Scritto
per noi da Gianluca Ursini
Mentre si spengono gli echi della manifestazione antisiriana ai funerali di
Pierre Gemayel a Beirut, i soldati italiani nel sud del Libano si chiedono cosa
succederà adesso. Il livello di allerta è massimo, dice il sottosegretario alla
Difesa Forcieri. Nessuno lo dice apertamente, ma il timore di attentati è alto.
Il 12 settembre il numero due di Al Qaida, il medico egiziano Ayman Al
Zawahiri, aveva tacciato le truppe Unifil di stanza in Libano di essere
“emissari di Satana in terra”, chiedendo agli aderenti all’organizzazione
terroristica di “eliminare questi infedeli”. E proprio Al Qaida era al centro
di una preoccupata informativa del ministro degli Interni libanese, Mohamed
Fatfat: “L’organizzazione terroristica sta prendendo piede a Tripoli, nel sud
della Beqaa e nel campo profughi palestinese di Ain el Helwi”. Il più grande
del Libano, a Sidone, a un’ora di macchina dagli accampamenti italiani nei
pressi di Tiro.
“Noi
palestinesi, la vostra garanzia”. Il responsabile sicurezza del campo di Ain el
Helwi, colonello Akib el Hashi, è sicuro che “la chiave della sicurezza di voi
occidentali è in medio Oriente”. Il colonnello non ha “mai sentito di gruppi
armati affiliati ad Al Qaida nei campi: qui ci sono cinque gruppi islamici
(Hosbah al Answar, Annour, Ansqar al Allah, Ahbash e Jamaat el islamiye, ndr),
ma nessuno di loro ha un armamentario consistente. Hanno dei kalashnikov, come
tutti qui, ma non un’organizzazione tale da predisporre attentati. Finchè ci
sono l’Olp e Fatah gli italiani possono stare tranquilli che i sunniti non
saranno una minaccia. Per quanto riguarda Hizbollah, non hanno collegamenti con
Al Qaida. Gli Italiani in Libano non verranno mai attaccati da al Qaida finchè
ci sono i palestinesi che vigilano.”
Sulla stessa falsariga le considerazioni del generale Khalid
Atef, responsabile di Al Fatah per il Sud Libano, un uomo sfuggito a 6
tentativi di omicidio, ci tiene a precisare: “Noi siamo la vostra garanzia da
attacchi di Al Qaida, perché finché ci siamo noi i terroristi non avranno
contatti nei campi profughi con i gruppi islamisti. Certo non possiamo
garantire al cento per cento: non controlliamo le singole persone, ma ci vuole
un gruppo molto organizzato per pianificare attentati”. Il generale non crede
alle storie di Al Qaida in Libano. “Queste informative su Al Qaida escono a
intervalli regolari, diciamo che sono utili per tenerci sotto controllo, perché
forse la presenza di palestinesi crea apprensioni. Non abbiamo problemi con
Unifil, né ragioni per attaccarli. Se i militari vengono a proteggere i
libanesi e gli israeliani non ci saranno problemi, ma se dimostrano di
appoggiare solo una parte forse qualche problema nascerà”
Da amico degli italiani, che consiglierebbe? “Anzitutto
creare buone relazioni pubbliche, contattare ogni gruppo, per rendere chiaro a
tutti che le truppe sono qui per proteggere i libanesi, e non gli israeliani.
Se passa il messaggio che gli italiani sono una sicurezza per i libanesi, chi
ha in mano il controllo del territorio verrà subito a informarvi di ogni
movimento sospetto.. nulla si può organizzare qua senza che i gruppi più
potenti lo vengano a sapere”. Il generale Atef congeda con un messaggio per le
nostre truppe: “Se qualcosa stesse per succedere, state sicuri che noi
palestinesi saremo dalla parte dell’Italia, non dimentichiamo le battaglie che
avete combattuto per i nostri diritti politici”
“Non è come in Iraq o Afghanistan”. Mish Mushkili’! “nessun problema” per il
sindaco di Tibnin, Alim Mohamad Hashim, “conoscevamo già gli italiani dall’82
e
sapevamo che con loro andiamo d’accordo. Penso che all’inizio abbiano avuto dei problemi a Srifa, perché
erano un po’ diffidenti, credevano qui fosse come in Iraq o Afghanistan, ma
dopo qualche settimana hanno capito che la situazione qui è completamente
diversa”. A Tibnin ha piantato la tende il primo scaglione della truppe
italiane in Libano. Il farmacista Ali Hammoud, ha il negozio lungo la strada
che porta alla base Unifil: “lI nostri rapporti con le forze italiane sono
cordiali. Dopo i primi controlli nei negozi in zona per controllare se ci
fossero armi, sono più tranquilli, hanno visto che da queste parti non
nascondiamo mitra. Casomai tutti qui si
lamentano che gli italiani parlano poco, sembrano quasi spaventati da noi
libanesi, forse credono che qui sia come in Iraq”.
A Srifa gli italiani sono arrivati appena sbarcati e sono rimasti due
settimane. al Comando Unifil non si fa cenno del fatto che Srifa è una
roccaforte di Hezbollah, mentre ora le truppe sono più tranquille nella
cristiana Tibnin. Per Ahmed Nazel, preside della scuola elementare di Srifa “le
truppe Unifil qui non erano benvolute, si credeva volessero proteggere Israele
e i suoi interessi. Con gli italiani, almeno fino ad ora, è diverso. Qui si
sono fatti vedere poco, compravano il pane e poco più, hanno chiesto di
assumere interpreti, ma abbiamo fatto pochi affari.” Nabil Jeber era il fornaio
che riforniva di pane la nostra base: "certo che apprezziamo gli italiani, ci
piace il loro comportamento, un esempio di neutralità, almeno finora,
Inshallah".