La strada per Halabja è una stretta striscia di asfalto
che corre in piano, dritta verso la catena di altre montagne rocciose, con le
cime innevate, al di là delle quali comincia l’Iran. Attraversa ampie distese
di verde, interrotte a tratti dall’oro delle foglie delle coltivazioni di
melograni. Un paesaggio affascinante ma che nasconde dentro di sé l’insidia
delle mine.
Un orrore che non si cancella. Così come pare nascondere nella memoria l’orrore che lo ebbe come
teatro. E’ in questa area che il 16 marzo 1988 gli aeroplani di Saddam Hussein
sganciarono i gas venefici che in poche ore sterminarono migliaia di curdi,
uomini, donne, bambini colpevoli solo di vivere qui. Nella sola città di
Halabja quel giorno morirono in cinquemila. Prima di raggiungerla attraversiamo
diversi piccoli centri, le solite case basse e grigie lungo la via si aprono in
una serie di botteghe e laboratori artigianali che sembrano buchi scuri. Si
infittiscono i posti di blocco militari. Pietre in mezzo alla strada e soldati
armati in tuta mimetica. Sono più tesi, più nervosi di altri che abbiamo
incontrato prima. In questa zona è forte ed attivo il gruppo fondamentalista
curdo-sunnita Ansar Al Islam che si oppone in armi al governo di Talebani e alla occupazione americana, è una delle
formazioni più determinate e combattive nell’arcipelago di sigle resistenziali
irachene. E’ proprio alle porte di Halabja che si innalza il memoriale
dell’eccidio del 1988. Eretto dal governo regionale curdo nel 2000, con Saddam
ancora saldamente al potere. E’ una struttura fatta di alte traversine
metalliche che partendo da un ampio atrio si richiudono in alto, come tante
dita che racchiudono un globo dorato. Tutta la base del monumento è annerita
dal fumo, il fuoco ha bruciato i rivestimenti dei condizionatori che erano
nell’atrio e brandelli di plastica fusa pendono dalle pareti come stalattiti,
più in basso, protetti da lastre di cristallo che si sono frantumate, erano
scritti in caratteri arabi di colore bianco i nomi dei cinquemila caduti, le
fiamme ne hanno cancellati molti. Fuori, tutto intorno, gli scheletri di ferro
contorto dei sedili bruciati che sarebbero dovuti servire per la cerimonia di
commemorazione che doveva tenersi il 16 marzo scorso.
La rabbia della gente. “Invece quel giorno c’è
stata una grande manifestazione popolare – ci racconta uno dei soldati di
guardia alle macerie del monumento – sembrava svolgersi pacificamente, la gente
chiedeva scuole, strade, ospedali, servizi per questa città che manca di tutto.
Poi improvvisamente si è trasformata in una rivolta violenta, gruppi di
scalmanati hanno raggiunto il memoriale ed hanno appiccato il fuoco. Alcuni
sostengono che in mezzo alla folla si celassero agenti provocatori iraniani. Ma
certo la rabbia della gente è tanta. Halabja dovrebbe rappresentare il simbolo
del popolo curdo ed invece affonda nella miseria”. Pare davvero affondare il
centro della città, nel fango, nelle fogne a cielo aperto, nell’immondizia che
si accumula ai lati della strada principale malamente cementata e nei vicoli
sterrati. Tra le case basse e accatastate l’una ridosso all’altra svettano solo
i minareti dipinti di bianco e verde della moschea. Sotto, un traffico di
carretti, trattori, furgoni scassati, si mischia e si fonde con una folla di
persone -Halabja conta cinquantaquattromila abitanti- affaccendate in compere
e
trattative ai mille banchetti di venditori di povere merci, stracci, pezzi di
ricambio, frutta, tra la quale spicca il rosso intenso dei melograni. La calca
del venerdì, giorno di festa per i musulmani, si apre a tratti per evitare le
buche melmose più grandi per poi riassemblarsi fitta come un banco di pesci. Un
anziano con il suo bel turbante sul capo non vuole parlare “ Ho già detto tutto
troppe volte, nessuno ci ascolta, basta” ma poi è un fiume inarrestabile di
parole e intorno a lui si forma un capannello di teste che assentono, di occhi
che incitano. “Vivo qui da quando ero bambino – continua l’anziano – ho vissuto
gli orrori di tutte le guerre, quella con l’Iran, i gas di Saddam contro di
noi, gli scontri tra Pdk e Ansar Al Islam e quella degli americani che ha fatto
cadere il regime. Ora dovrebbe esserci la pace. Ma una pace che non ci porta
niente è una pace che non si vede. Questa sarebbe la pace?” Fa un gesto ampio
con il braccio ad indicare quello che lo circonda. Il gesto del vecchio chiude
il discorso, così come si chiudono le espressioni di chi gli stava intorno in
una ostilità che sa di malinconia. Il capannello si scioglie ed anche il
turbante del vecchio torna a confondersi tra i tanti che appaiono tra la folla,
mentre si allontana.