Un grande tappeto morbido riveste il pavimento della stanza
resa più luminosa dalle pareti bianche.
Tenendosi aggrappato con le braccia a due parallele, un
giovane con i baffi prova le protesi che sostituiscono le sue gambe; un tecnico
attento gliele regola quando si ferma. Un altro ragazzo amputato sta
esercitandosi a camminare su e giù per un dosso artificiale montato nella
stanza.
Lavorare per il futuro. Il cappello di lana calato sino alle orecchie e un pigiama a
strisce abbottonato fino al collo, è il più anziano di tutti. Non usa nessun
attrezzo, cammina con passo deciso da una parete a quella opposta e poi fa
dietro front; lo sguardo dritto davanti a sé, con un’espressione orgogliosa e
soddisfatta. Più che camminare per abituarsi all’arto artificiale,
l’anziano generale iracheno che ha perso una gamba nella guerra contro l’Iran,
sembra marciare.
Ce ne sono diversi di arabi iracheni, nel centro di
riabilitazione di Emergency, in Kurdistan, nella città di Sulaimaniya. Ali
Abdoulraza, Falil Hassan, Kaaren Jabbar, Muneer Hassainy. Il generale, forse
perché ha perso una sola gamba anziché tutte due come il resto del gruppo,
gode di una certa autorità, ma più paterna che militare. A vederli tutti
assieme nel giardino del centro sembrano la rappresentazione fisica
dell’infinito calendario di guerre che continua ad affliggere l’Iraq. Il
generale ha lasciato la sua gamba nella guerra Iraq – Iran nel 1988, Ali ha
perso le sue per un bombardamento americano del 1991, Kaaren invece per un
razzo nel 2003. "Il centro di riabilitazione è stato aperto nel 1997 – ci dice
Faris Ham Abdullah, il responsabile della struttura – il 65 percento dei pazienti
è composto da feriti da mina,
il 14 percento da ordigni inesplosi, il resto da poliomielitici e da affetti da
malformazioni congenite".
"Arrivano da tutto l’Iraq , alcuni anche dall’Iran dice ancora Faris - perchè
questo è praticamente l’unico luogo dove possono ricevere una protesi, seguire
terapie riabilitative e, se vogliono, imparare un mestiere. Qui, oltre al
laboratorio per la costruzione delle protesi, dove lavorano molti degli
amputati stessi, teniamo corsi per fabbri, sarti, falegnami, calzolai,
pellettieri. In modo che il paziente dimesso, non divenga un peso per la
famiglia ma spesso, al contrario, ne divenga il sostegno. Per questo Emergency
finanzia l’avvio di molte micro-cooperative artigianali. Formate al massimo
da quattro persone, il numero giusto perché ognuno dei componenti possa mantenere
la famiglia con il ricavato".
La bottega di Mohaddin. Quella dove lavora come falegname Mohaddin Hama,
trentasei anni, si trova a Zarahen, ad una mezz’ora di strada da Sulaimaniya,
lungo uno stradone tra una doppia fila di botteghe basse. Vicino ce ne sono
altre tre, di fabbri e falegnami. Si distinguono per la E rossa in campo bianco
di Emergency dipinta sull’insegna insieme al nome.
Quella di Mohaddin si chiama
Zmnako, come una montagna che si vede all’orizzonte. Mishda, otto anni e
Rezhdar, cinque anni , la figlia e il figlio di Mohaddin, hanno rubato al padre
gli occhi verdissimi, giocano tra i mucchietti di trucioli e segatura. "Era il
1991, la guerra contro gli Usa" ci racconta Mohaddin. "Mi avevano
richiamato sotto le armi, ma io non volevo andare a combattere. Mi ero nascosto
in un piccolo villaggio, proprio sulla montagna di Zmnako. Per sopravvivere
andavo a raccogliere frutta e funghi nel bosco. Lì sono incappato nella mina
che mi ha strappato la gamba sinistra".
E’ l’ora della pausa per il pranzo e
Mohaddin si arrampica agile sulla scala a pioli che porta al tetto della
bottega , per spengere il generatore di corrente. Sullo stradone si fermato un
convoglio di pick-up; due hanno montato sul retro mitragliatrici pesanti, due
hanno i vetri oscurati. Sono quelle dei comandanti o forse di ufficiali o
agenti americani, restano con gli sportelli chiusi, mentre dagli altri scende
un gruppo Peshmerga (combattenti curdi) in tuta mimetica, kalashnikov, e caricatori
ai cinturoni.
Ridono, fanno segni di vittoria con le mani poi risalgono e il convoglio
riparte. Vanno a Baquba, poco più di duecento chilometri da qui, a combattere contro gli insorgenti sunniti.
Mohaddin non li guarda. La mina di una guerra precedente gli ha strappato una
gamba mentre tentava di sfuggire a quella del suo tempo, ora un’altra guerra
brucia a poca distanza da lui. Troppo poca.