E’ uno
degli ultimi agglomerati di casupole ad un piano a ridosso della periferia di
Suleimanya. E’ sorto sotto la strada che porta fuori della città. Dall’alto i
teli di plastica che fungono da tetto alle baracche brillano alla luce del
mattino.
Verso l'Iran. Bambini giocano in uno slargo fangoso tra i mucchi di immondizia. Uno
si diverte a tirare sassi con la fionda ad una mucca nera che bruca sterpi
secchi accanto ad un rotolo arrugginito di filo spinato, il vento lo ha
addobbato facendovi impigliare sacchetti di plastica e stracci. Da lì la strada
prosegue in piano per scendere in una gola bagnata da torrenti e ruscelli e poi
risalire verso le montagne di roccia che chiudono l’orizzonte. Si entra in un
paesaggio bellissimo fatto di rocce venate di azzurro, mosso da clivi e
promontori illuminati dal verde tenero dell’erba e ombreggiati da macchie di
alberi. Rari villaggi rurali, piccoli gruppi di case di fango secco e pietre,
quasi sempre vuote, abbandonate perché gli abitanti sono andati ad infoltire
l’anello di baracche che circonda Suleimanya. Bisogna lasciare la striscia di
asfalto e prendere un accidentato sentiero sterrato e pietroso per coprire i
circa quindici chilometri che ci separano dalla linea di confine con l’Iran. Un
casotto, due tende da campo, tre o quattro soldati armati che accennano un
saluto senza fermarci e tornano alla loro noia. Poco oltre alcune case di
fango, un villaggio di frontiera. Di villaggi abitati ne sono rimasti solo
quattro in questa area, una decina di case ciascuno. Di improvviso un rumore
forte di motori sovrasta quello del vento: ruspe, camion, schiacciasassi al
lavoro. E’ in costruzione un’ampia strada che taglia la valle e va dritta verso
la frontiera. “La stanno facendo costruire gli americani per aiutare noi dei
villaggi” ci dice, con un sorriso sdentato, una donna anziana che è
sopraggiunta tenendo per mano una bambina.
Una superstrada per quattro villaggi
di case di fango dove non arriva nemmeno l’elettricità?
Mettere radici. “Questa strada
percorrerà tutta la linea di confine con l’Iran – ci informa il capocantiere
curdo – servirà a collegare le cinquantacinque basi militari americane che
verranno costruite lungo la frontiera. Una, poco distante da qui, è già stata
ultimata alla fine dell’estate scorsa. I lavori sono finanziati da società
americane ed eseguiti da ditte curde”. Il ragazzo che, accucciato accanto ad un
mucchietto di brace alimentata da un grosso ciocco di legno secco, sta preparando
il tè per gli operai, ci indica dei cumuli di pietre tra la rada boscaglia
circostante “ Segnalano il pericolo delle mine, qui, tutto intorno, il terreno
ne è pieno. E’ stato ripulito solo il percorso della strada in costruzione.
Meglio non fare nemmeno un passo oltre il ciglio”. Più avanti, in basso,
seminascosta tra gli alberi, si intravede di lontano la nuova base militare
Usa. E’ una specie di castelletto circondato da mura e da quattro torri agli
angoli. A meno di un chilometro in linea d’aria, su un promontorio, si scorgono
le strutture di un avamposto iraniano. Già si fronteggiano. Non si può andare
oltre, avvicinarsi di più alla base non è consentito. Dalla boscaglia scende
dritto verso la sterrata il greto secco di un torrente pluviale: ciottoli,
rami, terriccio portati dall’acqua. Ha lo stesso colore grigiastro della pietra
alla quale è rimasta accostata, la base sprofondata nella terra smossa, l’acqua
ha trascinato insieme ai detriti una mina antiuomo. Si è fermata a meno di tre
metri dalla strada. Quasi invisibile, la scorgiamo per puro caso. E’ una mina
Valmara, di produzione italiana, un cilindro di plastica delle dimensioni di un
barattolo di conserva. Un ordigno micidiale, la plastica non è rilevabile da
metal detector ed è quindi difficile individuarla. Spesso quattro o cinque di
questi cilindretti sono collegati tra loro da un sottile cavo di acciaio, così
se se ne calpesta uno gli altri esplodono quasi simultaneamente, scagliando le
loro schegge per centinaia di metri tutto attorno. Tre ragazzini, due cavalcano
un mulo, il più piccolo un asinello “Andiamo a raccogliere legna secca per il
fuoco” “E le mine? – gli diciamo – ce n’è una proprio lì, non avete paura delle
mine?” “Nostro padre ci ha insegnato i luoghi sicuri e quelli no, dove andiamo
noi non c’è rischio” “Ma si spostano trascinate dall’acqua piovana” insistiamo
“Non possono arrivare oltre quel torrente là sotto, lì si fermano e noi andiamo
sull’altro lato dove non ce ne sono”. Pare proprio che i ragazzini vogliano
tranquillizzare noi. Ci salutano con un sorriso e scendono giù per il ciglio,
verso il torrente che scorre in basso. Quest’area non è densamente abitata
eppure, negli ultimi anni, le mine qui hanno ucciso più di quaranta persone.
Benjoin, a valle, è il centro abitato più grande: case, negozi, la moschea. Qui
le mine sono segnalate. Triangoli di ferro montati su un’asta piantata nel
terreno. Sui triangoli è disegnato un teschio, mezzo cancellato dalla ruggine.
Ce n’è una foresta che circonda la cittadina e vi si infiltra anche dentro, là
dove c’è qualche spazio sterrato tra le case. Un vecchio assedio che continua
dal tempo della guerra Iraq-Iran. Quello nuovo è già in costruzione.