scritto per noi da
Michele Luppi*
Il sole si abbassa lentamente, colorando il cielo di rosso,
mentre cerca un varco tra le montagne che segnano il confine con la vicina
Albania. La musica proveniente dal cuore della città, distesa ai nostri piedi,
si spegne. Pochi attimi di silenzio e poi una dopo l’altra si accendono le luci
dei minareti. Nell’arco di pochi secondi da tutte le moschee della città, oltre
trenta, si innalza il canto dei muezzin che invitano i fedeli alla preghiera.
Minareti al tramonto. Le voci si mescolano e si confondono per pochi minuti per poi zittirsi,
improvvisamente come erano venute, mentre le luci dei minareti lentamente si
spengono. Nelle strade torna a risuonare la musica ascoltata nei bar e nei ristoranti, ritmi europei e orientali
si fondono creando una melodia che riecheggia nell’aria. La vista di Prizren al
tramonto,
dall’alto della collina che la sovrasta, è affascinante. Proprio in questa posizione
strategica gli ottomani costruirono una grande fortezza di cui oggi restano
soltanto i ruderi. Prizren, circa 200mila abitanti,
è situata nel Kosovo meridionale in una lingua di terra incuneata tra l’Albania
e la Macedonia, da sempre zona di importanti commerci e punto di incontro tra oriente ed occidente.
Un luogo conosciuto per la
sua diversità etnica, la lunga tradizione di tolleranza e di cooperazione
inter-etnica. Il panorama non è disegnato soltanto dai minareti e dalle cupole
delle moschee, ma anche dal campanile della cattedrale cattolica e dalle
numerose chiese ortodosse. Qui, per secoli, hanno convissuto
persone appartenenti a differenti etnie (albanesi, serbi, rom, kosovari
bosgnacchi e turchi) e differenti religioni (cristiani cattolici, cristiani
ortodossi e mussulmani). Una convivenza segnata dalle
tragiche vicende degli anni novanta. Scendendo lungo il sentiero che
dall’alto della collina riporta in città, si passa accanto ai resti del
quartiere serbo, dove sorge una piccola
chiesa ortodossa ancora oggi sorvegliata dai militari tedeschi della Kfor, la
forza militare della Nato entrata in Kosovo nel giugno 1999. Il quartiere è
stato completamente distrutto durante gli scontri del marzo 2004. Due giorni di
violenze particolarmente cruente in questa zona: in meno di 48 ore furono
distrutte otto chiese ortodosse (oggi in ricostruzione) e la maggioranza dei
serbi ancora in città dovette abbandonare le proprie case, date alle fiamme.
Oggi i Serbi rimasti nella municipalità (area amministrativa che comprende
l’area urbana e alcuni villaggi vicini) sono 234 (dati dell'Organizzazione per
la Sicurezza e la Cooperazione in Europa); prima del
conflitto erano circa 9 mila.
Ancora violenza. Secondo i racconti di quei giorni
le violenze furono alimentate da gruppi di estremisti albanesi provenienti da
varie zone della provincia e dai paesi vicini, Albania e Macedonia.
“Oggi la situazione in città è
diversa – racconta Blerim, un giovane albanese - la lingua serbo-bosniaca, così come il turco, viene parlata
liberamente in città e i serbi possono girare senza problemi”. Una dichiarazione
in parte
confermata dall’Osce.
“La municipalità di Prizren – si
legge nell’ultimo rapporto nel dell’Osce – rimane la città culturalmente ed
etnicamente più eterogenea del Kosovo, dove ancora oggi convivono Albanesi,
Bosniaci, Turchi, e Rom.” Prizren è una città conosciuta
per la presenza di molti artisti; patria di cantanti, gruppi di ballerini e
musicisti che diffondono in tutti i balcani le sonorità della musica
tradizionale kosovara. Camminando per le vie del centro
tra i negozi e i locali affollati di giovani, curiosando negli internet point,
sempre pieni, si respira un’aria di
grande fermento. Ogni sera, nei mesi estivi, i
giovani si radunano lungo il selciato della via principale. Formano piccoli
gruppi e iniziano a passeggiare avanti e in dietro lungo il fiume.
