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Rashid Khalidi, al contrario di quello che il nome lascerebbe pensare, è cittadino
degli Stati Uniti. Insegna storia presso la Columbia University di New York. Esce
in questi giorni in Italia, edito dalla Bollati Boringhieri, il suo ultimo libro:
La resurrezione dell’impero. Lo storico di origine mediorientale analizza, partendo
dalla guerra in Iraq, i rapporti tra Stati Uniti e Medio Oriente.
“Il problema principale è la contraddizione tra la dinamica sprigionata dalla
corsa ‘lancia in resta’ dell’amministrazione Bush a occupare e dominare l’Afghanistan,
l’Iraq e altri paesi della regione, e il naturale desiderio delle popolazioni
di non essere assoggettate agli stranieri, persino quelli che le hanno liberate
da un regime odioso”.
Khalidi individua quindi la matrice delle complicazioni attuali che gli Usa incontrano
nel vincere la pace nel ‘senso della storia’ che la popolazione irachena innegabilmente
possiede. Questo confligge in modo violento con l’approccio stesso che l’amministrazione
Bush ha avuto verso l’Afghanistan prima e l’Iraq adesso.
Lo storico crede che quest’errore di fondo abbia molti padri e fa esempi convincenti
che spiegano come questa guerra sia stata sbagliata dall’inizio. Uno degli aspetti
che Khalidi sottolinea è quello della scarsa conoscenza della storia mediorientale.
“Il passato coloniale delle potenze occidentali in Medio Oriente è ancora vivo
tra le popolazioni di quella parte del mondo. Come poteva pensare l’amministrazione
Bush di trovare due ali di folla festante? Bastava conoscere la storia”.
Il problema che Khalidi sottolinea è proprio questo: tutte le voci fuori dal
coro ideologico dei gruppi che appoggiano Bush e il suo lavoro sono state allontanate.
Lo storico statunitense cita un logorante lavoro ai fianchi di delegittimazione
degli intellettuali esperti di mondo arabo o dagli agenti dei servizi di sicurezza
che avanzavano dei dubbi sulle reali responsabilità del regime di Saddam Hussein
negli attentati di Al-Qaeda.
“Non hanno voluto ascoltare nessuno”, questo il senso della critica mossa dall’intellettuale
all’amministrazione. Non per caso, certo, ma su ispirazione di quei gruppi di
pensatori e giornalisti noti come neoconservatori. Con dovizia di fonti, Khalidi
dimostra come la teoria del rovesciamento dei regimi ‘scomodi’ in Medio Oriente
sia molto precedente all’attacco alle Torri gemelle del 2001. Khalidi cita un
documento del 1996, firmato da quel Richard Pearle che continua ad essere uno
dei consiglieri più ascoltati del presidente Bush.
Il cuore della teoria neoconservatrice è che, finito il tempo delle grandi potenze
contrapposte, oggi il mondo si presenta con un unico punto di riferimento: gli
Stati Uniti d’America. Questo comporta per gli Usa una sorta di missione, di dovere
morale: portare libertà e democrazia in ogni angolo della terra.
Khalidi sottolinea come, pur prendendo per buono questo fine, la teoria si basi
su una grossolana ignoranza dei fattori storici in campo. Lo storico an lizza la storia del colonialismo britannico e francese nel Medio Oriente e deduce
una naturale resistenza a qualsiasi forma d’intervento nella vita politica di
un paese da parte di soggetti stranieri.
Questo per Khalidi deriva da un bagaglio storico, ma anche e soprattutto dalle
esperienze passate, ancora vive nella memoria collettiva di quelle popolazioni.
“Come può essere credibile la democrazia esportata da paesi che l’applicano solo
in patria, calpestando i diritti delle popolazioni all’estero?”, chiede lo storico,
“come può essere credibile una diplomazia troppo spesso asservita agli interessi
economici delle grandi potenze e sostenuta dai cannoni?”
Gli Stati Uniti stessi hanno goduto di un’ottima reputazione nel Medio Oriente.
Rispetto all’imperialismo della Gran Bretagna e della Francia, gli Usa erano percepiti
come una potenza fautrice dell’autodeterminazione dei popoli. In seguito, dopo
il secondo conflitto mondiale, troppe scelte delle amministrazioni statunitensi
sono risultate incomprensibili al mondo mediorientale.
Alleanza con dittatori sanguinari fino a quando facevano comodo (Khalidi ricostruisce
i rapporti altalenanti con Saddam Hussein stesso), appoggio incondizionato alla
politica israeliana, anche quando questa calpestava i diritti della popolazione
palestinese, uso indiscriminato della forza che finisce per punire nella massima
parte degli innocenti e un richiamo ad un diritto internazionale che troppo spesso
viene violato proprio da chi se ne fa portavoce.
Un patrimonio insomma, che ha portato ad un rifiuto totale delle scelte e delle
politiche statunitensi nell’area. Ma come uscirne adesso? Khalidi non dà risposte
certe, ma indica proprio nella riscoperta di quei canali sopranazionali che l’unilateralismo
neoconservatore ha dimenticato.
Christian Elia