte del presidente Rugova, senza lasciare intravedere, dopo vari incontri,  la possibilità di un accordo. Le due parti sono ancora ferme, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali, sulle loro posizioni. Belgrado continua a ripetere il ritornello che sostiene da alcuni anni, racchiuso nello slogan “più dell’autonomia, meno dell’indipendenza”. Un’idea confermata dalla piattaforma per i negoziati presentata lo scorso giugno e ribadita dal preambolo della nuova costituzione. La Serbia è disposta a concedere larga autonomia al Kosovo per quanto riguarda la gestione amministrativa garantendo la continuità delle nuove istituzioni. Dall’altra parte ribadisce però la propria sovranità e integrità territoriale rivendicando il controllo sulle questioni cruciali, quali la gestione dei confini, la politica monetaria, la politica estera, la gestione delle forze armate e la rappresentanza internazionale. Nel documento si legge come la soluzione dello status “deve essere il frutto di un compromesso tra le due parti e non deve, in alcun caso, essere imposta dall’esterno.” Belgrado teme che la decisione finale possa essere presa all’interno del Gruppo di Contatto (il gruppo formato da Italia, Usa, Francia, Regno Unito e Russia, nato durante le fasi della guerra) e poi imposta alle due parti.
Dall’altra parte la delegazione albanese di Pristina continua  a considerare l’indipendenza come una soluzione “non negoziabile”, rifiutando qualsiasi altra possibilità. L’impressione è che le parti mirino più a mantenere il proprio consenso interno che a trovare una vera soluzione al problema. Nonostante la sensazione di stallo nelle stanze della diplomazia internazionale si susseguono gli incontri. L’impressione è quella che l’indipendenza del kosovo sia oggi inevitabile: troppi passi sono stati fatti in questi anni in tale direzione. Il Kosovo è un’entità autonoma a tutti gli effetti: ha proprie istituzioni, una propria legislazione, una moneta differente da quella Serba, forze di polizia indipendenti da Belgrado e persino il Kpc, un embrione di quello che potrebbe essere il suo futuro esercito. L’indipendenza sarà però, probabilmente, vincolata alla presenza sul territorio, ancora per molti anni, di forze militari e osservatori internazionali, guidati dall’Unione Europea. Molti analisti prospettano, infatti, parallelamente al processo d’indipendenza,  un percorso verso l’integrazione nell’Unione. La questione più delicata  ancora da affrontare è la posizione delle minoranze, in particolare degli oltre 100 mila serbi, che vivono in condizioni difficili nella provincia, e la tutela del loro patrimonio storico e culturale. Il Kosovo è infatti la culla della chiesa ortodossa serba dove si trovano importanti monasteri e luoghi di culto . Una regione da sempre fortemente significativa per il nazionalismo serbo.
 
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Parole chiave: kosovo, prizern, unmik, serbia, guerra kosovo
Categoria: Guerra, Politica, Popoli
Luogo: Serbia