Il Kosovo è una della regioni con
la popolazione più giovane d’Europa: più del 60 percento degli abitanti ha meno
di 22
anni. In città si respira un’aria di
attesa e di speranza per quello che sarà il futuro di questa terra. Un futuro
che per la popolazione albanese, circa il 90 percento dei 2 milioni di abitanti
della
provincia, è racchiuso in una sola parola: indipendenza. Le stanze dei palazzi
di Vienna,
dove si susseguono i negoziati sulla questione dello status, appaiono però
lontane. Formalmente il Kosovo è ancora
parte della Serbia anche se la sovranità di Belgrado, sospesa nel giugno del
1999, è ancora affidata all’Unmik, l’Amministrazione ad Interim delle Nazioni
Unite. La popolazione albanese, dopo le
sofferenze degli anni novanta culminate nella pulizia etnica delle truppe di
Milosevic, aspetta con impazienza il giorno in cui potrà scendere nelle strade
a festeggiare l’indipendenza, come ha fatto la popolazione del vicino
Montenegro.
Il percorso politico verso la
soluzione della questione kosovara è però ancora lungo e tortuoso. La comunità
internazionale deve garantire una soluzione che rispetti i diritti e gli
interessi di tutti i kosovari, non solo della maggioranza albanese. Una decisione
di ampio respiro
che deve tenere conto della delicatezza degli equilibri di una regione, quella
del sud dei Balcani, ancora in via di stabilizzazione.
Volgia d'indipendenza. I negoziati sono partiti nel
febbraio del 2006, poche settimane dopo la morte del presidente Rugova, senza
lasciare intravedere, dopo vari incontri,
la possibilità di un accordo. Le due parti sono ancora ferme, almeno
secondo le dichiarazioni ufficiali, sulle loro posizioni. Belgrado continua a
ripetere il ritornello che sostiene da alcuni anni, racchiuso nello slogan “più
dell’autonomia, meno dell’indipendenza”. Un’idea confermata dalla piattaforma
per
i negoziati presentata lo scorso giugno e ribadita dal preambolo della nuova
costituzione. La Serbia è disposta a concedere larga autonomia al Kosovo per
quanto riguarda la gestione amministrativa garantendo la continuità delle nuove
istituzioni. Dall’altra parte ribadisce però la propria sovranità e integrità
territoriale rivendicando il controllo sulle questioni cruciali, quali la
gestione dei confini, la politica monetaria, la politica estera, la gestione
delle forze armate e la rappresentanza internazionale. Nel documento si legge
come la
soluzione dello status “deve essere il frutto di un compromesso tra le due
parti e non deve, in alcun caso, essere imposta dall’esterno.” Belgrado teme che
la decisione
finale possa essere presa all’interno del Gruppo di Contatto (il gruppo formato
da Italia, Usa, Francia, Regno Unito e Russia, nato durante le fasi della
guerra) e poi imposta alle due parti.
Dall’altra parte la delegazione
albanese di Pristina continua a
considerare l’indipendenza come una soluzione “non negoziabile”,
rifiutando
qualsiasi altra possibilità. L’impressione è che le parti mirino più a
mantenere il proprio consenso interno che a trovare una vera soluzione
al
problema. Nonostante la sensazione di
stallo nelle stanze della diplomazia internazionale si susseguono gli
incontri. L’impressione è quella che
l’indipendenza del kosovo sia oggi inevitabile: troppi passi sono stati
fatti
in questi anni in tale direzione. Il Kosovo è un’entità autonoma a
tutti gli
effetti: ha proprie istituzioni, una propria legislazione, una moneta
differente da quella Serba, forze di polizia indipendenti da Belgrado e
persino
il Kpc, un embrione di quello che potrebbe essere il suo futuro
esercito.
L’indipendenza sarà però, probabilmente, vincolata alla presenza sul
territorio, ancora per molti anni, di forze militari e osservatori
internazionali, guidati dall’Unione Europea. Molti analisti
prospettano,
infatti, parallelamente al processo d’indipendenza, un percorso
verso l’integrazione nell’Unione. La questione più delicata
ancora da affrontare è la posizione delle
minoranze, in particolare degli oltre 100 mila serbi, che vivono in
condizioni
difficili nella provincia, e la tutela del loro patrimonio storico e
culturale.
Il Kosovo è infatti la culla della chiesa ortodossa serba dove si
trovano
importanti monasteri e luoghi di culto . Una regione da sempre fortemente significativa
per il nazionalismo
serbo.