26/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Vauro racconta le storie di quelli che tentano di rifarsi una vita in Kurdistan
dal nostro inviato
Vauro
 
Un grande tappeto morbido riveste il pavimento della stanza resa più luminosa dalle pareti bianche.
Tenendosi aggrappato con le braccia a due parallele, un giovane con i baffi prova le protesi che sostituiscono le sue gambe; un tecnico attento gliele regola quando si ferma. Un altro ragazzo amputato sta esercitandosi a camminare su e giù per un dosso artificiale montato nella stanza.
 
la foto di un paziente di emergency nell'ospedale di sulemanyaLavorare per il futuro. Il cappello di lana calato sino alle orecchie e un pigiama a strisce abbottonato fino al collo, è il più anziano di tutti. Non usa nessun attrezzo, cammina con passo deciso da una parete a quella opposta e poi fa dietro front; lo sguardo dritto davanti a sé,  con un’espressione orgogliosa e soddisfatta. Più che camminare per abituarsi all’arto artificiale, l’anziano generale iracheno che ha perso una gamba nella guerra contro l’Iran, sembra marciare.
Ce ne sono diversi di arabi iracheni, nel centro di riabilitazione di Emergency, in Kurdistan, nella città di Sulaimaniya. Ali Abdoulraza, Falil Hassan, Kaaren Jabbar, Muneer Hassainy. Il generale, forse perché ha perso una sola gamba anziché tutte due come il resto del gruppo, gode di una certa autorità, ma più paterna che militare. A vederli tutti assieme nel giardino del centro sembrano la rappresentazione fisica dell’infinito calendario di guerre che continua ad affliggere l’Iraq. Il generale ha lasciato la sua gamba nella guerra Iraq – Iran nel 1988, Ali ha perso le sue per un bombardamento americano del 1991, Kaaren invece per un razzo nel 2003. "Il centro di riabilitazione è stato aperto nel 1997 – ci dice Faris Ham Abdullah, il responsabile della struttura – il 65 percento dei pazienti è composto da feriti da mina, il 14 percento da ordigni inesplosi, il resto da poliomielitici e da affetti da malformazioni congenite".
"Arrivano da tutto l’Iraq , alcuni anche dall’Iran dice ancora Faris - perchè questo è praticamente l’unico luogo dove possono ricevere una protesi, seguire terapie riabilitative e, se vogliono, imparare un mestiere. Qui, oltre al laboratorio per la costruzione delle protesi, dove lavorano molti degli amputati stessi, teniamo corsi per fabbri, sarti, falegnami, calzolai, pellettieri. In modo che il paziente dimesso, non divenga un peso per la famiglia ma spesso, al contrario, ne divenga il sostegno. Per questo Emergency finanzia l’avvio di molte micro-cooperative artigianali. Formate al massimo da quattro persone, il numero giusto perché ognuno dei componenti possa mantenere la famiglia con il ricavato".
 
una delle botteghe in kurdistan create grazie a emergencyLa bottega di Mohaddin. Quella dove lavora come falegname Mohaddin Hama, trentasei anni, si trova a Zarahen, ad una mezz’ora di strada da Sulaimaniya, lungo uno stradone tra una doppia fila di botteghe basse. Vicino ce ne sono altre tre, di fabbri e falegnami. Si distinguono per la E rossa in campo bianco di Emergency dipinta sull’insegna insieme al nome.
Quella di Mohaddin si chiama Zmnako, come una montagna che si vede all’orizzonte. Mishda, otto anni e Rezhdar, cinque anni , la figlia e il figlio di Mohaddin, hanno rubato al padre gli occhi verdissimi, giocano tra i mucchietti di trucioli e segatura. "Era il 1991, la guerra contro gli Usa" ci racconta Mohaddin. "Mi avevano richiamato sotto le armi, ma io non volevo andare a combattere. Mi ero nascosto in un piccolo villaggio, proprio sulla montagna di Zmnako. Per sopravvivere andavo a raccogliere frutta e funghi nel bosco. Lì sono incappato nella mina che mi ha strappato la gamba sinistra".
E’ l’ora della pausa per il pranzo e Mohaddin si arrampica agile sulla scala a pioli che porta al tetto della bottega , per spengere il generatore di corrente. Sullo stradone si fermato un convoglio di pick-up; due hanno montato sul retro mitragliatrici pesanti, due hanno i vetri oscurati. Sono quelle dei comandanti o forse di ufficiali o agenti americani, restano con gli sportelli chiusi, mentre dagli altri scende un gruppo Peshmerga (combattenti curdi) in tuta mimetica, kalashnikov, e caricatori ai cinturoni. Ridono, fanno segni di vittoria con le mani poi risalgono e il convoglio riparte. Vanno a Baquba, poco più di duecento chilometri da qui,  a combattere contro gli insorgenti sunniti. Mohaddin non li guarda. La mina di una guerra precedente gli ha strappato una gamba mentre tentava di sfuggire a quella del suo tempo, ora un’altra guerra brucia a poca distanza da lui. Troppo poca.