29/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La città curda teatro dell'eccidio di Saddam non dimentica
dal nostro inviato
Vauro
 
La strada per Halabja è una stretta striscia di asfalto che corre in piano, dritta verso la catena di altre montagne rocciose, con le cime innevate, al di là delle quali comincia l’Iran. Attraversa ampie distese di verde, interrotte a tratti dall’oro delle foglie delle coltivazioni di melograni. Un paesaggio affascinante ma che nasconde dentro di sé l’insidia delle mine.
 
i corpi delle vittime della strage di halabjaUn orrore che non si cancella. Così come pare nascondere nella memoria l’orrore che lo ebbe come teatro. E’ in questa area che il 16 marzo 1988 gli aeroplani di Saddam Hussein sganciarono i gas venefici che in poche ore sterminarono migliaia di curdi, uomini, donne, bambini colpevoli solo di vivere qui. Nella sola città di Halabja quel giorno morirono in cinquemila. Prima di raggiungerla attraversiamo diversi piccoli centri, le solite case basse e grigie lungo la via si aprono in una serie di botteghe e laboratori artigianali che sembrano buchi scuri. Si infittiscono i posti di blocco militari. Pietre in mezzo alla strada e soldati armati in tuta mimetica. Sono più tesi, più nervosi di altri che abbiamo incontrato prima. In questa zona è forte ed attivo il gruppo fondamentalista curdo-sunnita Ansar Al Islam che si oppone in armi al governo di Talebani  e alla occupazione americana, è una delle formazioni più determinate e combattive nell’arcipelago di sigle resistenziali irachene. E’ proprio alle porte di Halabja che si innalza il memoriale dell’eccidio del 1988. Eretto dal governo regionale curdo nel 2000, con Saddam ancora saldamente al potere. E’ una struttura fatta di alte traversine metalliche che partendo da un ampio atrio si richiudono in alto, come tante dita che racchiudono un globo dorato. Tutta la base del monumento è annerita dal fumo, il fuoco ha bruciato i rivestimenti dei condizionatori che erano nell’atrio e brandelli di plastica fusa pendono dalle pareti come stalattiti, più in basso, protetti da lastre di cristallo che si sono frantumate, erano scritti in caratteri arabi di colore bianco i nomi dei cinquemila caduti, le fiamme ne hanno cancellati molti. Fuori, tutto intorno, gli scheletri di ferro contorto dei sedili bruciati che sarebbero dovuti servire per la cerimonia di commemorazione che doveva tenersi il 16 marzo scorso.
 
il monumento alle vittime di halabjaLa rabbia della gente. “Invece quel giorno c’è stata una grande manifestazione popolare – ci racconta uno dei soldati di guardia alle macerie del monumento – sembrava svolgersi pacificamente, la gente chiedeva scuole, strade, ospedali, servizi per questa città che manca di tutto. Poi improvvisamente si è trasformata in una rivolta violenta, gruppi di scalmanati hanno raggiunto il memoriale ed hanno appiccato il fuoco. Alcuni sostengono che in mezzo alla folla si celassero agenti provocatori iraniani. Ma certo la rabbia della gente è tanta. Halabja dovrebbe rappresentare il simbolo del popolo curdo ed invece affonda nella miseria”. Pare davvero affondare il centro della città, nel fango, nelle fogne a cielo aperto, nell’immondizia che si accumula ai lati della strada principale malamente cementata e nei vicoli sterrati. Tra le case basse e accatastate l’una ridosso all’altra svettano solo i minareti dipinti di bianco e verde della moschea. Sotto, un traffico di carretti, trattori, furgoni scassati, si mischia e si fonde con una folla di persone -Halabja conta cinquantaquattromila abitanti- affaccendate in compere e trattative ai mille banchetti di venditori di povere merci, stracci, pezzi di ricambio, frutta, tra la quale spicca il rosso intenso dei melograni. La calca del venerdì, giorno di festa per i musulmani, si apre a tratti per evitare le buche melmose più grandi per poi riassemblarsi fitta come un banco di pesci. Un anziano con il suo bel turbante sul capo non vuole parlare “ Ho già detto tutto troppe volte, nessuno ci ascolta, basta” ma poi è un fiume inarrestabile di parole e intorno a lui si forma un capannello di teste che assentono, di occhi che incitano. “Vivo qui da quando ero bambino – continua l’anziano – ho vissuto gli orrori di tutte le guerre, quella con l’Iran, i gas di Saddam contro di noi, gli scontri tra Pdk e Ansar Al Islam e quella degli americani che ha fatto cadere il regime. Ora dovrebbe esserci la pace. Ma una pace che non ci porta niente è una pace che non si vede. Questa sarebbe la pace?” Fa un gesto ampio con il braccio ad indicare quello che lo circonda. Il gesto del vecchio chiude il discorso, così come si chiudono le espressioni di chi gli stava intorno in una ostilità che sa di malinconia. Il capannello si scioglie ed anche il turbante del vecchio torna a confondersi tra i tanti che appaiono tra la folla, mentre si allontana.
Parole chiave: curdi, kurdistan, halabja, vauro, iraq
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq